L’anti-algoritmoSpezzare Big Tech va bene, ma sarebbe meglio parlare meno sui social

Le piattaforme spingono gli utenti a esprimersi su tutto, favoriscono interazioni senza senso e producono dati. Un meccanismo che genera la diffusione di teorie assurde e pericolose che può essere fermato in un modo solo

di Waldemar Brandt, da Unsplash

Forse il vero problema di internet, oltre alla scarsa trasparenza delle grandi piattaforme, gli impegni quasi mai mantenuti di controllo su fake news e hate speech, è che si parla troppo. Gli utenti sono invitati da comunicare con amici, conoscenti e perfino sconosciuti. Le idee di chiunque possono viaggiare in tutto il pianeta, si può battibeccare (in teoria) con capi di Stato e al tempo stesso guardare video di gattini o di no-vax.

Insomma, secondo questo articolo dell’Atlantic, il problema non è, come aveva detto Umberto Eco, che i social hanno dato diritto di parola a «legioni di imbecilli». È peggio: il problema è che lo hanno dato a legioni di persone. Che non smettono di usarla, inquinando ogni conversazione.

Negli anni pre-internet gli scambi e le conversazioni erano più limitate. Per quantità, occasioni e numero di interlocutori, si parlava meno. Era molto raro che ciò che veniva detto superasse la cerchia dei presenti o, al massimo, dei conoscenti. Era possibile registrare un discorso, per esempio, ma era impossibile che questo potesse raggiungere persone sconosciute in altri Paesi in pochissimo tempo.

Con i social le cose sono cambiate: dagli anni Dieci del nuovo secolo le normali dinamiche di comunicazione sono state riscritte a favore di una cosiddetta disintermediazione (che in realtà è una nuova intermediazione, stavolta non nelle mani di radio, giornali e televisione ma di nuove aziende tecnologiche) e, soprattutto, del processo di engagement.

È proprio questo, cioè l’incentivo strutturale dei social a far comunicare gli utenti tra di loro, la leva dei guadagni di società come Facebook. Le piattaforme spingono le persone a parlare, molto più di quanto non fossero abituate prima e, forse, molto più di quanto sia lecito, almeno secondo i principi del numero di Dunbar, che fissa a 150 il numero massimo di interazioni significative per ogni essere umano. Si tratta di una teoria – elaborata dallo psicologo britannico Robin Dunbar 30 anni fa – che, in quanto a solidità scientifica, ha molto in comune con la magia. Resta però vero, o almeno credibile, il fatto che i legami importanti di un individuo siano limitati a numeri molto bassi.

È l’opposto di quanto i social vogliono. Gli utenti sono spinti ad aggiungere alle cerchie virtuali sempre nuove persone, con l’obiettivo di moltiplicare le interazioni (Facebook – sempre lui – non spinge a salutare i nuovi contatti per ragioni di cortesia) e di conseguenza il patrimonio di dati a loro disposizione. Non solo: l’algoritmo deve trattenere il più a lungo possibile l’utente sulla piattaforma e per questo propone contenuti e idee sempre nuove, e pazienza se finisce per dare risonanza a quelle più provocatorie e pericolose.

Nella struttura virtuale di queste piattaforme, in cui i legami più stretti e quelli più deboli hanno la stessa presenza, lo stesso aspetto e la medesima incidenza, il contenuto nuovo si distingue per originalità senza che sorgano eccessive remore sulla sua attendibilità. È così che è cresciuto, per esempio, il seguito di QAnon, creando le premesse per l’assalto al Campidoglio lo scorso gennaio.

Il social si basa allora su immense quantità di utenti e di dati: questo impedisce un serio controllo dei contenuti, è un ostacolo alla rimozione degli account più pericolosi (anche perché contrasta con il modello di business stesso) e determina un accumulo della chiacchiera e delle sciocchezze in rete con effetti a volte tragici. La soluzione ideale, continua l’Atlantic, va oltre lo scorporo delle società più grandi come Facebook, che pure è cosa buona e giusta. Occorre fare di più: limitare le interazioni.

I limiti, del resto, esistono già: i tweet, per esempio, non possono superare i 240 caratteri. I video di Youtube per gran parte degli utenti non devono superare i 15 minuti. Su LinkedIn non si contano più i contatti quando superano quota 500 (un modo silenzioso per suggerire che, forse, sono troppi). Perché non limitare anche i post? Ogni utente potrebbe scriverne massimo uno al giorno, o alla settimana, o al mese. Perché non fissare una quota di utenti con cui si può interagire di volta in volta (ad esempio, non più di 15)?. Perché – ancora – non decidere, sempre intervenendo sull’algoritmo, che certi contenuti non possono superare i confini nazionali, o regionali? O che, superato un certo lasso di tempo, scadono e non sono più visibili?

Sono tutte cose che, dal punto di vista tecnico, si potrebbero fare. Il risultato sarebbe un abbassamento della tensione del dibattito, evitando la diffusione di fake news e contenuti di odio, e migliorando la salute mentale degli utenti. Si riprenderebbe il gusto di rapporti umani più profondi e sinceri. Una decrescita felice virtuale: a perderci, certo, sarebbero i social, che non potrebbero contare sui profitti derivati dall’engagement. Una svolta dolorosa, ma necessaria per tutti.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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