«Populismo classista»La maleducazione della sardina con infondata autostima e la dittatura del caruccismo

È un ottimo momento per approfittarsene, se sei una donna. Come ha fatto una giovane biondina a Piazzapulita che borbottava costantemente impedendo a un maschio di rispondere a una domanda che lei stessa gli aveva fatto. Pronostico per lei un ruolo da ministro entro cinque anni

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È un ottimo momento per approfittartene, se sei una donna. Ci pensavo giovedì sera, mentre una biondina con infondata autostima (e quindi sardina, movimento politico d’elezione dei biondini con inspiegabile autostima) borbottava costantemente impedendo a un maschio di rispondere a una domanda che lei stessa gli aveva fatto. Il conduttore provava a dirle di lasciar replicare l’altro ospite, ma non poteva sbottare «ahò, e basta un po’» come avrebbe plausibilmente fatto con un uomo altrettanto maleducato: a una donna «stai zitta» non lo puoi dire, sennò diventi protagonista d’un bestseller sul (tuo) maschilismo.

In C’eravamo tanto amati, un film del 1974, Giovanna Ralli interpretava l’ereditiera cessa di cui s’innamorava Vittorio Gassman. Era un’ignorante che tentava di sembrare colta, che diceva di non poter mangiare «idrocarburi» intendendo «carboidrati», che trovava «molto tosto» il romanzo suggeritole da Gassman (I tre moschettieri), che si compiaceva del suo ruolo di spettatrice di Antonioni e lettrice forte («Si vede che non hai letto il Siddharta»). Oggi quel personaggio lì non potrebbe che essere interpretato da una belloccia, perché non esistono più figlie di ricchi coi dentoni e gli occhiali dalle lenti spesse, perché al cinema e nei talk show vige la dittatura del caruccismo.

E infatti la biondina è assai caruccia, e neanche ti viene da infierire quando dice all’interlocutore che il suo è un «populismo classista», e perché non un’acqua asciutta, ragazza mia. («Populismo» ha superato «radical chic» nella classifica delle parole che vorrebbero dire tutt’altro e vengono ormai usate come un generico segno di disprezzo dell’interlocutore). La biondina è belloccia, dice cose a caso, e probabilmente non mangia idrocarburi. Pronostico per lei un ruolo da ministro entro cinque anni.

È un ottimo momento per approfittarsene, con la scusa delle donne. La scuola cattolica, film sul delitto del Circeo tratto dal romanzo di Edoardo Albinati, esce al cinema vietato ai minori di 18 anni. Ha senso vietare ai minori un luogo – il cinema – dove è probabile entrino quanto in una balera e in una cabina telefonica? A quei minori che hanno YouPorn sul cellulare e possono vedere ben di peggio senza pagare il biglietto? Probabilmente no, ma sottolineare l’insensatezza del «vietato ai minori» nel 2021 sarebbe una scelta meno furba di quella fatta dai distributori. Che hanno comprato pagine pubblicitarie sui quotidiani e, sulla locandina del film, hanno stampato a caratteri cubitali «CENSURATO IL FILM CHE DENUNCIA LA VIOLENZA SULLE DONNE».

È un ottimo momento per il ricatto dialettico: se metti il divieto ai diciotto, sei a favore della violenza sulle donne. (Ho il sospetto che, a parte gli stupratori, siamo un po’ tutti contrari alla violenza sulle donne; ho altresì il sospetto che gli stupratori non verranno rieducati da un film, non più di quanto i guidatori spericolati siano stati rieducati dal Sorpasso e i rapinatori da Die Hard). Ma hanno ragione loro, «Non vogliamo abolire il criterio per cui uno stupro dev’essere vietato ai minori: vogliamo una deroga per lo stupro inserito in uno storytelling educativo» è una richiesta senz’altro sensata.

È un ottimo momento per approfittarsene, se sei una buona che prospera grazie ai cattivi. Sulla copertina dell’edizione italiana di Vogue c’è Chiara Ferragni, intervistata (per così dire) da Michela Murgia. La direttrice di Vogue l’altro giorno ha giustamente approfittato del non funzionamento per mezza giornata di Instagram per dire che nell’intervista la bionda e la mora avrebbero affrontato anche quel tema: dove sarebbe Chiara Ferragni senza Instagram. In realtà nell’intervista – nella quale come sempre Chiara Ferragni non dice assolutamente niente: non è mai il momento giusto perché i giornali italiani la smettano d’avere ipertrofica fiducia nel formato-intervista e chiedano agli scrittori di farsi venire loro un’idea e di ritrarre un personaggio il cui mestiere non sono le parole, invece di chiedergli di inefficacemente raccontarsi – la domanda è cosa farebbe la Ferragni se Zuckerberg le togliesse l’account come l’ha tolto a Trump; e la risposta è che non succederà mai, perché lei è una dei buoni, mica usa la piattaforma come la usava quel cattivone di Trump.

In contemporanea Time ha una copertina in cui al faccione di Zuckerberg si sovrappone la finestra che ci chiede conferma quando stiamo per cancellare un’app: siamo sicuri di voler eliminare Facebook? Se Zuckerberg fosse una donna, chissà se potremmo indicarlo con tanta disinvoltura come simbolo di tutti i mali, o se finirebbe come giovedì sera in tv, con la sardina che dice che le critiche alla Raggi sono sessiste perché la criticano come persona (e la personalizzazione della politica e quindi del discorso attorno a essa è una cosa che mai mai mai avviene coi maschi, da Berlusconi a Trump, da Renzi a Sarkozy).

E se Zuckerberg l’avesse fatto apposta? Se il blackout dell’altro giorno fosse stato non un imprevisto ma un monito? Guardate come sarebbero le vostre giornate senza poter mandare vocali ai vostri flirt, senza poter guardare in diretta le giornate della Ferragni, senza poter condividere i più imbarazzanti momenti dei talk politici.

Se non fosse stato un malfunzionamento ma il modo in cui Mark ci annaoxeggia che, senza di lui, la vita sa di fumo e di malinconia, e per distrarci finisce che ci tocca persino andare al cinema?

Non m’ero mai accorta, prima del blackout, che Mark fosse l’innominato protagonista di quella canzone, quello che sa che «sarebbe inutile parlare ancora dei problemi miei», e infatti i social di Mark sanno che vogliamo solo fotografare pizze, «così mi chiedi se ho mangiato o no». Non m’ero mai accorta che il Festivalbar dell’83 avesse previsto i social, e i problemi nostri di donne e di fotografatrici di tramonti sul Tevere («senza di te cosa si fa nei pomeriggi troppo blu»).

Scusaci, Mark. Pensavamo che i problemi fossero il maschilismo, il populismo, il sovranismo. E invece il problema è che, senza di te, libertà è il nome d’una bugia.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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