La nostra crisiCosa può fare l’Italia per risolvere la questione libica

Come spiega Leonardo Bellodi nel suo “L’ombra di Gheddafi” (Rizzoli), la politica italiana può puntare a obiettivi concreti come la riunificazione delle Banche Centrali libiche e lo scongelamento dei fondi della Liam. Ma occorre un’azione concertata e di ampio respiro con gli altri attori della zona. Un estratto dal libro

© Marco Merlini / LaPresse

A differenza di altri attori, il nostro Paese non ha l’autonomia per poter scegliere à la carte le coordinate della propria politica estera nella regione. La Libia è una priorità ed è destinata a restare tale, per ragioni geografiche, storiche, culturali, economiche e di sicurezza nazionale.

Fondamentalmente, l’Italia è stata accusata a più riprese di non saper scegliere tra i due schieramenti tanto sul fronte interno quanto su quello internazionale. Il problema è che Roma non ha, a differenza di altri soggetti internazionali, questo lusso. Basta guardare la carta geografica: siamo esattamente al centro dello scontro. Per non parlare dei legami economici e politici con tutte le componenti libiche e con gli Stati esteri che le supportano.

La nomina di Mario Draghi a presidente del Consiglio consente tuttavia all’Italia di giocare in Libia un ruolo di primo piano. E non è un caso che la prima visita all’estero del neopremier sia stata proprio a Tripoli: un messaggio molto chiaro attraverso il quale Draghi ha indicato che il non prendere posizione è una conseguenza diretta di ciò che siamo e del dove siamo e non già del non saper scegliere.

Su fronte interno libico, poi, ci troviamo di fronte ad attori non governativi (milizie, kabile, contractors esteri) e qui siamo ben attrezzati, attraverso la nostra intelligence, a far leva su un approccio non convenzionale che ci consenta di raccogliere informazioni e mediare per prevenire l’acuirsi di dissidi.

L’Italia, inoltre, ha un formidabile strumento: garantiamo la maggior parte della produzione di petrolio e gas del Paese, indispensabili per la produzione di energia elettrica e, soprattutto, per le casse dello Stato, a oggi alimentate unicamente dai proventi delle vendite di idrocarburi.

La presenza dominante dell’Eni nel prossimo futuro non dovrebbe essere minacciata, come non lo è stata in passato. Gheddafi ha messo uomini di propria fiducia, soprattutto parenti, a capo delle istituzioni politiche ed economiche del Paese, ma la National Oil Company è sempre stata un’eccezione. Il raìs sapeva che era nell’interesse di tutti, in primis nel suo, avere una società efficiente che producesse risultati e dunque introiti. Così la Noc ha (quasi) sempre premiato il principio meritocratico e riconosciuto ai partner che si sceglieva, come l’Eni appunto, un ruolo centrale. Tutto lascia pensare che questo orientamento possa essere confermato, anche alla luce della limitata capacità tecnologica, per assenza di esperienza, delle società petrolifere turche.

Nel discorso di insediamento in Parlamento, Mario Draghi ha sottolineato che occorre restituire all’Italia un ruolo strategico nel Mediterraneo e ricostruire canali diplomatici, politici ed economici rilevanti anche per i rapporti con il mondo arabo.

La sfida consiste nel trasformare la centralità geografica del nostro Paese in centralità geopolitica.

Ma cosa può fare l’Italia, e soprattutto cosa non deve fare?

Non sono stati rari i casi di indignazione della politica e della società civile libica di fronte a dichiarazioni di diplomatici esteri, anche italiani, che offrivano consigli su questioni interne, prevalentemente di tipo elettorale. È una lezione da tener presente: sono i libici che devono costruire il percorso politico che ritengono più vicino alla struttura del proprio Paese. È una questione puramente interna, che ci piaccia o no.

L’Italia può e deve agire su altri piani. Grazie all’esperienza di Draghi, un contributo notevole può essere dato alla riunificazione delle Banche Centrali libiche, divise ancora tra entità che operano a Tripoli e in Cirenaica, un nodo centrale per la stabilità non solo economica della Libia.

Di fronte al comitato sanzioni delle Nazioni Unite può perorare la causa dello scongelamento dei fondi della Lia, situazione che è percepita dalla popolazione libica come una grave lesione della sovranità.

Dal lato economico, sarebbe necessario riattivare e in parte rivedere l’accordo di cooperazione del 2008 firmato da Gheddafi e l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Abbiamo alcune leve che in questo momento storico dobbiamo saper utilizzare: la credibilità internazionale di cui gode il presidente del Consiglio in carica, l’essenziale contributo dell’Eni al bilancio libico, la nostra attività di intelligence che ci consente di avere una profonda comprensione dei fenomeni locali (ma l’analisi non basta, occorre che questa sia strumento per l’azione), la volontà di molte grandi e medie imprese italiane di tornare o andare in Libia.

Ma la soluzione libica non passa solo da Tripoli o da Bengasi. La Libia è la Berlino degli anni Ottanta: un crocevia di emissari di Paesi stranieri che si scrutano e si confrontano.

Occorre dunque, affinché l’Italia diventi centrale anche dal punto di vista della geopolitica, che il nostro esecutivo abbia sulla sua scrivania dei telefoni rossi con Ankara, Mosca, Doha, Il Cairo, Abu Dhabi. L’ avvallo che ha ricevuto da Washington è condizione necessaria, ma non sufficiente.

Possiamo non essere d’accordo, e spesso non lo siamo, con alcune delle posizioni espresse da questi Paesi, ma tessere una fitta rete di relazioni e avere una chiara linea di azione è il solo modo per contare qualcosa nel Mediterraneo e dunque in Libia.

Alcuni episodi dovrebbero suonare come un campanello d’allarme riguardo al nostro ruolo nell’area. Per quanto riguarda gli Emirati Arabi Uniti, per esempio, la notifica del maggio 2021 del non rinnovo dell’autorizzazione a utilizzare la base di Al Minhad, strategica per la nostra presenza nella regione e per le operazioni di evacuazione dalla nostra base di Herat in Afghanistan, la mancata autorizzazione del sorvolo dello spazio aereo emiratino del volo militare che stava portando giornalisti italiani proprio a Herat per assistere all’ammaina bandiera non possono essere considerati semplici screzi.

Con la fine dell’embargo al Qatar da parte degli altri Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, nonché con la firma degli accordi di Abramo, vi è una ritrovata solidarietà, per quanto non ancora del tutto sedimentata, tra tutti i Paesi che operano nel Mediterraneo e in Libia. Non ci possiamo permettere di avere nemici – o comunque non simpatizzanti – perché le divisioni tra tutti questi Paesi si stanno assottigliando e il loro fronte si compatta.

Anche con la Francia, fino a non molto tempo fa antagonista dell’Italia sulla presenza in Libia, si sente la necessità di un maggiore coordinamento, soprattutto per azioni congiunte – non necessariamente militari – nel Sahel. Non dobbiamo dimenticarci che è da lì che nasce o transita il deprecabile traffico di esseri umani che dalle coste della Libia raggiunge l’Europa e l’Italia in primis.

Godere di maggiore credibilità significa anche essere temuti. La devastazione nel 2015 del cimitero italiano a Tripoli, Hammangi, dove sono deposti più di ottomila italiani, i continui confronti anche cruenti tra pescherecci italiani e guardia costiera libica che si concludono a volte con sparatorie e sequestri di mezzi ed equipaggi (a prescindere da chi abbia ragione o meno secondo il diritto del mare), il mancato riconoscimento o pagamento di crediti che imprese italiane vantano in Libia sono episodi inammissibili tra Paesi che si rispettano.

C’è da fare, insomma. Una strada lunga, che sarebbe imprudente e poco lungimirante non percorrere.

da “L’ombra di Gheddafi. Soldi terrore petrolio”, di Leonardo Bellodi, Rizzoli, 2021, pagine 352, euro 18

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