SleepwalkersLandini e l’incoscienza di una classe dirigente sempre sull’orlo della bancarotta

Dopo quattro anni a giocare con l’uscita dall’euro e la crisi istituzionale, il governo Draghi è riuscito miracolosamente a rimettere l’Italia sul binario giusto. Non era scontato e non è detto che duri, a giudicare dall’alto tasso di inconsapevolezza e irresponsabilità del dibattito in corso su pensioni e non solo

di Ante Hamersmit, da Unsplash

Nel caso non ve ne foste accorti, sono quattro anni che danziamo in stato di semincoscienza sull’orlo della crisi. Nel 2018 abbiamo giocato apertamente con l’ipotesi di uscire dalla moneta unica, prima per l’idea di mettere un no euro al ministero dell’Economia, in nome del quale abbiamo rischiato pure una crisi istituzionale, e poi per il deficit al 2,4, cioè per quota cento e reddito di cittadinanza.

Nel 2019, nonostante il cambio di governo, o per meglio dire di maggioranza, abbiamo scoperto che in fondo le misure bandiera del precedente esecutivo non andavano così male nemmeno al Pd, e poco è cambiato. Nel 2020, con lo stesso approccio, abbiamo affrontato pure la pandemia, a forza di stati generali e conferenze stampa a strascico, bonus monopattini e banchi a rotelle.

In breve, se siete ancora vivi, se non vi trovate in una caverna e state leggendo queste righe dallo schermo di un computer invece che su un foglio scritto a mano, alla luce di una lampada a olio, la ragione è che nel 2021 quell’equilibrio regressivo è stato rotto, al governo è arrivato Mario Draghi, populisti e demagoghi sono stati messi in condizione di nuocere un po’ meno e a occuparsi della campagna vaccinale è stato messo il generale Francesco Paolo Figliuolo. Il punto è semplice: non era scontato che accadesse e non è scontato che duri.

Il problema è che l’intera classe dirigente – non solo i partiti – appare del tutto inconsapevole tanto del pericolo appena scampato quanto dei rischi futuri. Inconsapevolezza e irresponsabilità sono le caratteristiche dominanti del dibattito in corso.

Emerge drammaticamente, una volta di più, la fragilità della cosiddetta società civile: degli intellettuali, a cominciare da certi filosofi, come dei sindacati, a cominciare dalla Cgil, cui Maurizio Landini ha impresso una curvatura populista che ha poco a che fare con la sua storia, scavalcando ormai persino i grillini, e rischiando di confondersi sempre più con la Lega.

Lo scontro sulle pensioni è solo l’ultimo passo di una discesa cominciata da tempo. Terreno su cui – lo dico a bassa voce, sperando di non essere smentito da successivi cambi di rotta prima ancora di avere finito l’articolo – il Partito democratico di Enrico Letta sembra avere tenuto invece una posizione saggia ed equilibrata.

Il sindacato sembra invece deciso ad andare allo scontro su una posizione populista, pur sapendo che un cedimento simile da parte del governo rischierebbe tra l’altro di indebolire enormemente la nostra posizione in Europa, confermando i peggiori stereotipi sulla politica italiana. Ma tutto questo, sempre a proposito di inconsapevolezza e irresponsabilità, è ancora il meno, e forse si potrebbe persino giustificare, considerando la composizione degli iscritti al sindacato e lo stato generale della società e della politica italiana, se non arrivasse al termine di una sequenza mozzafiato: dall’assurda battaglia contro il green pass al modo in cui la Cgil ha gestito la stessa risposta all’assalto neofascista.

Era proprio necessario, per esempio, fissare la manifestazione alla vigilia del voto per le amministrative? E soprattutto era ragionevole, responsabile, serio, convocare un corteo di solidarietà in risposta all’assalto neofascista e poi scrivere nei volantini che si sfilava contro il fascismo, certo, ma anche «per ridurre l’età pensionabile»? E alimentare analisi e retroscena su come e perché da quella piazza sarebbe venuto il rilancio del ruolo politico della Cgil, con le solite teorie sul vuoto da colmare, a onta di quegli stessi partiti accorsi a manifestare e a solidarizzare? Per un attimo sembrava di essere tornati ai tempi della «coalizione sociale», quello strano tentativo landiniano di farsi un partito-che-non-era-un-partito, e che non si è mai capito cosa fosse, finito prima ancora di cominciare.

Vecchi giochetti che stridono atrocemente dinanzi alla grandezza dei problemi e dei pericoli di oggi, per la salute e per la democrazia, per le istituzioni, per la politica, per gli stessi sindacati, che meriterebbero una difesa più conseguente e più seria.

Dopo gli anni di piombo, per decenni, sinistra e sindacati si sono potuti vantare del fondamentale contributo dato dalle loro organizzazioni e dai rispettivi leader alla salvezza dell’Italia. Con il coraggio di dire la verità a chi non la voleva sentire, senza esitare a schierarsi anche contro una parte del proprio mondo.

Quando saremo usciti dalla pandemia, quando potremo parlare al passato tanto delle sue conseguenze sulla salute di milioni di persone quanto dei suoi pesanti effetti economici e sociali, la Cgil di Landini avrà ben poco di cui vantarsi. Quanto alla sinistra, il momento di dimostrarsi all’altezza di tanta retorica – passata, presente e futura – è adesso.