Ita estIl grande equivoco su Alitalia e le normali leggi del mercato

Secondo alcuni giuristi per rispettare la Costituzione la compagnia di bandiera avrebbe dovuto restare tale e quale come era, con tutti i suoi dipendenti alle medesime condizioni retributive e normative, nonostante lo spreco di soldi pubblici in questi anni. Quando capiremo che non serve a nessuno tenere in vita aziende solo per preservare posizioni di lavoro?

LaPresse

Navigando sul web a un certo punto mi è caduto l’occhio sul sito de Il Tempo e sono rimasto di stucco nel leggere le prime righe di un articolo: «La violazione della Costituzione da parte del governo Draghi è arrivata a un punto di assoluta insostenibilità»

Come prima cosa, mi sono precipitato alla finestra per accertarmi che sul viale sotto casa non sferragliassero i blindati dei Carabinieri. Poi visto che, tranne il solito traffico, tutto sembrava tranquillo ha cercato di capire di più. Il monito severo non proveniva da un partito d’opposizione, ma da un autorevole giurista, il professor Paolo Maddalena, vice presidente emerito della Corte Costituzionale e presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”.

Che la critica riguardi – mi sono chiesto – il procedere del governo tramite decreti? In verità uno strumento che nella Costituzione era previsto soltanto per questioni di urgenza, si è trasformato, nel tempo, in una modalità ordinaria del percorso legislativo.

Ma perché, allora, questa alterazione delle relazioni istituzionali – a cui ricorrono tutti i governi – non è mai stata sanata da quando è in atto, nonostante gli inviti periodici a provvedere provenienti dal Quirinale? O forse la critica è rivolta alla violazione dell’articolo 81 della Costituzione per quanto riguarda il mancato equilibrio di bilancio? Nulla di tutto questo.

La Costituzione più bella del mondo è umiliata, derisa e vilipesa. Tutto partirebbe – secondo Maddalena – dal diktat della Commissione europea sui 900 milioni di prestito concessi ad Alitalia nel 2017, la compagnia aerea tricolore oggi ribattezzata “ITA”. Si trattava di un aiuto di Stato illegale che ora il governo deve recuperare con gli interessi, mentre la nuova compagnia è fatta salva in quanto «non è il successore economico della ex compagnia di bandiera italiana e opera in condizione di discontinuità».

Ci sarebbe allora da aspettarsi, da un ex giudice, un’accusa di scorrettezza nei confronti del governo italiano, che attraverso il gioco delle tre carte, cerca di non saldare i debiti. Invece no. Maddalena se la prende con l’Unione europea per essersi intromessa anche sulle metodologie di assunzioni chiarendo che ITA, rispetto ad Alitalia, dovesse essere caratterizzata da una struttura dei costi più sostenibile e assumere con un nuovo contratto di lavoro, conforme alle attuali condizioni del mercato, un numero notevolmente ridotto di personale da reperire sul mercato e in Alitalia.

Pertanto è una vergogna nazionale il licenziamento e la conseguente perdita di ogni possibilità di assicurare a sé e alla propria famiglia una vita libera e dignitosa da parte di circa 10mila dipendenti Alitalia.  E qui secondo l’ex giudice si viola l’articolo 36 della Costituzione «su ordini stranieri». Ma il bello viene quando Maddalena espone le sue teorie sulla sacralità della proprietà pubblica «per cui applicare a questi beni le leggi del mercato significa violare l’identità e la vita dello Stato-Comunità, con tutte le responsabilità che ne derivano».

«Se oggi si ritiene che perseguire le leggi del mercato e gli insulsi ordini di Margrethe Vestager – ha proseguito il giurista – sia un atto legittimo, significa non aver capito che su tutto dominano i principi e le norme costituzionali, sulle quali ha giurato il governo, e che impongono a chiunque eserciti funzioni pubbliche di agire con disciplina e onore». Poi arriva la sfilza degli articoli calpestati dal governo (del freddo, della fame e della paura?): precisamente 1, 2, 3, 4, 9, 11, 41, 42 e 43 della nostra Costituzione repubblicana e democratica.

Riassumendo: essendo l’Alitalia di proprietà pubblica non può essere soggetta alle leggi di mercato; il personale non può essere licenziato perché in questo modo si verrebbe a ledere il diritto al lavoro e non si assicurerebbe a 10mila persone una retribuzione proporzionale e sufficiente, che però non dovrebbe essere quella prevista dall’applicazione di un nuovo contratto conforme alle attuali condizioni di mercato (una sindacalista d’antan lo ha definito un «contratto pirata»).

In sostanza, per rispettare la Costituzione, secondo Paolo Maddalena, l’Alitalia avrebbe dovuto restare tale e quale, con tutti i suoi dipendenti alle medesime condizioni retributive e normative. E ai contribuenti italiani sarebbe toccato il compito di garantire tutto questo insieme di diritti, perché i loro tributi non costituiscono un bene pubblico.

Inoltre, che cosa dovrebbe fare il governo per non tradire, così vistosamente, la Costituzione? Far volare aerei vuoti sui cieli di Roma? Costringere gli italiani a volare con Alitalia nonostante un prezzo non competitivo del biglietto?

L’attuale governo ha il merito di aver compiuto le azioni di cui ci sarebbe stata estrema necessità da anni, ma che gli esecutivi precedenti (di qualunque colore politico) hanno evitato o eluso. Non si dimentichi che la cassa integrazione stabilita ad hoc dal governo Berlusconi per gli esuberi della ex Compagnia di bandiera è costata agli italiani uno specifico sovrapprezzo su tutti i biglietti venduti.

Certo i lavoratori non sono i maggiori responsabili del crack di Alitalia, anche se – quando è stato possibile – i loro sindacati hanno colluso con amministratori incapaci, spesso mettendosi di traverso in presenza di possibili soluzioni di risanamento e di vendita. Andranno quindi assunte misure di tutela adeguate di sostegno del reddito e di placement. Ma non serve a nessuno tenere in vita aziende al solo scopo di preservare posizioni di lavoro ormai divenuti anime morte.