Sex, Giarrusso e ddl Zan La surreale gara per diventare trending topic dei parlamentari che ci meritiamo

Blair, Clinton e D’Alema facevano politica per cambiare le prime pagine dei quotidiani, anche a rischio di cambiare per sempre la storia. Ma oggi che dei giornali non importa più niente a nessuno, l’obiettivo dei loro successori è fare il pieno di cuoricini

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«La politica si fa per ragioni politiche, cretina». Le prime sette parole me le ha dette Massimo D’Alema, era il 2004. L’ottava era nel tono.

Lo stavo intervistando. Cioè, stavo cercando di farmi trattare a pesci in faccia, perché non c’è niente di più noioso delle interviste ai politici, se non diventano ritratti caratteriali.

Non l’ho incontrato altre volte, ma quella volta non m’è parso che farsi pescinfacciare da D’Alema fosse difficilissimo, il che lo rendeva l’intervistato ideale (se non sei il genere d’intervistatore complessato che si vuole sentir dire «bella domanda»).

Insomma, gli avevo detto una cosa tipo «eh ma se le ragioni umanitarie valevano in Kossovo allora valevano anche in Iraq», e lui era stato così educato da non dirmi «non riconosceresti una ragione umanitaria neanche se te la consegnassero in una confezione di Prada», così educato da non dirmi «cretina», ma era davvero esasperato che servisse ribadirmi l’ovvio: la politica si fa per ragioni politiche.

Ci ripensavo ieri, leggendo quelli che si domandavano se Enrico Letta sapesse che non c’erano i voti per la legge Zan, e l’avesse quindi mandata a schiantarsi con la sbrigatività con cui Guccini diceva di scrivere canzoni allorché di malumore («di solito ho da far cose più serie: costruir su macerie, o mantenermi vivo», che è un’impeccabile allegoria della finanziaria, o dei nomi per il Quirinale).

È peggio se lo sapevi e sei cinico o se non lo sapevi e sei fesso? Se la politica si fa per ragioni politiche, vale una sola delle risposte.

Ma magari la politica si fa per caso, o perché gente che vuol vendere i giornali ti forza la mano. Su Sky c’è un documentario sui Murdoch secondo il quale la Brexit è cominciata nel 1997. Non sarebbe mai successo, se i tabloid non si fossero fatti per vendere. Era successo che Blair aveva scritto un pezzo democristiano sull’Europa; e allora il direttore del Sun aveva detto ad Alastair Campbell «io questa roba che non dice niente non la pubblico»; e aveva poi suggerito a Campbell che, per avere un senso, l’articolo dovesse dire che l’Inghilterra non sarebbe mai entrata nell’euro senza un referendum. Nigel Farage – che dice al documentarista che, se Blair non avesse pagato il prezzo di quella promessa di referendum in cambio del sostegno di Rupert Murdoch, allora l’Inghilterra avrebbe aderito all’euro – sostiene che senza quell’articolo non ci sarebbe mai stata la prima pagina «Il Sun appoggia Blair», né tutto quel che è venuto nei vent’anni successivi, con la Brexit come naturale conclusione.

La politica si fa per cambiare le prime pagine, quindi? E adesso che dei giornali non importa più niente a nessuno, si fa per cambiare i trending topic? (Mercoledì sera – con tutto quel che era successo con la Zan – la prima tendenza italiana era «Giarrusso», cognome d’un deputato europeo che era lo scandale du jour perché – sintetizzo – incapace d’improvvisare una traduzione in inglese del concetto «il prosecco non ce lo dovete toccare». Quando tra vent’anni rileggerò quest’articolo, non saprò di cosa parlassi in queste righe – almeno le prime pagine del Sun restavano inequivocabili, quando gli scandali duravano più d’un giorno – ma saprò quel che conta: che il dramma della Zan bocciata era stato battuto da quello del prosecco non tradotto).

All’ottava ora di American Crime Story: Impeachment, che è cominciato la settimana scorsa su Fox, arriva Bin Laden. Nel senso: arriva il momento in cui i generali dicono a Clinton che forse sanno dov’è, che si potrebbero sganciare dei missili e risolvere il problema, ma sanno che non è un buon momento, che l’opinione pubblica potrebbe pensare a un tentativo di distrazione. È il 1998, e Monica Lewinsky ha appena consegnato la prova d’accusa più a buon mercato della storia della politica (o del patriarcato, a seconda del secolo da cui guardate la storia). Forse non è una buona idea, non dicono ma implicano i generali, fare quello che sgancia missili per far dimenticare che in un qualche ufficio della procura c’è un vestito di Gap con macchie del suo dna.

Clinton – che è Clive Owen, che non gli somiglia per niente, ma fa quel tratto inconfondibile che è la voce di Clinton con una precisione da sosia, e quindi un po’ ci credi che sia andata davvero così – dice: non datemi consigli politici. La politica si fa per ragioni politiche, poi vai a sapere se siano più politiche le ragioni di lavasecco o quelle di guerra santa.

American Crime Story è senza dubbio la televisione più interessante della stagione in corso, e lo è come lo sono certi matrimoni: per i suoi difetti, per i suoi limiti. Perché non puoi non crederci, ma non puoi neanche non vedere i trucchi del mestiere. Ryan Murphy – il cliché dell’uomo di successo di questo secolo: un gay padre di famiglia multimilionario – neanche ci prova a dirci di non prestare attenzione al prestigiatore dietro la tenda: uno dei vantaggi dell’aver studiato da gay è che dal Mago di Oz hai imparato qualcosa.

Sulla tenda che protegge la finzione – la finzione che quella sia una ricostruzione oggettiva dell’anno abbastanza crudele in cui un presidente che non sapeva tenersi i pantaloni abbottonati cambiò la storia – ci sono le impronte di Murphy, di Monica Lewinsky (produttrice), della politica identitaria, del nuovo femminismo: del presente. La tv si fa per ragioni presenti (chissà come sarà la Zan raccontata da uno sceneggiatore del 2040).

E quindi diventa, senza mai bisogno di calcare la mano, una storia in cui le donne sono tutte vittime, e gli uomini tutti meschini; e una storia di passato remoto, in cui a un certo punto Clinton compie 52 anni e dice «sono un vecchio», e tu pensi ai cinquantaduenni di oggi, con le magliette con le scritte e il rifiuto di considerarsi adulti e di prendere decisioni irreversibili: tutto è provvisorio, anche il sesso cui appartieni (potrebbero tatuarselo, gli adultescenti di oggi: i tatuaggi sono l’unica irreversibilità che gradiscano).

Le campagne per fare d’un tema privato una battaglia politica si fanno per ragioni politiche, o per superare il prosecco nelle tendenze di Twitter, o per vendere biografie? E gli scrutini segreti, quelli si fanno per ragioni politiche o per ragioni di coscienza? C’è un omosessuale che scriveva benino e che, un po’ più d’un secolo fa, si fece un po’ di galera inglese per sodomia (sì, si andava in galera; non che questo c’impedisca di ritenere il presente l’epoca in cui gli omosessuali sono più perseguitati nella storia dell’umanità). Scriveva quell’inglese che tutto, ma proprio tutto, riguarda il sesso; tutto, tranne il sesso: il sesso riguarda la politica.

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