Dietrofront, pleaseIl patent box è stato lo strumento ideale per aiutare l’innovazione italiana: non abrogatelo

Il modello produttivo del nostro Paese non si basa su megacentri di ricerca ma su tante aziende piccole e medie molto competitive che fanno sviluppo proprio mentre fanno impresa. Ma ora una “semplificazione” annunciata in Gazzetta ufficiale nasconde la scomparsa dell’agevolazione che più le ha sostenute negli ultimi anni

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Il decreto legge 146, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 21 ottobre 2021, prevede all’articolo 6 una “semplificazione della disciplina del patent box”. È bene, in primo luogo, chiamare le cose con il proprio nome: qui siamo in presenza di una abrogazione del patent box, non di una sua semplificazione.

Il patent box rappresenta una misura per agevolare l’innovazione nelle aziende, introdotta nel nostro ordinamento con la Legge di bilancio del 2015. Le imprese che investono sull’innovazione, e che hanno nel proprio patrimonio determinati beni intangibili, con il patent box godono di un significativo vantaggio fiscale, calcolato sugli utili realizzati in forza degli intangible assets. L’istituto ha apportato sensibili vantaggi a un ampio numero di aziende, ottenendo un importante successo: nel 2015 sono state 620 le società che hanno usufruito del beneficio, per un ammontare del reddito detassato pari a 320 milioni di euro; nel 2018 le aziende sono diventate 1.764, con un reddito detassato lievitato a 4,7 miliardi.

Un punto deve essere sottolineato con la massima evidenza: il patent box premia le imprese migliori, quelle che in forza della propria innovazione riescono a realizzare utili, a creare occupazione, a produrre ricchezza. L’articolo 6 del decreto legge 146 spazza via una simile realtà, compiendo una vera e propria inversione di rotta. A prescindere da dettagli e tecnicismi, e sorvolando anche sulla minore consistenza dei vantaggi concessi, il dato di fondo è che con la nuova disciplina cambia radicalmente il punto di vista sull’innovazione: il focus passa dagli utili ai costi. L’innovazione non viene più giudicata in base ai risultati ottenuti, bensì sulla scorta degli investimenti effettuati: il patent box muta logica e funzioni, diventando una sorta di variante dell’incentivo Ricerca e Sviluppo.

Con il nuovo patent box, a volerlo così ancora impropriamente chiamare, non vengono sostenute le aziende più competitive, capaci di estrarre valore aggiunto dai propri beni intangibili, bensì le imprese in grado di spendere maggiormente nella ricerca, a prescindere dai frutti poi in effetti conseguiti. Questa riforma appare davvero un passo falso per il sistema Paese e risulta scarsamente compatibile con le caratteristiche del tessuto imprenditoriale italiano.

L’Italia, com’è noto, è connotata da una scarsa presenza di grandi conglomerati industriali e, di contro, ha un’alta densità di piccole e medie imprese. In altri termini, i pochi grandi gruppi (Enel, Eni, Fincantieri, Leonardo, e pochi altri) sono realtà da tutelare e delle quali andare fieri, ma non rappresentano il tipo di azienda che contraddistingue l’economia italiana. Le organizzazioni più tipiche, diffuse in modo capillare e radicate nei vari territori, sono le cosiddette “multinazionali tascabili”, che personalmente preferisco denominare come “imprese innovazionali”: aziende di medie dimensioni, solitamente con una forte carica innovativa, che competono con successo sui mercati internazionali, usualmente confrontandosi con concorrenti esteri più grandi e strutturati.

Tali caratteristiche del nostro tessuto produttivo sono spesso al centro del dibattito: alcuni considerano il nanismo delle aziende italiane un tallone d’Achille del Paese; altri vi ravvedono elementi di forza e competitività; resta fermo che il dato costituisce un fatto oggettivo. Le imprese innovazionali – vale a dire, lo ribadiamo, le aziende di gran lunga più significative per la nostra economia – si caratterizzano in larga parte per una spiccata capacità di innovazione. Ma si tratta di innovazione dai tratti assai caratteristici e peculiari: non parliamo dell’innovazione disruptive e massiva, tipica del sistema statunitense oppure di quello tedesco, bensì di un’innovazione incrementale e stratificata. Molte nostre aziende hanno reparti di ricerca e sviluppo, ma l’innovazione più tipicamente Made in Italy è quella che nasce dal crivello del lavoro quotidiano, dal costante miglioramento sul campo di prodotti e processi, dalla incessante e faticosa creazione di graduali soluzioni migliorative.

Anni fa ha avuto un largo successo su scala internazionale il libro di tre studiosi indiani, Navi Radjou, Jaideep Prabhu e Simone Ahuja, edito in Italia da Rubbettino, intitolato “Jugaad Innovation”. Si legge in copertina: «Jugaad \jü-‘gäd\ Termine Hindi per indicare l’arrangiarsi innovativo; una soluzione improvvisata che nasce dall’ingegnosità e dall’intelligenza; un pieno di risorse. Conosciuto anche come zizhu chuangxin in Cina, gambiarra in Brasile, D-I-Y negli Stati Uniti, jua kali in Africa e système D in Francia». Questa forma di innovazione, scrive nella bella prefazione Federico Rampini, riesce a farsi strada malgrado «la scarsità di risorse, gli ostacoli economici, la mancanza di infrastrutture, la burocrazia inefficiente». Federico Rampini si riferisce all’India, ma sembra descrivere l’Italia.

L’innovazione Made in Italy rappresenta un fenomeno ancora diverso, certamente più avanzato ed evoluto, ma senza dubbio più somigliante alla jugaad indiana (o alla gambiarra brasiliana, o al système D francese, eccetera), che a quella proveniente dai grandi centri di ricerca negli Stati Uniti, in Germania o in Giappone. Le nostre imprese innovazionali, che ci piaccia o meno, non hanno la possibilità di investire risorse ingenti nella ricerca di base, in enormi laboratori, in spaziali dipartimenti di sviluppo.

La loro forza sta nel fare ricerca mentre si fa impresa, nel trarre insegnamenti mentre si compete, nel trovare soluzioni innovative mentre si studia il modo di assicurarsi una commessa. In questo siamo molto spesso più rapidi, più capaci e più intelligenti di altri: con questo approccio riusciamo sovente a vincere la concorrenza dei gruppi di altri Paesi che pure hanno maggiori risorse, godono di migliori infrastrutture e soffrono di una minore burocrazia.

Possiamo dire, con i limiti di ogni generalizzazione, che la chiave del successo di larga parte delle nostre aziende non risiede nella loro capacità di effettuare significativi investimenti in ricerca e sviluppo, ma piuttosto in uno straordinario talento nel competere con successo, imparando costantemente dal lavoro quotidiano, trovando ingegnose e avanzate soluzioni nella pratica operativa, reagendo in modo straordinariamente tempestivo e puntuale alle nuove esigenze dei mercati.

Il patent box ha rappresentato lo strumento ideale per dare supporto a questo tipo di aziende, che investono certamente in ricerca e sviluppo, ma soprattutto hanno la capacità di sfruttare il proprio know-how per creare ricchezza: quasi un premio al merito. Potremmo dire, non senza una qualche forzatura e tornando strumentalmente alle parole di Federico Rampini, che il patent box è stato il mezzo per compiere una sorta di riequilibrio, per indennizzare le nostre aziende più brillanti per «la scarsità di risorse, gli ostacoli economici, la mancanza di infrastrutture, la burocrazia inefficiente».

Abrogare un simile strumento sarebbe ingiusto e dannoso: ingiusto, perché le imprese che riescono a trarre valore aggiunto dal proprio patrimonio conoscitivo meritano di essere sostenute; dannoso, perché l’eliminazione di questo supporto le renderebbe più deboli nei confronti della concorrenza estera, con un evidente danno per l’intero sistema Paese.

Questo non significa, e la cosa deve essere detta con la massima chiarezza, che non si debbano promuovere in ogni modo gli investimenti delle nostre aziende in ricerca e sviluppo. Ma un simile intento non può andare a discapito delle agevolazioni che premiano le imprese più capaci nel creare nuova ricchezza. Promozione degli investimenti e premio al merito sono concetti complementari e non alternativi, così come complementari sono stati finora gli strumenti dell’incentivo Ricerca e Sviluppo e del patent box.

Per tornare alla riforma introdotta dall’articolo 6 del decreto legge 146 del 2021, la soluzione migliore – al fine di non creare un danno all’economia del Paese – sembra un intervento emendativo, che consenta di mantenere entrambe le misure agevolative: il vecchio patent box (magari migliorandone qualche farraginosità operativa) ed il nuovo patent box (armonizzandolo con l’incentivo Ricerca e Sviluppo, del quale di fatto rappresenta una evoluzione).

Le aziende avrebbero così a disposizione due strumenti diversi e complementari, vedendosi da un lato sollecitate a incrementare i propri investimenti nella ricerca e dall’altro lato premiate per i brillanti risultati conseguiti.

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