La Dc non andava al PapeeteInseguendo Meloni, Salvini ha fatto perdere alla Lega la centralità

Le origini della crisi del Carroccio nascono dall’errore strategico del suo leader che ha spostato il baricentro del partito verso l’estrema destra, staccandosi da quegli elettori che vorrebbero un grande partito conservatore di governo

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Tra le tante intuizioni giuste di Alcide De Gasperi ve ne fu una che si rivelò decisiva e fruttuosa per la Dc e per l’Italia: la rottura netta con la destra estrema.

Capì, e con lui anche i suoi successori, sia pure con qualche pausa negativa (il governo Tambroni), che la sintesi vincente, come la definì Pietro Scoppola, non poteva prescindere da una non compromissione con la destra postfascista: «De Gasperi – disse lo storico cattolico in una lontana intervista al giornalista Paolo Giuntella – ha saputo unificare questa complessa società italiana postfascista e più in particolare ha saputo portare l’articolato mondo cattolico, segnato da non poche contraddizioni e arretratezze culturali, unito alla scelta democratica, con una sintesi politica vincente, pazientemente tessuta non senza difficoltà e incomprensioni, fino a conquistarlo definitivamente al consenso pieno e convinto alla democrazia e alle sue regole».

Per fare questo, alzare uno steccato con il post-fascismo era una condizione necessaria. E per Aldo Moro fu lo stesso, se non di più: e infatti fu odiato non soltanto dalla destra politica ma soprattutto dalla destra economica, lobbies agrarie, industriali e proprietarie, destra clericale, destra culturale e di mezzi di informazione, e da pezzi fascistoidi degli apparati più delicati dello Stato.

Questa lunga premessa serve per dire che, pur essendo oggi tutto cambiato, resta il fatto che le convinzioni che si richiamano alle esperienze politiche postfasciste sono destinate a essere – e per fortuna – minoritarie oltre che fuori tempo. Per questo, malgrado apparenze veicolate dagli strumenti della politica pop, Matteo Salvini commette un grande errore strategico a inseguire Fratelli d’Italia: perché così porta la Lega nella ridotta dell’estremismo, cioè fuori da ogni centralità.

Per quanto possa essere á la page, infatti, Giorgia Meloni è destinata a essere, a causa delle ristrettezze della sua visione, la leader di una minoranza: magari con qualche seguito popolare e vari suonatori di piffero a fargli da propagandisti, ma mai Fratelli d’Italia diverrà un partito-Nazione, restando per vocazione confinato a far la guardia al bidone di un certo estremismo di destra ridipinto di nuovismo.

Ora, che Salvini non fosse De Gasperi lo si era capito da quando apparve sulla scena, ragazzetto di bottega di Umberto Bossi.  Che però la Lega rinunciasse completamente a fare la parte che – mutatis mutandis – fu della Dc è la novità di oggi.

E infatti è una rinuncia, quella di Salvini, che i più democristiani della Lega non mandano giù: Luca Zaia è un democristiano di stile doroteo, popolarità e buon senso popolare; Giancarlo Giorgetti è un democristiano di stile lombardo, tutto pragmaticità; l’ultimo Massimiliano Fedriga sembra un Dc di destra di ultima generazione, con alternanza di durezza e di mediazione. Questi non reggono più il propagandismo subalterno di Salvini.

In che senso la Lega poteva aspirare a essere un grande partito centrale (in questo senso il richiamo al partito di De Gasperi)? Nel senso che avrebbe potuto rappresentare le domande e i bisogni di un Paese voglioso di correre, al Nord ma non solo al Nord, non chiuso a fondamentali istanze popolari, attento a coltivare un europeismo critico, persino custode di una qualche abilità nella mediazione sociale e politica.

Ci sono stati momenti in cui Salvini era parso sintonizzarsi con questa politica di ampio respiro. E invece si è visto subito, pochi mesi dopo l’ingresso nel governo europeista di Draghi, che l’uomo non è in grado di pensare la politica in grande. E che alla fine resta intrappolato tra Papeete e Savoini, all’inseguimento umiliante della Meloni nel dire di no a tutto (salvo poi ingoiarsi le risposte e le scelte concrete del presidente del Consiglio: tutte le manfrine sul Green pass raccontano di questo tristissima impasse salviniana).

Le origini della incipiente crisi della Lega stanno dunque essenzialmente nell’errore strategico di Salvini di voler posizionare la Lega non al centro dello schieramento politico, pur dentro la coalizione di centrodestra, anche approfittando dell’inevitabile marginalità di Forza Italia, ma all’estrema destra, come l’ha giustamente definita Enrico Letta, nell’illusione di contenere l’essort di Giorgia Meloni.

Non si tratta solo della frase fatta per cui tra l’originale e la fotocopia si sceglie l’originale, cosa pur vera. C’è qualcosa di più profondo.

E cioè il distacco della Lega da pezzi di popolo che domandano governo, riforme e razionalità (la vicenda del Green pass lo dimostra: gli elettori leghisti lo vogliono, il capo no), oltre che da forze imprenditoriali decisive per il rilancio del Paese che se ne fregano altamente degli spot dell’ex Capitano e che desidererebbero al loro posto proposte concrete sul fisco, sul costo del lavoro, sull’innovazione tecnologica, sulle relazioni sociali. Che vorrebbero un grande partito conservatore di governo, se non vogliamo dire una nuova Dc diciamo una Cdu, invece di un leader sfaccendato che abbaia alla luna, quel Matteo Salvini che rischia sul serio di non essere più il punto di riferimento per i suoi mondi di riferimento, e si trova costretto a rivedere completamente la sua politica. Ma uno come lui non ne sarà capace. E un altro autobus non passerà.

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