Il conto degli ultimiIl cambiamento climatico è anche una questione di giustizia sociale, ma non banalizziamo

Si dice spesso che la crisi del clima peggiora le ingiustizie della società, facendo danno solamente ai più poveri. C’è del vero, e i dati lo dimostrano. Ma nel mondo complesso e interconnesso in cui viviamo ci sono diversi fattori da considerare

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Per varie ragioni il riscaldamento globale ha molto a che fare con il concetto di ingiustizia sociale. È una connessione che si sente citare spesso nei discorsi dei politici e degli attivisti, eppure non è così facile capire davvero come la crisi climatica crei o peggiori delle ingiustizie. E non lo è nemmeno afferrare la portata di questo legame.

A spiegarlo nel dettaglio ha provato recentemente Sonja Klinsky, scienziata e professore associato dell’Arizona State University, attraverso una serie di grafici e diagrammi pubblicati e spiegati su The Conversation. Il primo motivo citato da Klinsky, il più celebre, è che spesso le persone che subiscono le conseguenze più gravi dei cambiamenti climatici sono quelle che hanno fatto meno per provocarli. Che, tradotto, sarebbe: i paesi più ricchi e industrializzati sono nel nord del mondo, o comunque si trovano spesso lontani dalle zone equatoriali e tropicali, in cui piogge torrenziali, tornado e tempeste ciclicamente fanno sempre più morti e danni.

Questo è vero, anche se con alcune eccezioni: l’Australia, il Brasile, l’Indonesia e gli Stati Uniti per esempio, hanno un ruolo importante nelle emissioni globali, eppure hanno parti di territorio coinvolte direttamente da tornado e altri fenomeni atmosferici estremi.  

Nonostante siano in molti a crederlo, la distribuzione delle responsabilità dell’inquinamento atmosferico tra i vari paesi è tutt’altro che ovvia. Solitamente per orientarci e capire di chi sono queste responsabilità usiamo le emissioni totali degli Stati, ed è perfettamente sensato: d’altronde per diminuire l’inquinamento atmosferico si tratta tra diplomatici e capi di Stato, ed è ovvio che quelli di Cina, Stati Uniti, Russia e India hanno un peso molto maggiore di altri. Sono i leader di questi Paesi a detenere, di fatto, un potere di veto sulle sorti della lotta al cambiamento climatico. Ma qui salta all’occhio un dato che apparentemente contraddice la vulgata secondo cui sono i più ricchi a inquinare maggiormente: Cina, Russia e India infatti non sono affatto tra i Paesi più ricchi. La Cina è solo al numero 79 della classifica dei paesi più abbienti, la Russia al 57 e l’India addirittura al 122. 

Per riuscire a mettere tutto in prospettiva bisogna guardare a un altro dato: le emissioni pro capite. Anche in questo caso, guardando ai dati cioè le emissioni per persona, e non per Stato le responsabilità dell’inquinamento atmosferico sono molto diverse da quelle che siamo abituati a immaginare.

Innanzitutto scopriamo che sì, i Paesi ricchi inquinano mediamente più degli altri, ma Paesi come Mongolia, Oman, Kazakistan, Turkmenistan e Australia che solitamente non additiamo come irresponsabili inquinatori dimostrano di esserlo eccome. Come anche lo sono il Canada, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita.

Il secondo dato che salta agli occhi guardando le emissioni pro capite è quantitativo, e finalmente spiega perché le popolazioni più povere hanno effettivamente meno colpe: i Paesi lungo l’equatore, quelli che, come dicevamo poco fa, subiscono di più le conseguenze negative del cambiamento climatico, in certi casi hanno inquinato anche cento volte meno dei paesi con le percentuali più alte di inquinamento pro capite. La sproporzione, insomma, è enorme.

Naturalmente ogni dato anche quello di chi ha inquinato di più sul lungo periodo, dalla rivoluzione industriale in poi risente del fatto che siamo in un’economia e in una società globalizzata. Dove quindi alcune nazioni inquinano pochissimo perché, semplicemente, la produzione dei loro beni avviene all’estero. Prendiamo il Lussemburgo: è evidente che le sue basse emissioni siano dovute anche a una mancanza di industrie che un paese simile può permettersi perché i beni li importa, delegando altrove il processo produttivo e di trasformazione. Dopotutto sono il settore primario e quello secondario a causare più emissioni. E lo stesso si potrebbe dire a discolpa di paesi come Oman, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Russia e Iran, che hanno emissioni pro capite molto elevate, ma bisogna porsi una domanda: le hanno per di proprie colpe o invece a causa degli altri paesi che da loro acquistano enormi quantità di petrolio e gas naturale? Le responsabilità, nel complicato gioco del mercato globale, si perdono.

Le emissioni vengono soprattutto dalla creazione di energia utile alle attività umane essenziali, come riscaldare case e scuole, produrre cibo e garantire servizi. Eppure non tutte le emissioni sono dovute al soddisfacimento di bisogni primari. Scrive Klinsky che «man mano che le emissioni di un paese aumentano, diventano meno legate ai prodotti o servizi essenziali». Questo lo si sa perché il benessere dei paesi in via di sviluppo aumenta molto rapidamente non appena aumentano le emissioni per via dell’iniziale industrializzazione, ma poi tende a rimanere costante, nonostante le emissioni continuino ad aumentare. Ciò significa che i paesi ad alte emissioni e alto reddito pro capite potrebbero ridurre le emissioni senza intaccare i servizi e i beni essenziali. Mentre i paesi in via di sviluppo, come molti paesi africani e alcuni asiatici, per diminuire le emissioni dovrebbero mettere mano a ciò che per la popolazione è indispensabile.

Ed ecco che viene al pettine un nodo importante: chi decide cosa è “essenziale”? Per paesi come la Cina e gli Stati Uniti, per esempio, alcuni beni che noi potremmo definire con certezza inessenziali, sono invece il contrario. Come gli armamenti, o i prodotti delle industrie tecnologiche o del tessile. Per il semplice motivo che questi sono settori strategici e considerati imprescindibili, senza i quali le due superpotenze smetterebbero di essere tali. In altre parole: cosa sia essenziale e cosa non lo sia è relativo, e quindi impossibile da definire come tale nelle leggi o nei trattati.

Infine è importante guardare a chi inquina di più dal punto di vista del reddito. Dai dati riportati da Klinsky la risposta è piuttosto netta: i più ricchi. Uno studio portato avanti da Oxfam e dallo Stockholm Environment Institute mostra come il 5% più ricco della popolazione è responsabile del 36% delle emissioni in atmosfera dal 1990 al 2015. Mentre la metà più povera della popolazione mondiale ha contribuito soltanto al 6% delle emissioni nello stesso periodo. Questa sproporzione dimostrerebbe due cose: la prima è che a una larga fetta della popolazione mondiale è mancato l’accesso all’energia. La seconda è che le azioni di pochi, oggi, potrebbero avere effetti di grande impatto. 

Anche in quest’ultimo caso, a voler cercare di districare la matassa delle responsabilità, si rischia di perdersi in un oceano di rapporti causa-effetto. Quel 5% di ricchissimi, infatti, lo è anche per via di servizi richiesti da milioni, se non miliardi di persone, che non possiamo immaginare prive di agency, né di responsabilità.

E lo stesso discorso vale con le grandi aziende. In molti sottolineano come sole 20 aziende sarebbero responsabili di un terzo delle emissioni globali, ed è vero. Ma, a voler vedere il mondo complesso e interconnesso quale è nella realtà, dobbiamo sottolineare come queste aziende (quasi esclusivamente giganti dell’energia, come Gazprom, ExxonMobil e National Iranian Oil) servono a produrre la materia prima con cui possono funzionare milioni di realtà, pubbliche e private, dagli ospedali al trasporto pubblico fino alla più inessenziale delle attività umane. Realtà che, quindi, ne condividono le responsabilità.

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