Due mesi a NataleIl miglior panettone creativo profuma di anice stellato

Si chiama Anis ed è prodotto nella pasticceria Napoleone di Rieti. Secondo i giurati del concorso nazionale che celebra l’artigianalità della pasticceria italiana è il più buono tra i lievitati della sua categoria

È targato Rieti il miglior panettone creativo d’Italia: Domenico Napoleone, vincitore della categoria “Miglior panettone creativo dolce” al Panettone Day (ne abbiamo parlato anche qui), è salito sul podio accanto ad Alessio Rannisi e Alessandro Luccero. Il suo lievitato ha convinto Cracco, Massari e gli altri giurati del concorso, grazie all’equilibrio dei sapori e al profumo sicuramente fuori dal comune.

Anice stellato, caramello e cioccolato fondente sono i protagonisti di questo dolce soffice e fragrante: «Già due anni fa avevo vinto nella categoria dedicata al cioccolato ruby», racconta Domenico Napoleone. «E quest’anno ho voluto cimentarmi con il panettone creativo. Con giurati del calibro di Carlo Cracco volevo proporre qualcosa di davvero particolare, che avesse un gusto del tutto nuovo. L’idea è venuta dal caffè con l’anice stellato che mio fratello ed io ci concediamo ogni mattina. Ma l’abbinamento con il caffè mi sembrava scontato, e poi ho pensato che il panettone devono poterlo mangiare anche i bambini. Così ho provato ad aromatizzare la pasta lievitata dei cornetti. Ci sono voluti un po’ di assaggi per calibrare le dosi, ma l’idea era ormai chiara. Non mi aspettavo però di vincere una seconda volta. Il merito è di tutto il gruppo, siamo una pasticceria a conduzione familiare. È stata mia sorella, ad esempio, a dare il nome al panettone».

E la pasticceria Napoleone di Rieti ora si prepara ad affrontare un Natale che si annuncia carico di ordinazioni: «Ho già iniziato a preparare i panettoni. Proporremo, oltre all’Anis, quello al cioccolato ruby, il tradizionale, quello al cioccolato fondente, quello con cioccolato pistacchio, e poi il Sabino, amatissimo, preparato con l’olio extravergine della Sabina, una vera dedica alla nostra terra».

Non mancherà il pandoro, quello classico e quello golosissimo con i marron glacés. Il legame con i dolci del Natale della pasticceria Napoleone è fortissimo: «Facciamo panettoni dal 1979», spiega con orgoglio il pasticciere, che racconta come suo zio lavorasse all’Alemagna, a segnare una sorta di legame con Milano. Ma, proprio per superare i milanesi, i fratelli Napoleone si sono impegnati al massimo, nella ricerca di ingredienti di qualità in primo luogo. «Un esempio su tutti, i canditi. A noi quelli dei panettoni industriali non piacevano. E a molti non piacciono: oggi quando faccio assaggiare i miei canditi riesco a convincere anche i più scettici. Li mangiano perfino quei bambini che di solito proprio non ne vogliono sapere».

E la ricerca della qualità è continua: «Non sono mai soddisfatto, in ogni panettone che faccio mi sembra che ci sia sempre qualche imperfezione, qualche dettaglio da sistemare, e contemporaneamente ho la sensazione di migliorare di continuo. Sono nove anni che partecipo al Panettone Day, e per sette non ho vinto nulla. Ma ogni concorso ti migliora, con il confronto con i colleghi, con i consigli raccolti, con l’esperienza. Mi spiace solo che dei veterani sono rimasto solo io che ho 56 anni».

L’esperienza di Domenico è davvero tanta: «Ho iniziato a 14 anni, qui in via Sant’Agnese. Adagio adagio ci siamo allargati, siamo passati da 40 metri quadri a 200, e ancora vogliamo espanderci. Ho iniziato a lavorare con mio fratello maggiore, che ora non c’è più: per me portare avanti il suo lavoro è stata una sfida, e insieme un gesto di amore e rispetto. Pietro era bravissimo, un maestro vero, lavorava il cioccolato in modo incredibile: ricordo una Ferrari tutta di cioccolato e un’Italia in miniatura che regalò al presidente Napolitano. Il lavoro ci tiene uniti nel ricordo».

La famiglia è la chiave di volta di ogni racconto di Napoleone, tanto che la cosa più bella che gli è successa il giorno della vittoria al concorso è stata una telefonata di sua madre: «Ha novantadue anni», spiega, «e dopo che mio papà è morto, quando avevo solo dieci anni, ci ha allevati lei tutti e sei da sola. Mi è suonato il telefono mentre tornavo da Milano. Era lei, mi ha detto: “Tu mi tieni in vita”».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club