Taiwan come i Sudeti?I legami economici che impediscono (per ora) una guerra tra Stati Uniti e Cina

Washington e Pechino non possono iniziare un conflitto o anche solo minacciare di farlo e contemporaneamente continuare a commerciare come nulla fosse. L’Occidente può usare una efficiente arma di dissuasione per portare il Partito comunista cinese a più miti consigli: ridurre il proprio import-export. Ma è un prezzo che siamo disposti a pagare?

LaPresse

“Ambiguità strategica”, è questa la dottrina ufficiale degli Stati Uniti che comporta il rifiuto reiterato di riconoscere l’indipendenza statuale di Taiwan, ma contemporaneamente la decisione ribadita di difenderla a tutti i costi, anche manu militari. Una sorta di ossimoro geopolitico. 

È difficile prevedere quali siano i progetti del governo comunista di Pechino per unificare il paese estendendo la propria sovranità sull’isola ribelle. Recentemente, XI Jinping, ha parlato di via pacifica alla unificazione ma è ben arduo fidarsi di un dittatore comunista. Soprattutto dopo che lo specchio per le allodole della promessa di «un paese, due sistemi» con la quale la Cina comunista si era impegnata a rispettare le istituzioni e la vita democratica di Hong Kong nel 1997 si è infranto negli ultimi due anni con l’imposizione della piena e totalitaria dittatura comunista nella ex colonia britannica.

Non solo, da un decennio è formidabile l’espansione di basi militari di Pechino nelle piccole isole del Mar della Cina, segno che il recupero pieno della sovranità su Taiwan è solo una parte del disegno egemonico comunista su tutto l’Indo Pacifico. 

Dunque, come ben si comprende dalle continue dichiarazioni di Joe Biden, è scoppiata una nuova Guerra Fredda, che può trasformarsi in guerra combattuta e che assorbe tutta l’attenzione degli Stati Uniti delegando tutti gli altri scenari mondiali, in primis l’Europa, a un ruolo marginale.

Ma quella tra Stati Uniti e Cina, con epicentro Taiwan è una Guerra Fredda ben diversa da quella combattuta per 44 anni contro l’URSS, per una serie di ragioni assieme semplici e complesse. La globalizzazione e soprattutto la straordinaria crescita economica, industriale e produttiva della Cina (che l’URSS non è mai riuscita a sviluppare), ha comportato infatti un livello straordinario di integrazione economica dei paesi che la contrastano e che forse la combatteranno. 

Si pensi solo che Pechino ha acquistato Treasury Securities, titoli di Stato degli USA per 1.100 miliardi di dollari, sui 26.000 miliardi di dollari di emissione complessiva del debito americano. Se li immettesse tutti sul mercato in caso di eventi bellici si creerebbe un terremoto finanziario che coinvolgerebbe il dollaro.

Ma questo è solo un aspetto dell’integrazione economica tra Cina e Occidente.

Se guardiamo ai paesi che hanno reiterato la loro volontà di difendere la indipendenza di Taiwan anche con le armi e che hanno stretto una specifica alleanza politico militare (il Quadrilateral Security Dialogue) in aperta funzione anti cinese, scopriamo che la Cina per l’India è il primo mercato per le importazioni e il secondo, dopo gli Stati Uniti per le esportazioni. Scopriamo che la Cina è il primo partner commerciale del Giappone. Scopriamo che la Cina è il primo partner commerciale dell’Australia e infine, ma non per ultimo che la Cina è il primo partner per le importazioni degli USA per circa 500 miliardi di dollari e il terzo partner (dopo i confinanti Canada e Messico) per le esportazioni per circa 110 miliardi di dollari.

Infine, la Cina è il primo partner commerciale della Unione Europea, che però, come spiega Lucio Caracciolo, rispetto al potenziale conflitto su Taiwan tra gli Stati Uniti e la Cina «è sulla luna» e bada solo al soldo, scegliendo di auto ghettizzarsi rispetto alla scena mondiale.

Naturalmente, questa stretta integrazione delle economie dei paesi che si avviano a combattere questa nuova Guerra Fredda e che si preparano anche a una guerra combattuta per Taiwan, non impedisce che si siano aperte negli ultimi due anni delle fortissime crisi politiche. Sono in crisi le relazioni politiche ed economiche di Pechino con Tokyo, così come New Delhi (che ha un duro contenzioso con Pechino sui confini dell’Himalaya che nel 1962 portò a una breve guerra), che con Canberra. Naturalmente, come si è già visto con Donald Trump, sono in crisi da anni anche le relazioni commerciali, oltre che politiche, tra Pechino e Washington.

Dunque, se si arriverà, come molti elementi indicano, a una guerra calda, e comunque, già durante la già iniziata Guerra Fredda, il caso Taiwan diventa l’epicentro di una crisi epocale e con tutta probabilità impone un terremoto e una revisione anche nelle relazioni economiche globali. Non ci si può sparare l’un l’altro, o anche solo minacciare di farlo, e contemporaneamente continuare a commerciare come nulla fosse.

Ma la leva del commercio può essere anche un efficiente arma di dissuasione e deterrenza a fianco e anche prima di una escalation militare.

Nei fatti, la solidità del comando politico del Partito Comunista cinese sulla sua immensa popolazione si basa, oltre che sulla coercizione dittatoriale, sul consenso popolare derivante da uno straordinario benessere economico, legato alla produzione industriale e alle esportazioni, oltre che al prepotente sviluppo del consumo interno.

È questa una debolezza della Cina che l’Occidente può sfruttare riducendo il proprio, enorme, import-export.

Questo comporterebbe però di pagare dei prezzi consistenti, con un forte riflesso negativo sui consumi interni, sulle proprie esportazioni e sulla stessa produzione industriale. Quindi, sul benessere dei paesi democratici. Siamo pronti, siamo disposti a pagarli?

Dunque, si impone la scabrosa domanda: Taiwan è i nuovi Sudeti, come nel 1938? È una nuova Danzica?

Forse.