Quesiti linguisticiSi può dire “deficitare”? Risponde la Crusca

Il verbo “deficere” non è sopravvissuto in italiano soltanto nella forma di “deficit”, ma le tracce restano anche in “deficiente” e “deficienza”

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Alcuni lettori ci chiedono se “esista” in italiano il verbo deficitare; alcuni si domandano se si possa al suo posto usare il latinismo deficere. Un lettore domanda se deficitario e deficiente siano sinonimi, mentre altri chiedono il perché della presenza della i in deficiente e deficienza.

Risposta
Alla domanda espressa nel titolo si può rispondere che è proprio così: per il momento i principali dizionari dell’uso dell’italiano (Vocabolario Treccani, GRADIT, Devoto-Oli, Zingarelli 2020) non registrano la forma deficitare di cui, in realtà, iniziano a esserci numerose attestazioni nella lingua corrente con significato di ‘mancare, essere carente’. Impostando una ricerca su Google (pagine in italiano, 21/1/2021) si rileva questa situazione: per l’infinito deficitare 2.710 occorrenze (alcuni esempi: “i beni primari di cui un Paese non dovrebbe mai deficitare”; “le soluzioni continuano a deficitare”; “potrebbero deficitare del giusto apporto di questa vitamina”); per le forme flesse abbiamo verificato: defìcitano 5.510 (“deficitano di polso”; “I tutorial deficitano un po’ in agosto”; “tanti smartphone deficitano sul livello sonoro”; “i campioni normalmente deficitano di ferro”); defìcita 13.200 (“il clacson deficita un po’”; “lei deficita di logica o ha bevuto”; “deficita un po’ di umorismo”; “se l’atto deficita di questi elementi”; “deficita di materiale scolastico e di un’infermeria”); deficitiamo 688 (“noi italiani deficitiamo in capacità di narrare”; “a criticare son tutti bravi, a proporre deficitiamo tutti (scusate il deficitiamo, ma mi viene così)”; “condizione fisica di cui deficitiamo per motivi anagrafici”). Una situazione dunque che, nel suo insieme, attesta non solo una certa diffusione del verbo, ma l’avvenuta integrazione nella morfosintassi con la presenza delle diverse forme con prevalenza, com’è naturale, delle terze persone.

Molto più contenute le presenze sui giornali: nell’archivio della “Repubblica” si rintracciano solo tre occorrenze di deficitano di cui la prima del 24/8/2006 (“tra gli spettacoli deficitano i grossi nomi del panorama musicale”); soltanto una di deficita in un articolo sportivo in cui viene notato, con un uso assoluto del verbo che ne sottolinea anche il tono ironico, che “Milinkovic deficita” (11/11/2019). Nell’archivio del “Corriere” deficitare ricorre una sola volta in un articolo del 17/5/2018 (“oltre a deficitare di una rivoluzione francese […] l’universo mondo musulmano pendola fra più interpretazioni di quelle scritture”) mentre le altre forme coniugate non compaiono mai.

Giustamente alcuni dei nostri interlocutori si e ci domandano come mai in italiano sia entrata solo la forma latina deficit e non il verbo deficere da cui deriva. In effetti, il verbo latino, di cui deficit è la terza persona singolare del presente indicativo (‘manca’), passa in italiano soltanto come voce dotta con impieghi rari ed esclusivamente letterari; non si radica nella lingua comune in cui lo stesso significato è veicolato da numerosi sinonimi (mancare, difettare, scarseggiare, non bastare, essere carente) e lo troviamo ancora circolante nel linguaggio corrente ormai quasi soltanto grazie alla famosa sentenza latina melius abundare quam deficere, peraltro spesso citata solo nella prima parte melius abundare…, con sfumature di significato variabili a seconda dei cotesti in cui la si pronuncia.

La parola deficit, base del verbo deficitare, si è però diffusa come sostantivo maschile (il deficit), ed è entrata in italiano attraverso il francese, dove figurava almeno dal 1798 all’interno di inventari per indicare articoli mancanti (come segnalato nel Trésor de la langue française informatisé: “Il y a plusieurs déficit dans cet inventaire“, Ac. 1798-1878); con la stessa funzione, nella forma abbreviata def. (deficit), la ritroviamo come formula negli apparati critici (tradizionalmente scritti in latino) dei testi manoscritti per segnalare parti mancanti di testo, con il valore letterale di ‘è privo, manca (di una sezione di testo)’.

La prima diffusione del termine in Italia è probabilmente avvenuta nel periodo immediatamente precedente alla Rivoluzione, in cui circolavano frequenti e insistenti notizie sulla situazione critica delle finanze francesi, afflitte appunto da un grave deficit. Lo Zingarelli data infatti la parola al 1783, mentre il primo esempio riportato nel GDLI, col significato etimologico di ‘carenza, scarsità’, è tratto dalle Novelle di Domenico Luigi Batacchi, 1791: “E ognun pensa fra sé: Quand’ella torna / il Re non avrà deficit di corna!”); ritroviamo poi la parola, nell’accezione economica, ripetuta più volte in uno scritto di Giuseppe Mazzini del 1842 dedicato alla cerimonia per l’Anniversario della scuola italiana gratuita in Londra in cui a più riprese si insiste sui problemi di bilancio dell’istituto (si cita dalle Opere, ed. a cura di Luigi Salvatorelli, II, Scritti, Milano, Rizzoli, 1956):

Dichiarò il deficit con volto d’uomo che confida nell’aiuto dei buoni e depositando lo Stato Generale dell’Amministrazione nelle mani de’ sottoscrittori, offrì a qualunque volesse sincerarsi dell’esattezza, comunicazione dei documenti (p. 332);
Esiste un deficit di lire 50 […] come risulta dallo Stato Generale dell’Amministrazione della Scuola (p. 346);
Ah! se noi non credessimo che nell’altro mese potremo annunziare cancellato quel deficit ai nostri lettori, dispereremmo, non dell’Italia […] ma dell’attuale generazione Italiana (p. 348).

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