Shylock eternoLa menzogna antisemita degli ebrei inventori del capitalismo

Il libro di Francesca Trivellato, pubblicato da Laterza, esplora una leggenda che per secoli ha accompagnato lo sviluppo dei primi strumenti finanziari (come le lettere di cambio), tanto da essere ripresa come verità dai pensatori illuministi. Ora è caduta nel dimenticatoio, ma racconta una ennesima storia di diffidenza e pregiudizio

di Joshua Sukoff, da Unsplash

Cleirac giunse così a formulare la sua prima tesi: «Le lettere di cambio e le polizze d’assicurazione sono ebraiche di nascita, sia per invenzione che per denominazione». Ogni espulsione venne accompagnata dalla confisca dei beni degli ebrei, i quali prima di partire – spiega l’autore – consegnarono mercanzie e denari nelle mani di persone di loro fiducia; e per riscattare il valore di questi beni all’estero, inventarono le lettere di cambio. Cleirac ne sottolineava quindi le caratteristiche di opacità – «biglietti scritti con poche parole e sostanza» –, e così facendo inaugurava un tema sui cui la letteratura successiva continuerà a tornare.

Abbiamo visto nel capitolo precedente come dietro la terminologia tecnica e le frasi laconiche delle lettere di cambio si annidassero innumerevoli diritti e obblighi. Ma il vantaggio di omettere le formule prolisse e circonvolute utilizzate da avvocati e notai poteva tramutarsi in un inconveniente. L’opacità delle lettere di cambio rendeva diffidenti quanti non erano in grado di decifrarne tutti i codici, separando così gli insider dagli outsider nei mercati del credito.

Agli occhi dei cristiani, l’opacità era anche un tratto distintivo degli ebrei, che riguardava tanto la loro infedeltà religiosa quanto la loro slealtà economica, e li rendeva sospetti di essere una cricca di infedeli dedita ai raggiri. Per i cristiani, insomma, gli ebrei erano enigmatici come una lettera di cambio: avevano respinto la natura divina di Cristo e continuavano a seguire tradizioni e riti che i cristiani trovavano incomprensibili e irrazionali. La pubblicazione, nel 1637, della prima spiegazione dei rituali religiosi ebraici destinata a un pubblico cristiano, la “Historia de’ riti hebraici” del rabbino veneziano Leon Modena, non servì a dissipare questa impressione diffusa; ancora all’epoca della Rivoluzione francese, i massimi fautori dell’eguaglianza dei diritti per gli ebrei invocarono l’eliminazione dell’yiddish (descritto talvolta come un «gergo todescoebraico-rabbinico»), perché lo consideravano da un lato un segno di ignoranza e dall’altro la fonte di infiniti raggiri perpetrati da prestatori ebrei ai danni di poveri contadini ignari di quella lingua.

Dopo aver inventato questi portentosi biglietti (un’affermazione che, apparentemente, non richiedeva ulteriori prove), secondo Cleirac gli ebrei impiegarono le loro superiori abilità finanziarie per assicurarsi di «non essere truffati al cambio» o addirittura «per ricavarne un profitto». In questa storia, gli ebrei e pochi prestatori cristiani loro adepti erano gli unici depositari di tutte le conoscenze utili, sia riguardo al cambio della valuta straniera, sia riguardo al valore intrinseco delle monete metalliche, comprese quelle sullo svilimento (cioè la diminuzione del contenuto di metallo prezioso), sul signoraggio (ovvero i redditi ricavati dalle autorità sulla coniazione di nuova moneta) e sulla tosatura (cioè la rasatura del metallo prezioso dai bordi della moneta).

Cleirac, e con lui i suoi lettori, davano dunque per scontato che gli ebrei possedessero la perizia necessaria per controllare la volatilità dei mercati finanziari. Agli occhi dei cristiani, gli ebrei erano un gruppo di interesse coeso e dotato di un talento innato per il commercio, che disponeva di un indebito vantaggio sui propri concorrenti e prosperava ingannando clienti male informati.

Le accuse di infedeltà in materia di religione e di opportunismo in materia di economia si rafforzavano a vicenda. Cleirac sembra aver scelto con cura le parole: sebbene fossero entrate nell’uso corrente all’epoca in cui scriveva, quelle con cui si riferiva agli ebrei erano pur sempre cariche di significati teologici. Affermava infatti che gli ebrei erano stati banditi dalla Francia «per i loro misfatti e crimini esecrabili», una formula di origine ecclesiastica entrata nel linguaggio comune con riferimento a ebrei ed eretici.

Descriveva inoltre gli ebrei come «furbi infami» (dove infami significa, secondo l’etimologia, privi di fama, cioè di pubblica fiducia o reputazione, pertanto sforniti di una qualità indispensabile per partecipare alla vita sociale) e «persone prive di coscienza». Per lui gli ebrei erano sempre separati dal mondo che li circondava e, nutrendo «diffidenza» anche nei confronti di coloro che li aiutavano a fuggire, fecero tesoro della loro destrezza per tramutare «i rischi e i pericoli di un viaggio» in «un dono o un prezzo modesto», ovvero in profitto.

Questa presunta ossessione degli ebrei per il guadagno era un sintomo della loro separazione dalla società cristiana e del loro mettere le proprie abilità finanziarie al servizio dell’interesse personale invece che di quello collettivo.

In un libretto più tardo (pubblicato un anno prima della sua morte), dedicato esclusivamente alle lettere di cambio (un genere di monografia allora relativamente nuovo) e intitolato Usance du négoce, il linguaggio di Cleirac si caricava ulteriormente di significati teologici. Non solo qualificava di nuovo gli ebrei come «infami», ma giungeva ad affermare che il commercio di lettere di cambio non si era mai affrancato dal «suo peccato originale, cioè la perfidia ebraica». Perfidia era un’altra parola chiave del linguaggio teologico, ricca di echi e risonanze. Derivata dalla parola latina che indicava il rifiuto degli ebrei di riconoscere la natura divina di Cristo, transitando nelle lingue volgari europee acquisì un significato al contempo più ampio e più minaccioso e divenne sinonimo della generale inaffidabilità degli ebrei e della loro esclusione dalla cristianità.

Perfidia era anche un lemma strettamente legato all’usura. Il canone 67 (Quanto amplius) del Concilio Lateranense IV del 1215, dedicato interamente all’usura ebraica e citato da Cleirac nel suo commento sull’assicurazione marittima, prendeva le mosse dalla nozione che «la perfidia degli ebrei» (Iudaeorum perfidia) – ossia ciò che li spingeva a esigere tassi di interesse esorbitanti – era cresciuta in proporzione alla capacità dei cristiani di astenersi dal prestito a interesse, e dunque drenava denaro e risorse dalla comunità cristiana.

Poco dopo il Concilio Lateranense IV, il re di Francia fece realizzare un manoscritto riccamente illustrato dove questi e altri precetti dottrinali vennero tradotti in un sinistro repertorio visivo. Il commento di Cleirac rivela la straordinaria longevità della retorica e dell’immaginario antigiudaici medievali: intorno alla metà del XVII secolo era ancora possibile attingere a una serie di consolidate associazioni lessicali e discorsive per dipingere l’assicurazione marittima e le lettere di cambio come «ebree di nascita» e frutti di un «intrigo ebraico».

da “Ebrei e capitalismo. Storia di una leggenda dimenticata”, di Francesca Trivellato, Laterza, 2021, pagine 384, euro 25