Illusioni da perdereLa visione del populismo come male italiano passeggero e archiviato è falsa

Pensare che l’imperversare della democrazia giudiziaria, il trionfo della pulsione antiparlamentare e il dilagare dello svacco istituzionale cui abbiamo assistito in questi anni fossero il portato di qualche avventizia élite usurpatrice, e non di un nefasto difetto endemico del nostro Paese, è consolatorio ma miope

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Gioire, come purtroppo si fa, della presunta capitolazione del populismo italiano, fatta coincidere con qualche disparato esperimento elettorale, con le magagne para-giudiziarie del sottobosco dell’onestà, con la destituzione via tabloid del plenipotenziario di Capitan-Selfie, con le risultanze dell’investigazione militante che scopre le intimità nazifasciste della destra rimpannucciata, significa credere che quel fenomeno fosse un imprevedibile accidente della vicenda italiana, una carambola che ha provvisoriamente posto in campo il comico ligure, il manovratore delle ruspe, l’avvocatuccio pugliese, la madre bianca e cristiana e il nerd pisano con ambizione di affascinante avventura su piattaforma anti-impunitista e anti-referendaria, salva infine una resipiscenza provvidenziale che ha rimesso in ordine il gioco affidandolo ai comportamenti più seri imposti a tutti dal banchiere europeista.

È una visione consolatoria e inaderente, che simula l’immagine improbabile di un Paese momentaneamente corrotto dalle influenze di quei fungibili mestatori e dissimula il reale contributo che essi hanno dato all’involuzione civile e democratica che abbiamo sperimentato: e cioè di aver promesso e assicurato rappresentanza alle corrispondenti e retrive sacche di conformismo; di averne cavato consenso istituzionalizzandone le mozioni autoritarie e illiberali, non favorendone la revisione ma istigandone il mantenimento. Le politiche sicuritatrie del Paese rappresentano il caso esemplare di questo andazzo, con la sinistra affannata a spiegare le ragioni sostanzialmente imitative della propria missione, e cioè appunto di non lasciare quell’istanza popolare al monopolio di sfruttamento “della destra”.

Donde, i decreti firmati dal capo della Lega e dal punto di riferimento fortissimo di tutti i progressisti tenuti prima in purezza per un annetto, e poi edulcorati con la revoca di qualche virgola che non cambia nulla della sostanza discriminatoria e oltretutto inefficace di quella legislazione. Ma quello schema ha trovato occasione di replica pressoché dappertutto, in una competizione tutt’altro che esausta a primeggiare nell’offerta di soluzioni identicamente arretrate: la stessa festa ugualmente strapaesana sia che fosse da Family Day o da ddl gender più bello del mondo, la stessa farina statal-parassitaria macinata più o meno finemente, la stessa forca elevata ad appendere ora uno ora l’altro nemico delle rispettive società dabbene, da una parte quella inclusiva col culo degli altri, con tanta antimafia e un bel po’ di fisiologica innocenza al gabbio, e dall’altra quella senza immigrati che portano malattie e rubano il lavoro agli italiani.

Ma fare le viste, come si sta facendo a destra e a manca, che l’imperversare della democrazia giudiziaria, il trionfo della pulsione antiparlamentare, il dilagare dello svacco istituzionale cui abbiamo assistito costituissero il portato di qualche avventizia élite usurpatrice, e non la realizzazione della brama profonda di maggioranze disponibili, rappresenta l’ennesima riprova dell’incapacità degli italiani di emendarsi dal proprio difetto endemico: che è il proprio populismo. Quello che nel politico italiano è una colpa, e nel popolo italiano una caratteristica.

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