Coalizione anti NetanyahuNel nuovo governo di Israele entra un esponente dei Fratelli musulmani

Non c’è ancora la fiducia del Parlamento, ma solo nello Stato ebraico può accadere che il vice ministro degli Interni sia un arabo-israeliano islamista

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Un arabo, di più, un arabo israeliano esponente dei Fratelli Musulmani vice ministro degli Interni. È questa la novità più importante, ancora più della fine del ciclo di potere di Benjamin Netanyhau, dell’accordo tra otto forze politiche eterogenee per formare un nuovo governo in Israele annunciata mercoledì notte da Yair Lapid.

È la prima volta nei 73 anni della democrazia israeliana che un partito arabo entra a pieno titolo in un esecutivo (nel ’92 Rabin ottenne un appoggio esterno di un partito arabo per firmare gli Accordi di Oslo con Arafat) a dimostrazione che la piena integrazione della minoranza araba è più che possibile nello Stato Ebraico.

Ed è interessante notare che l’accordo programmatico firmato da Ráam (così si chiama il partito arabo guidato da Mansour Abbas) prevede politiche di integrazione dei beduini del deserto del Negev (gli ultimi nella società israeliana), la costruzione di case popolari e il contrasto alla criminalità nei quartieri arabi. Dunque, concretezza, politica del fare e mediazione politica. Insomma, la fine del settantennale Aventino nel quale si è sterilmente rifugiata la rappresentanza della minoranza araba in Israele (il 20% della popolazione) e l’inizio di un protagonismo politico che di fatto contrasta quella frattura tra le due componenti che è emersa nelle ultime settimane negli scontri di piazza tra arabi ed ebrei nelle città miste e a Gerusalemme.

E non si pensi che Mansour Abbas sia esponente di una componente progressista, al contrario è esponente dei Fratelli Musulmani, quindi un integralista sul terreno della morale e dei costumi, ma che pragmaticamente cerca e accetta il compromesso in nome di riforme sociali e di welfare per la propria base elettorale.

È interessante notare che questo ingresso nel governo di Israele della componente araba, corrisponde alla fuoriuscita della componente ebraico ortodossa dei partiti religiosi ebraici. Perno dei governi Netanyhau, ma nel passato anche alleati dei governi laburisti, i rappresentanti politici degli Haredim non possono più difendere dalle posizioni di governo i privilegi della propria base elettorale. Dunque un passo in avanti per la laicità dello Stato.

Detto questo, non si può che sottolineare la estrema fragilità di questa nuova coalizione israeliana che vede uniti due partiti di destra, due partiti di sinistra, tre partiti di centro e un partito arabo. Questo, perché in realtà il collante più forte di questa coalizione è escludere dopo 12 anni Bibi Netanyhau dal potere, non altro.

È quindi prevedibile che su temi scottanti – in primis le colonie ebraiche in Cisgiordania e il dialogo con i palestinesi – questo esecutivo sarà caratterizzato dall’immobilismo. Non così nella politica estera: Yair Lapid che la guiderà ha un solido feeling con gli Stati Uniti e incrementerà al massimo le enormi potenzialità di accordi economici aperte dagli Accordi di Abramo.

Di certo, questo esecutivo avrà tutte le possibilità per sviluppare una politica economica – elemento decisivo nelle scelte degli elettori israeliani – moderna e liberale iscritta peraltro nella biografia del nuovo premier Naftali Bennet che è diventato milionario grazie alla sua impresa di cyber security.

Insomma, questo esecutivo tenta ora di superare una dinamica politica e governativa da sempre dominata dai blocchi dei partiti tradizionali, dando rappresentanza unitaria alle tante e a volte contraddittorie componenti di una società israeliana eterogenea come poche al mondo. È un esecutivo completamente de-ideologizzato che vede l’uno assieme all’altro il partito dei coloni, il partito arabo, la sinistra radicale ebraica, i tre partiti dei ceti urbani laici, il partito degli immigrati russi e il partito dei fuoriusciti dal Likud.

Un esperimento politico dalle molte fragilità ma che può riuscire. Il tutto, non va dimenticato, a patto che i 61 parlamentari che tra una settimana dovranno votare la fiducia alla Knesseth al governo Bennet non si facciano incantare dalle sirene di Netanyhau.

Il premier sconfitto sta infatti tentando di tutto e di più per convincere a defezionare anche solo uno o due parlamentari dei partiti che hanno firmato il patto di questa coalizione che gode di 61 voti parlamentari, non uno in più rispetto alla minima maggioranza richiesta. Se questo accadrà – e non è escluso – si andrà alle quinte elezioni politiche in due anni.