La salita al ColleBerlusconi al Quirinale non è uno scherzo, ma può essere una beffa

Tutte le ragioni per cui sarebbe una iattura, viste da destra, potrebbero essere altrettanti motivi per eleggerlo. Gli mancano una cinquantina di voti, il paradosso è che potrebbero arrivargli dagli ex Cinquestelle

Roberto Monaldo / LaPresse

Quando parlano delle manovre di Silvio Berlusconi per arrivare al Quirinale, retroscenisti, commentatori e avversari politici assumono subito un atteggiamento che oscilla tra il cinico e il divertito, e prima ancora di cominciare si affrettano a precisare, con il tono di chi dice un’ovvietà, che il leader di Forza Italia non ha nessuna possibilità di farcela, che lo sanno tutti che l’operazione non può riuscire, che i primi a saperlo sono proprio i suoi alleati. L’unico punto su cui le analisi divergono è che secondo alcuni (la maggior parte) il solo a non saperlo è proprio l’interessato, mentre secondo altri (quelli che lo hanno più in simpatia) in verità lo sa benissimo anche lui.

In entrambi i casi, tutta questa pantomima non sarebbe che un innocuo passatempo, senz’altra finalità salvo quella di coccolare il suo ego, una sorta di affettuosa celebrazione natalizia con cui il centrodestra lo farebbe sentire ancora autorevole, importante e amato da tutti, regalandogli un inverno da grande riserva della Repubblica. Ma una riserva destinata a restare in panchina. Stavolta, ci assicurano, non sarebbe prevista alcuna discesa in campo.

Tutti sanno che a questo giro il centrodestra non può essere facilmente emarginato: sulla carta, nella platea dei 1.008 grandi elettori, dispone di 451 voti, dunque sarebbe a 54 voti di distanza dalla maggioranza assoluta, sufficiente a eleggere il capo dello Stato dal quarto scrutinio in poi. Tutti sanno che ufficialmente i leader degli altri partiti della coalizione hanno giurato di sostenerlo. E tutti sanno che in questo Parlamento c’è un altissimo numero di deputati e senatori arrivati praticamente per caso (specialmente dal Movimento 5 stelle), già espulsi o comunque migrati dai gruppi di appartenenza verso altre collocazioni, praticamente certi di non essere rieletti e quindi considerati assai sensibili a qualunque prospettiva politica venga loro offerta (e le offerte non mancheranno di sicuro).

Ciascuno di questi dati di fatto è noto a tutti e da nessuno negato. Ciò nonostante le ragioni per cui Berlusconi non potrebbe mai e poi mai diventare presidente della Repubblica sono considerate talmente evidenti che la maggior parte degli osservatori non ritiene di doverne nemmeno fare l’elenco.

In ogni caso, il catalogo è più o meno questo: il fatto che sia stato condannato in via definitiva per frode fiscale e abbia ancora una lunga lista di pendenze giudiziarie; il fatto che, con quella lista e con la sua storia di scontro frontale con la magistratura, come presidente della Repubblica diventerebbe anche capo del Csm; il fatto che, al di là degli aspetti giudiziari, le suddette vicende non appaiono consone a un capo dello Stato, specialmente pensando all’effetto che farebbe all’estero l’immagine delle famose cene eleganti al Quirinale; il fatto che per venticinque anni Berlusconi sia stato in assoluto la personalità più divisiva della Repubblica, ragion per cui metà dell’Italia non potrebbe mai riconoscersi in lui come supremo arbitro e garante della Costituzione.

Potrei continuare ma gli argomenti fondamentali mi paiono questi. Ebbene, tolti dal conto quei cinquanta o sessanta eletti che dovrebbero essere pescati dal nutrito “flottante parlamentare” di cui il Movimento 5 stelle ha riempito le Camere, con i quali bisognerà discutere semmai di microchip sottocutanei, scie chimiche e questioni del genere, quale delle suddette ragioni dovrebbe indurre i grandi elettori del centrodestra a non votare per Berlusconi? Considerando le cose dal loro punto di vista, non ce n’è una che non sia in realtà un potente argomento a favore. Stiamo parlando, in gran parte, di deputati e senatori ai quali in passato non è mancato il coraggio di votare in aula che Ruby era la nipote di Mubarak (o, per essere precisi, che questa era la sincera convinzione di Berlusconi).

Forse se tra loro si facesse largo il sospetto che l’elezione di Berlusconi significherebbe non solo la guerra civile (com’è probabile) e lo scontro finale tra politica e magistratura (cioè la crisi costituzionale), ma anche la fine della legislatura e le elezioni anticipate (com’è sicuro), chissà, magari qualcuno potrebbe anche avere un’esitazione. Ma è un’esile speranza.

Certo, nella malaugurata ipotesi in cui Berlusconi dovesse davvero riuscire a coronare il suo sogno, bisognerebbe riflettere a lungo sul fatto che a rendere possibile uno scenario simile, in pratica il finale del Caimano immaginato da Nanni Moretti, sarebbe stato proprio il Movimento 5 stelle, prima riempiendo le Camere di personaggi improbabili e poi terrorizzandoli con il taglio dei seggi. Il guaio è che, dopo aver combinato tutto questo, non riceverebbe nemmeno la meritata punizione. Al contrario, con Berlusconi al Quirinale, si può scommettere che un minuto dopo il Movimento 5 stelle – o comunque qualcosa di analogo – diventerebbe il primo partito del centrosinistra, se non l’unico. E sarebbe la sinistra riformista a scomparire.

Quanto al futuro del governo di unità nazionale e di Mario Draghi, del Pnrr e delle riforme, degli accordi con l’Unione europea e del rilancio del Paese, suvvia, siamo seri…