L’Ungheria è vicinaLa minaccia non è il fascismo del 1922, ma i fascisti del 2021

La tragedia di un fronte democratico diviso tra chi teme la dittatura del politicamente corretto e chi si preoccupa della deriva neoliberale, mentre una parte crescente della destra europea e anche americana (come mostra un angosciante reportage del New York Times) si sposta su posizioni antidemocratiche

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Il dibattito sul carattere reale o immaginario, fondato o strumentale della minaccia neofascista è diventato, come si usa dire oggi, tossico. Ma soprattutto deprimente.

Due settimane fa esponenti di un’organizzazione neofascista hanno fatto irruzione nella sede della Cgil, devastandone gli uffici, e se non fossero stati fermati dalla polizia – peraltro assai tardivamente – avrebbero fatto altrettanto con il parlamento e Palazzo Chigi, evidentemente ispirati dall’assalto al congresso americano, compiuto il 6 gennaio scorso dai sostenitori di Donald Trump.

Il punto decisivo che sembra sfuggire a una parte dei commentatori è che entrambi gli episodi, l’aggressione fascista al sindacato in Italia e l’assalto fascista al parlamento negli Stati Uniti, sono già accaduti. Non si tratta di ipotesi di cui si possa discutere la verosimiglianza: sono fatti. E i fatti realmente accaduti non sono, in senso stretto, né verosimili né inverosimili. Sono veri.

Dunque non ha alcun senso nemmeno la diffusa obiezione secondo cui oggi sarebbe ridicolo parlare di fascismo, perché l’Italia e il mondo di oggi sarebbero molto diversi da quelli del 1922. Insomma, dovremmo fare un po’ come Totò in quel vecchio sketch in cui raccontava ridendo di come un energumeno l’avesse insultato e malmenato in mezzo alla strada, gridandogli: «Pasquale, figlio d’un cane!». Dovremmo restarcene tranquilli mentre i fascisti assaltano sindacati e palazzi delle istituzioni, perché tanto noi non ci chiamiamo mica Pasquale, e loro non si chiamano Benito Mussolini.

Il problema che dovrebbe preoccuparci non è il fascismo del 1922, ma i fascisti del 2021, che non mancano, in Italia, in Europa e nel mondo. E il cui modello, ormai tanto al di qua quanto al di là dell’Atlantico, è il primo ministro ungherese Viktor Orbán, come racconta un angosciante reportage di Elisabeth Zerofsky sull’ultimo numero del Magazine del New York Times a proposito della deriva illiberale della destra americana.

L’inchiesta mette in luce come si stia diffondendo sempre di più, in America come in Europa, una destra che non fa alcun mistero di guardare all’Ungheria o alla Polonia come a un modello. Un modello che eufemisticamente chiamiamo «democrazia illiberale», ma che è di fatto il tentativo di instaurare gradualmente un regime, eliminando l’indipendenza della stampa, del mondo economico e del potere giudiziario, attraverso un sapiente miscuglio di corruzione, intimidazione e violenza.

Molto più dei saluti romani o delle foto con chincaglieria mussoliniana, ciò di cui bisognerebbe chiedere conto ai leader della destra italiana, da Giorgia Meloni a Matteo Salvini, sono i loro rapporti e la loro dichiarata ammirazione per Orbán. È l’inquietante somiglianza della loro propaganda e dei loro slogan.

La tragedia è che mentre una parte della destra europea e americana prende questa pericolosissima strada, in Italia la sinistra, i liberali e i democratici in generale, sonnambuli incapaci di vedere altro che le loro personali idiosincrasie, si dividono tra chi denuncia l’avvento della dittatura del politicamente corretto e chi il regime dei banchieri, chi la minaccia di una tassa patrimoniale e chi la deriva neoliberale, in un dibattito degno di un gruppo di adolescenti alla prima occupazione, dopo più di uno spinello.

In quell’America in cui un presidente uscente, avendo perso le elezioni, ha tentato apertamente di impedire il regolare passaggio di poteri, non è lecito discutere della minaccia alla democrazia rappresentata dai progressisti di Bernie Sanders o Alexandria Ocasio-Cortez, magari perché vorrebbero alzare un po’ le tasse, e tantomeno della destra «neoliberale» (che è esattamente il primo bersaglio dei fascio-trumpiani).

Analogamente, dovrebbe essere altrettanto impensabile, per qualunque liberale in buona fede, fare discorsi simili a proposito del centrosinistra, nel paese in cui appena tre anni fa Luigi Di Maio chiedeva in piazza la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica per il rifiuto di nominare un ministro delle Finanze no euro, e poco dopo Matteo Salvini promuoveva campagne d’odio contro i migranti direttamente dal ministero dell’Interno, e Giorgia Meloni ripeteva gli slogan orbaniani (per non citare paragoni più antichi) contro George Soros, i «soldi degli usurai» e il «piano di sostituzione etnica». Un classico della propaganda orbaniana, ripreso ora dalla destra trumpiana negli Stati Uniti, che in Italia, è giusto ricordarlo, è stato portato in televisione dal futuro senatore grillino Gianluigi Paragone, e online da tutta quella costellazione di blogger, pseudo-intellettuali e attivisti casaleggesi da cui la Bestia salviniana prima e Fratelli d’Italia poi non hanno fatto altro che copiare.

Allo strabismo di certi liberali, d’altra parte, fa da perfetto contraltare l’ampia schiera di politici e intellettuali di sinistra pronti a marciare uniti e compatti al fianco di Rocco Casalino e Giuseppe Conte, pur di impedire l’avvento del regime draghiano, renziano, calendiano o confindustriale. E questo dovrebbe essere il fronte antifascista.

La tragedia dei democratici – con la minuscola e con la maiuscola, intesi sia come dirigenti di partito, sia come intellettuali, giornalisti, opinionisti – sta tutta qui: nell’incapacità di distinguere da dove venga davvero il pericolo. Quello stesso pericolo autoritario di cui pure parlano tutti i giorni. Forse perché, abituati da troppo tempo a dire cose in cui non credono, quando capita loro di avere ragione finiscono per non accorgersene nemmeno.