Il Mandela col cerchiettoIl riposo del sardino e altre megalomanie del prossimo assessore al frisbee di Bologna

Il trentaquattrenne Mattia Santori fa politica da un anno e mezzo, ma è già stanco di non avere la gloria che ritiene di meritare. Come si fa a non invidiare questi trentenni la cui soglia d’attenzione s’è formata su storie Instagram da quindici secondi?

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Non chiederti, sardina, cosa puoi fare per la tua città: chiediti cosa la tua città può fare per te. La sardina se lo chiede e si risponde, in un’intervista sulle pagine bolognesi di Repubblica in cui parla delle duemilacinquecentottantasei preferenze prese con toni che sarebbero appropriati se avesse, chessò, sconfitto l’apartheid in Sudafrica.

Se duemilacinquecentottantasei voti vi sembrano una miseria, è perché lo sono: sono un cinquantesimo dei libri venduti da Giorgia Meloni. (Se pensate che non si possa paragonare l’autobiografia d’una capa di partito a una candidatura in consiglio comunale, ripensateci).

Ma il fatto è che i numeri sono tutti minuscoli, in queste amministrative nelle quali agli elettori era richiesta la brutta fatica di scrivere il nome del preferito sulla scheda: niente emoji, tutte quelle lettere da mettere in fila nell’ordine giusto e scrivendo a mano senza T9, sarete mica matti, già non si può votare con lo spid.

Le pagine milanesi di Repubblica parlano di «recordman» quando si riferiscono a Pierfrancesco Maran, che ha superato le novemila preferenze. Perlopiù, chi è stato eletto a Milano lo è stato con assai meno di duemila.

I numeri sono relativi, altrimenti non bisognerebbe supplicare perché partecipino a programmi televisivi da milioni di spettatori personaggi che poi volentieri si prestano a dirette Instagram che quando arrivano a diecimila visualizzazioni c’è da stappare lo schiumante.

I numeri ti danno alla testa, se sei sardina. Ripercorriamo l’intervista del primo presidente nero eletto negli Stati Uniti – cioè, no, scusate: del primo uomo col cerchietto nei capelli eletto al consiglio comunale di Bologna.

«Non è stato facile per me: ho subito tanti attacchi […] Il risultato parla da solo». L’epica del consiglio comunale prosegue con «Non vengo da una scuola cinica», e con la mia risposta preferita, quella alla domanda su un eventuale assessorato: «Sarà Lepore a decidere, ma chi non si aspetterebbe il riconoscimento di un ruolo essendo il primo degli eletti nel Pd? Un’attesa fisiologica, poi si vedrà… In questi anni ho saputo realizzare senza un soldo eventi che hanno coinvolto decine di migliaia di persone, iniziative che hanno animato la vita culturale, sociale e sportiva della città. Non sono l’ultimo arrivato quando si tratta di lavorare, ho un curriculum che mostra che so fare le cose. Se tutto questo sarà riconosciuto per me sarà gratificante dopo due anni di così pochi riconoscimenti dalla politica».

Mi gira la testa davanti a queste righe che vanno da (traduzione mia) «non decido io gli assessorati ma sarebbe uno scandalo se non me ne dessero uno», a tutt’un’autocertificazione di «io valgo». C’è, nel trentaquattrenne Mattia Santori (mi rendo conto ora che della sardina non avevo ancora detto il nome, ma d’altra parte non è che se dico «quello del New Deal» debba specificare «Roosevelt», no?) che sente d’aver fatto la gavetta perché ha organizzato qualche manifestazione, nel mitomane che fa politica da un anno e mezzo ed è già stanco di non avere la gloria che ritiene di meritare, tutta la sua generazione.

Su Facebook martedì parlava di persone che «hanno lavorato dentro e fuori le sardine per ricucire il rapporto tra politica e cittadini. Un rapporto su cui abbiamo lavorato da quel fatidico 14 novembre e che oggi compie 691 giorni». Neanche le mamme di Facebook contano con tanta enfasi i compimese compisettimana compigiorno dei pargoli. Meno di due anni detti col tono con cui uno direbbe di lavorare al risultato dal congresso di Livorno: come si fa a non invidiare questi trentenni la cui soglia d’attenzione s’è formata su storie Instagram dai quindici secondi?

Nel 1993 Giorgia Meloni aveva sedici anni. Videomusic aveva deciso di fare un programma in cui i giovani si confrontavano col ministro dell’istruzione. Tra i liceali selezionati c’era anche la Giorgia sedicenne (oltre a Pierfrancesco Majorino, oggi europarlamentare Pd). A volte la madre diceva a Flavia Fratello (che aveva ideato e conduceva il programma) che Giorgia non poteva venire in trasmissione, «domani c’ha il compito», ma più spesso la Meloni era lì, a chiedere libri gratis per gli studenti poveri. Avanzamento veloce di tre decenni, e le giovani stelle nascenti della politica invece di andare al liceo vanno per i quaranta, e quel che chiedono alla società è lo stadio del frisbee.

Tra un sobrio «ho fatto il botto» e l’altro, Mattia Santori spiega di essersi «sporcato le mani prima di misurarmi con una candidatura in politica». Immagino si riferisca a quando è andato a mangiare la mortadella con Stanley Tucci. Il quale in quell’occasione, sulla Cnn, lo definì «un fascinoso Che Guevara italiano» – evidente effetto del pignoletto.

Insomma, adesso che ha lavorato tanto, il sardino può riposarsi e godersi il giusto premio delle preferenze, sentirsi arrivato, ritenere che la società abbia capito il suo valore. Tutto questo mentre, riportano senza mettersi a ridere i giornali, sta facendo eremitaggio a Ronzano, sui colli bolognesi. Un eremitaggio che sembra più un’happy hour, considerato che dice d’aver seguito lo spoglio coi genitori e si fotografa continuamente con altra gente (forse non sa cosa significhi «eremitaggio», d’altra parte quando sei impegnato a sporcarti le mani, riempire curriculum di non si sa bene cosa, strutturare il piano Marshall, attendere riconoscimenti, beh, non è che ci si possa aspettare tu abbia tempo anche per ampliare il lessico).

«Nei voti che ho preso rivedo tante facce dei volontari e dei militanti del PD», scriveva due giorni fa Santori facendo l’analisi della vittoria su Facebook. «Rivedo le cene da migliaia di persone a cui ho partecipato in questi mesi. Rivedo una bellezza che non può non essere protagonista di un lavoro sulla partecipazione politica che andrà fatto nei prossimi anni, a Bologna e in tutta Italia. Oggi qualcuno si lecca le ferite e qualcun altro festeggia i voti guadagnati sul campo. State pure certi che noi apparteniamo alla seconda categoria».

Ma, se hai fatto cene da migliaia di persone e alla fine solo in duemilaecinquecento hanno scritto il tuo nome sulla scheda – nonostante tu abbia liberato l’Italia dall’invasore e sia il figlio naturale di Churchill e di Hillary Clinton, di De Gasperi e di Nilde Iotti, di Pertini e di Angela Merkel – ecco, allora, lo dico con tutto il rispetto che si deve a uno statista autopercepito, non dovresti farti qualche domanda sulla relatività dei numeri, caro prossimo assessore al frisbee?