Ma quale decrescitaIl pessimismo non azzecca una previsione fin dal XIX secolo

Il capitalismo e l’industrializzazione hanno arricchito l’umanità e continuano a farlo. Lo sviluppo economico porterà sempre più progresso, invenzioni, scoperte e benefici. Ma è necessario che non venga interrotto da guerre o da soluzioni politiche autolesioniste, come spiegano Deindre Nansen McCloskey e Art Carden nel loro ultimo libro (Luiss University Press)

di Ivan Bandura, Unsplash

L’editorialista Jonah Goldberg inizia il suo libro del 2018 Miracolo e suicidio dell’Occidente «con qualche affermazione molto pessimista»:

Il capitalismo è innaturale. La democrazia è innaturale. I diritti umani sono innaturali. Il mondo in cui viviamo è innaturale, e ci siamo capitati dentro più o meno casualmente. Lo stato naturale dell’umanità è quello di una povertà estrema punteggiata da violenze orribili, che termina in una morte prematura. È stato così per molto, molto tempo.

L’ultima affermazione è senza dubbio vera, ma non implica il fatto che il liberalismo sia innaturale o debba essere percepito come precario: una volta uscito il genio dalla lampada, le persone si sono rese conto che poteva renderle ricche. Nel genoma umano, il piacere della ricchezza è molto antico. Anche i cacciatori-raccoglitori se lo godevano, ma poi con l’agricoltura sono arrivati re e burocrati. Solo di recente gli umani hanno capito che possono sbarazzarsene. Bisogna ammettere che continuano a dimenticarsene, come gli israeliti che chiedevano a un re di prendere il dieci per cento dei loro campi e raccolti, oggi diventato il trentacinque per cento e anche di più. Goldberg ci consiglia di difendere il nuovo liberalismo, proprio come in 1984 George Orwell ci metteva in guardia da uno stivale che calpesta il volto umano, per sempre. Apprezziamo il suo invito a tenere gli occhi aperti, ma ne rifiutiamo il pessimismo.

Anche lo storico dell’economia Douglass North (1920-2015), nostro amico e maestro, tendeva al pessimismo, per esempio nel suo libro del 2005 “Capire il processo di cambiamento economico”:

La storia economica è una sconfortante sequenza di errori di comprensione che hanno portato a carestie, fame, sconfitte militari, morte, stagnazione economica e declino, fino alla scomparsa di intere civiltà. Basta sfogliare il giornale per capire che non si tratta solo di un fenomeno storico. A volte però non sbagliamo, come testimonia l’incredibile crescita economica degli ultimi secoli. Ma non è affatto scontato che debba avere successo per sempre.

Eppure, il Grande Arricchimento è arrivato e non sembra volersene andare, innaturale o no che sia. Certo, non è scontato. Il mondo può combinare qualche guaio, come accaduto per molto tempo dopo il 1914, con pazzi di destra e di sinistra, con l’ennesimo tentativo di “mettere alla prova il comunismo” in Venezuela o di “proteggere la nazione” da un tipo di commercio migliore e dall’immigrazione. Se non faremo guai, andrà avanti a lungo.

E lo farà contro una lunga lista di pessimismi che ritengono inevitabile la povertà. Dopo ognuna delle sei grandi crisi finanziarie a partire dal 1800, l’atmosfera si è saturata di storie dell’orrore sulla fine del miglioramento, sul consumismo che corrompe, sullo sfruttamento, sull’economica matura e ormai in declino, sul degrado ambientale e sull’inevitabilità delle disuguaglianze. E ogni volta, il miglioramento, messo incessantemente alla prova del mercato, ha provato che queste storie erano sbagliate. Lo storico e liberale britannico Thomas Babington Macaulay ci ha dato la risposta esatta già nel 1830:

Secondo quale principio, quando non vediamo altro che miglioramenti innanzi a noi, dovremmo aspettarci nient’altro che peggioramenti? Se profetizzassimo che nell’anno 1930 su queste isole vivranno cinquanta milioni di persone che avranno cibo, abiti e case migliori degli inglesi di oggi, che il Sussex e l’Huntingdonshire saranno più ricchi di quanto siano ora le più ricche parti del West Riding dello Yorkshire, che in ogni casa ci saranno macchine costruite in base a principi ancora da scoprire, in tanti ci prenderebbero per pazzi.

Chi era whiggish, ovvero liberale, borghese, orientato al progresso o più volgarmente favorevole a star meglio, pensava che le previsioni di Macaulay fossero giuste, anche riguardo alla popolazione della Gran Bretagna del 1930. Se conteggiamo anche la Repubblica d’Irlanda, che raggiunse l’indipendenza circa un secolo dopo l’era di Macaulay, quella previsione era sbagliata solo per il 2 per cento. Anche gli economisti pessimisti e anti-whiggish, che si palesano dopo ogni crisi – i titolisti li chiamano gloomster, i “deprimenti” –, non possono negare che l’umanità abbia davanti a sé cinquanta o cento anni nei quali Paesi poveri o emergenti come Sud Africa, Brasile, Haiti e Bangladesh raggiungeranno gli sbalorditivi livelli degli stipendi medi dei Paesi più ricchi.

Il premio Nobel Edmund Phelps, uno dei deprimenti, ritiene che molti Paesi ricchi siano oggi meno dinamici. Cina e India, dalla fine del Ventesimo secolo, hanno però abbracciato con convinzione il libero mercato e si stanno mettendo in pari, crescendo con notevole dinamismo (in modo molto variabile), a un tasso di circa il 6 per cento annuo a persona; la crescita cinese è stata addirittura superiore al 10 per cento annuo. Lo stipendio medio pro capite a livello mondiale sta crescendo in fretta, al tasso del 2 per cento l’anno. Può non sembrare molto, ma l’interesse composto è enorme. Il risultato sarà un incremento gigantesco del numero di scienziati, progettisti, scrittori, musicisti, ingegneri, imprenditori e affaristi in grado di inventare innovazioni delle quali beneficeranno anche i Paesi ricchi al momento poco dinamici. A meno che non crediate, come affermano mercantilisti e scuole di business, che un Paese debba “competere” per trarre giovamento dal progresso globale, anche questi colossi ormai privi di dinamismo si rialzeranno.

Per capire bene l’evoluzione dell’economia mondiale a partire dal 1800, e quel che accadrà nei prossimi cinquanta o cento anni di avanzamenti messi alla prova del mercato, è il caso di fermarci un attimo ad ascoltare la storia della “regola del 72”. Ogni persona istruita dovrebbe conoscerla.

Secondo questa regola, una cosa che cresce dell’uno per cento ogni anno – per esempio il reddito reale pro capite – raddoppierà in circa settantadue anni. Non è un concetto immediato senza un po’ di calcoli, ma per i bassi tassi di crescita accade proprio così. Provate a prendere una calcolatrice e moltiplicare 1,01 per sé stesso 72 volte. Se qualcosa cresce a un ritmo due volte più veloce, al 2 per cento invece che all’1 per cento, allora raddoppierà nella metà del tempo, trentasei anni. (Come abbiamo già detto, secondo le stime più prudenti è questa la velocità alla quale raddoppierà il reddito globale pro capite).

Un corridore che va al doppio della velocità percorrerà un miglio in metà del tempo e trentasei è la metà di settantadue. Allo stesso modo, se qualcosa cresce del 3 per cento ogni anno, raddoppierà in un terzo del tempo, pari a ventiquattro anni. Qualcosa che cresce del 4 per cento, raddoppierà in un quarto del tempo, cioè diciotto anni. E così via. La formula dice pertanto che qualcosa che cresce secondo un tasso pari a 1 per cento l’anno, raddoppierà in 72/i anni. L’approssimazione della regola del 72 diviene meno esatta con i tassi di crescita molto alti: ovviamente qualcosa che cresce del 72 per cento annuo non raddoppierà in un anno. Ma per i tassi di crescita che stiamo considerando ora, del 2, del 7 o del 12 per cento l’anno, può andar bene.

Ora riflettiamo. Se prendiamo il 9 per cento di tasso di crescita aggregata pro capite relativamente al 37 per cento della popolazione mondiale che vive in Cina e in India, nel resto del mondo potrebbe esserci anche letteralmente una crescita zero pro capite e complessivamente, a livello mondiale, avremmo comunque una crescita media del reddito reale pro capite pari a 0,37 × 9, ovvero del 3,3 per cento; un po’ più rapida perfino rispetto al grande boom postbellico del 1950-’72 che segna la ripresa dalla Grande Depressione e dalla guerra.

Se il resto del mondo continua a crescesse secondo il tasso del 1973-2003 (pari all’1,56 per cento annuo a persona, senza considerare l’aggiustamento dovuto alla migliore qualità della vita) e a questo sommiamo la crescita prodigiosa di Cina e India, pure ipotizzando che questi Paesi continuino a costituire la stessa percentuale della popolazione globale, il risultato finale sarebbe pari a (0,37 × 9,0) + (0,63 × 1,56), ovvero al 4,3 per cento annuo a livello mondiale, il più alto tasso di tutti i tempi.

Se la crescita mondiale fosse anche più bassa, poniamo che si attestasse al 4 per cento pro capite, il risultato sarebbe il raddoppio del benessere materiale di una persona media nel lasso di tempo di una “generazione breve” (ripetiamo, 72/4 = 18 anni), senza calcolare una spinta ulteriore data dalle economie di scala a livello mondiale. Ciò significherebbe quadruplicare il risultato nel giro di due generazioni brevi, solo 36 anni, facendo arrivare il reddito reale medio su base mondiale ai livelli raggiunti nel 2012 negli Stati Uniti, il Paese che per più di un secolo ha avuto il reddito pro capite più altro tra tutte le nazioni più grandi della Norvegia. Mica male. E contribuirebbe a risolvere molti dei problemi – se non tutti i problemi – che riguardano l’ambiente e le vite umane.

Se il mondo non si dedicherà in modo permanente a guerre e rivoluzioni che possono uccidere la gallina dalle uova d’oro, potremmo arrivare a una rapida crescita del reddito pro capite potenzialmente illimitata. Non nella nostra vita, o in quella dei nostri bisnipoti, ma nel 2120 tutti saranno ricchi il doppio di un cittadino statunitense attuale, e saranno centuplicati gli ingegneri e gli imprenditori che miglioreranno l’utilizzo dell’energia nucleare, la cattura del diossido di carbonio e la trasformazione della spazzatura in plastica biodegradabile. L’umanità potrà allora riconsiderare i limiti della sua crescita.

Applichiamo la regola del 72 al mondo di oggi, nel quale il Patto Borghese viene o meno accettato. Con un tasso annuale di crescita del 6 per cento a persona in posti come Cina e India – che saggiamente hanno dato una netta sterzata verso il Patto Borghese –, il reddito raddoppia in circa dodici anni (72 diviso 6 fa 12). Al tasso del 12 per cento che la Cina ha raggiunto più volte prima che Xi Jinping cominciasse a schiacciare il dissenso, si sarebbe trattato di solo sei anni. I risultati sono visibili nella stupefacente modernità delle città cinesi. Con il raddoppio a sei anni, basta una generazione di ventiquattro anni per testimoniare comfort e possibilità offerti da questi quattro moltiplicatori di benessere (2 × 2 × 2 × 2 fa ben 16).

Come è successo in Cina, così sta accadendo in India, seppur più lentamente, e si tratta di due posti che negli anni Sessanta, quando McCloskey ancora studiava, venivano considerati casi disperati. Esempi precedenti di Paesi molto rapidi nel rimettersi in carreggiata sono quelli di Svezia e Giappone alla fine del Diciannovesimo secolo o di Irlanda e Taiwan dalla metà alla fine del Ventesimo secolo. I risultati cinesi, in altre parole, lasciano a bocca aperta per la loro portata, ma non sono unici. Parlare di “modello cinese” significa pertanto fare confusione. Se Cina e India possono farcela, significa che qualunque Paese grande o piccolo che decida di adottare le loro stesse politiche economiche liberali può farcela. Non c’è niente come il Patto Borghese. (Imploriamo i politici di Brasile e Sud Africa di stare molto, molto attenti alle lezioni che offre la storia dell’economia.)

Secondo la Banca Mondiale, fino al 2030 la Cina crescerà solo del 4 per cento annuo, ma il risultato sarà comunque una popolazione che avrà quasi raddoppiato la propria ricchezza. Dwight Perkins e Thomas Rawski, specialisti di economia cinese, nel 2008 ipotizzavano una crescita percentuale annuale tra il 6 e l’8 per cento fino al 2025, anno in cui i cinesi avrebbero avuto in media uno standard di vita pari a quello degli Stati Uniti negli anni Sessanta del Novecento. Nel 2020, il traguardo è già molto vicino.

Durante i loro esperimenti illiberali e collettivisti dagli anni Cinquanta agli anni Settanta del Novecento, Cina e India sono state governate in modo pessimo. Certo non si può credere che per qualche motivo genetico cinesi, indiani, africani e latinoamericani debbano rivelarsi sempre peggiori degli europei. Semplicemente il comunismo maoista e le leggi gandhiane erano l’opposto del Patto Borghese, un Patto Bolscevico: «Sono un esperto di tirannia, lasciate che vi costringa fisicamente a mettere in atto un sistema economicamente fallimentare che mi è venuto in mente l’altra sera, e vi renderò tutti poveri».

In Cina nel 1978 e in India nel 1991 è stato dunque dirompente anche solo lasciare che le persone aprissero negozi e fabbriche a proprio piacimento, previa una bustarella a qualche politico locale. Era come essere ancora nella Chicago degli anni Ottanta dell’Ottocento. Come ha scritto Perkins già nel 1995: «Quando la Cina ha smesso di impedire attività del genere […] sono spuntati dappertutto negozi, ristoranti e servizi di ogni tipo […] poiché i cinesi non avevano dimenticato come si commercia o come si porta avanti una piccola attività».

Il popolo ha acclamato “Il Patto Borghese. Uno spettacolo in tre atti”: «Nel primo atto lasciate che noi della classe media, assieme alla classe operaia che vuole diventare classe media, come Edison che consegna i giornali o Carnegie figlio di un tessitore, possiamo in pace acquistare a poco e vendere a tanto, trovando il modo che ci sembra migliore per fare le cose. Forse ce la caveremo meglio di quei geni a Washington che propongono politiche industriali. Lasciateci tenere i profitti se riusciremo a produrli, così come, seppur malvolentieri, accetteremo le perdite in caso di fallimento. (E però sarebbe molto bello se il borsellino dello Stato ci tirasse fuori dai guai con la pianificazione industriale.) Ancor più malvolentieri, accettiamo che nel secondo atto altre persone arriveranno sul mercato e ci faranno concorrenza, maledetti. (E però sarebbe molto bello anche se il governo ci affidasse un monopolio stabile tramite norme e brevetti.) Il tempo passa, e nel terzo atto avremo ormai reso ricchi tutti voi». E dal 1800 a oggi è proprio quello che è successo.

Se il Grande Arricchimento avesse reso solo i ricchi più ricchi, lasciando i poveri così com’erano, non ci potremmo certo dire soddisfatti, anzi, ci uniremmo ai nostri vecchi amici socialisti sulle barricate. Impiccate i banchieri! Si dà però il caso che i poveri siano stati i veri vincitori, come non ci stanchiamo di dire (quando vi deciderete ad ascoltarci?!).

La proverbiale frase “Il ricco diventa più ricco e il povero diventa più povero” poteva aver senso nel mondo a somma zero di prima del Grande Arricchimento. Oggi è una stupidaggine, per quanto sia divertente dirla con un sorrisetto saputello. Nel suo classico del 1942 “Capitalismo, socialismo e democrazia”, Schumpeter ricostruiva quel che chiamava «il successo del capitalismo»: «La regina Elisabetta possedeva calze di seta. Il successo del capitalismo non sta nel fornire un maggior numero di calze di seta alle regine, ma nel metterle alla portata di giovani operaie industriali in cambio di uno sforzo di lavoro continuamente decrescente».

Dal 1942 a oggi, il reddito medio negli Stati Uniti è quadruplicato. Significa che le calze di seta sono quattro volte più alla portata delle operaie industriali. È questo che vogliamo festeggiare. E che cerchiamo di spiegare.

da “La grande ricchezza. Come libertà e innovazione hanno reso il mondo un posto migliore”, di Deirdre Nansen McCloskey con Art Carden, Luiss University Press, 2021, pagine 216, euro 20