Formato da migliorareCosa (ancora) non va nella Conferenza sul Futuro dell’Europa

L’impressione di molti partecipanti alla seconda sessione plenaria è che durante i working group i politici fossero focalizzati solo sul loro intervento, spesso slegato dal resto del dibattito. Il comitato esecutivo promette di risolvere i problemi

LaPresse

Ombre e luci si rincorrono nella Conferenza sul Futuro dell’Europa, proprio come accade fra le passerelle del magnifico edificio del Parlamento europeo a Strasburgo. L’inedito evento di democrazia partecipata organizzato dall’Unione europea ha suscitato grande entusiasmo da parte dei cittadini coinvolti, che però non sembrano contenti di come stanno procedendo i lavori.

Nell’ultimo fine settimana si è svolta la seconda sessione plenaria della Conferenza, la prima al gran completo: 108 cittadini comuni (tra cui 27 scelti dai governi dell’Ue), 108 parlamentari europei, 108 deputati nazionali, 54 tra ministri e sottosegretari, tre commissari europei, 60 rappresentanti di realtà locali, associazioni e sindacati. 

Venerdì 23 ottobre era dedicato ai working groups, nove gruppi di lavoro a composizione mista incaricati di discutere un tema specifico: cambiamento climatico, salute, economia e giustizia sociale, ruolo dell’Ue nel mondo, valori e diritti, trasformazione digitale, democrazia europea, migrazioni, educazione/cultura e sport. A presiederli c’erano commissari, eurodeputati, ministri o parlamentari nazionali, ad eccezione dell’ultimo, affidato alla presidente dell’European Youth Forum Silja Markkula. Il giorno successivo è andata invece in scena la plenaria vera e propria: una giornata intera di interventi nell’emiciclo di solito riservato agli eurodeputati.

Se l’impatto della commistione fra politici di professione e cittadini ordinari è stato suggestivo, da parte di questi ultimi non sono mancate le critiche all’organizzazione. A partire dai gruppi di lavoro, giudicati perlopiù confusionari e poco efficaci, con l’eccezione di quello sulla salute, presieduto dal commissario Maroš Šefčovič, che ha raccolto feedback molto positivi.

«I politici hanno parlato molto, era difficile introdursi nel dibattito. La discussione è stata piuttosto superficiale, anche a causa del soggetto molto vago», dice a Linkiesta Piero Savaris, uno dei 13 delegati italiani dei cittadini. Altri hanno sottolineato come l’abitudine ai discorsi pubblici dia a ministri e parlamentari un notevole vantaggio e reclamato più tempo per esprimere le proprie idee.

L’impressione di molti è che durante i working group gli esponenti politici non fossero molto interessati a ciò che dicevano i cittadini, ma piuttosto focalizzati sul loro intervento, spesso slegato dal resto del dibattito. «È vero, potevamo parlare. Ma non c’era nessun avanzamento, visto che ognuno diceva la propria per un minuto. Ci hanno sentito, ma non ci hanno ascoltato davvero», ha detto un cittadino spagnolo durante la riunione riservata ai rappresentanti dei cittadini, riscuotendo l’approvazione generale. È sembrata evidente a tanti anche la mancanza di un filo logico nella discussione e diversi eurodeputati hanno confermato a Linkiesta lo scarso preavviso sulla scaletta di lavoro dei gruppi, che in alcuni casi non avevano nemmeno un ordine del giorno ed erano di fatto affidati all’improvvisazione di chi li presiedeva. 

Le cose non sono andate meglio nella plenaria. «Non c’è stato scambio, ma solo ascolto di cose dette e ripetute», dice a Linkiesta Rossella Pellarin, un’altra delle delegate del nostro Paese. In effetti, gli interventi ascoltati sono sembrati spesso retorici e inevitabilmente generici, visto che la sessione plenaria non aveva un tema specifico da dibattere. Anche le intenzioni dichiarate da molti esponenti delle istituzioni di «ascoltare la voce dei cittadini» si sono scontrate con la realtà di un’aula semivuota nel pomeriggio: i delegati comuni erano obbligati a restare fino alla fine del dibattito, mentre molti deputati e ministri si sono dileguati durante la pausa pranzo. Tra le lamentele più frequenti c’è pure la ripartizione del tempo di parola, visto che alcuni cittadini hanno dovuto modificare all’ultimo momento i propri interventi quando è stato comunicato loro il minutaggio a disposizione. 

Il sentimento più diffuso fra i delegati della cittadinanza è quello di essere stati «messi in ombra». Non solo dai membri politici della Conferenza, ma anche dai rappresentanti delle parti civili, che, evidentemente più avvezzi a questo tipo di dinamiche, si sono calati rapidamente nella parte. Durante la sessione plenaria, ad esempio, diverse volte i membri delle associazioni hanno usato la blue card, uno strumento che consente di fare una domanda a chi ha appena terminato il suo intervento. Con questo espediente, l’oratore ha la possibilità di rispondere e quindi raddoppia di fatto il proprio tempo di parola. 

In molti casi il giudizio complessivo è, finora, impietoso: «L’assemblea in questo formato non funziona. Non c’è tempo né modo per esprimere le proprie idee e le proprie difficoltà. Così il dialogo non si realizza veramente e i cittadini non risultano protagonisti di questo esercizio democratico», spiega a Linkiesta Laura Maria Cinquini, delegata dal quarto Citizens’ Panel. Certo c’è anche chi, come Ylenia Greco, cosentina che ha partecipato al working group di Šefčovič, fa una valutazione soddisfacente della giornata e anzi sottolinea l’importanza di avere per un giorno le stesse opportunità concesse a figure elette. 

L’impressione generale però è piuttosto negativa: diversi cittadini sono rimasti a tal punto infastiditi dallo svolgimento dei lavori, da riunirsi a metà del sabato per trovare un modo di esprimere le proprie rimostranze. Alla fine, hanno scelto di farlo direttamente in plenaria, con l’intervento di un delegato dei Paesi Bassi che ha sostanzialmente rivendicato più spazio e ottenuto gli applausi di tutto l’emiciclo. «Così organizzata, la Conferenza lascia davvero poco spazio agli input dei cittadini», sentenzia Kaspar Schulz, selezionato dall’Estonia per rappresentare il proprio Paese nella lista dei 27 cittadini comuni di nomina governativa. 

Le critiche devono essere arrivate all’orecchio degli organizzatori, perché i presidenti del board della Conferenza hanno già annunciato l’intenzione di migliorare gli aspetti più problematici. «Dovremmo ascoltare i suggerimenti e migliorare il dibattito. Molti ministri erano occupati in questi giorni da altri affari comunitari e non hanno potuto partecipare di persona», afferma a Linkiesta Gašper Dovžan, sottosegretario agli Affari Esteri sloveno, che nel tripartito comitato esecutivo rappresenta il Consiglio.

«La prossima volta ci sarà molto più tempo per i cittadini, sia nella plenaria che nei working group», ha invece assicurato in conferenza stampa Guy Verhofstadt, europarlamentare belga a cui il buon esito dell’evento sta particolarmente a cuore. Forse per questo, ha voluto sottolineare la coincidenza temporale della plenaria con il Consiglio europeo, circostanza che ha sicuramente sottratto interesse mediatico alla Conferenza sul Futuro dell’Europa. 

La concomitanza, tuttavia, si ripeterà anche il 17 dicembre, quando è prevista la prossima riunione dei capi di Stato e di governo dell’Ue. A meno che, come suggerisce Verhofstadt con una boutade, non si decida di spostare a Strasburgo anche il Consiglio.

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