Il clistere della società L’infermiere (precario) licenziato per un video e la cancel culture che continua a non esistere

La furia scema delle anime buone del web si è scatenata contro un poveraccio per un TikTok irrispettoso verso i pazienti di un ospedale. Dopo le polemiche, la struttura ha servito sul piatto la testa del malcapitato alle folle della rete e la giustizia fessa di questa epoca ha trionfato

AP Photo/David Goldman

E se «esiste la cancel culture?» fosse la domanda sbagliata? Se stessimo facendo il dibattito sbagliato? Se la semantica (non è cancel culture, è call-out culture, cultura delle conseguenze e delle responsabilità, dicono i sacerdoti della sua non esistenza) fosse una distrazione dal punto della questione?

Se ieri eravate impegnati a incrementare il pil, vi riassumo la vicenda dell’infermiere di TikTok. Un tizio qualunque, infermiere in una struttura per malati terminali, pubblica sul suo profilo social – su TikTok, la piattaforma dei video imbecilli: non nella collana Fabula di Adelphi – un video in cui simula conati con la didascalia «quando vai a controllare il paziente dopo due clisteri». Svelando così a un mondo ignaro e indignabile una cosa che mai esso mondo avrebbe potuto immaginare: che pulire il culo agli altri non è un mestiere gradevole.

L’internet – la stessa internet che quotidianamente cuoricina una hostess di terra che sbeffeggia i passeggeri che osano non essere viaggiatori abituali e quindi non sanno come si faccia un check-in – è improvvisamente indignata alla scoperta che ci siano lavoratori che detestano la clientela grazie alla quale percepiscono uno stipendio.

Oltretutto, diversamente dalla hostess di terra, l’infermiere, col suo pomposo «official» nello username di TikTok, avrebbe diritto alla nostra compassione: di giorno pulisci culi, la sera fai il gradasso sentendoti finalmente non quello con le giornate peggiori di tutti. Se non hai diritto a una valvola di sfogo tu, non so proprio chi, e i primi a capirlo dovrebbero essere i buoni dell’internet, quelli che cianciano abitualmente di «salute mentale».

A questo punto i buoni dell’internet ripeterebbero uno dei loro slogan preferiti: che ogni lavoro è dignitoso se fatto in maniera onesta. Un tic verbale che temo venga in mente solo a chi non abbia mai dovuto campare pulendo gabinetti o altri mestieri la cui spiacevolezza non serve un romanziere particolarmente fantasioso per immaginare (d’altronde «i soldi non sono importanti» è una frase che non si sente mai da chi abbia problemi economici).

Comunque. L’internet chiede la testa dell’infermiere. L’internet chiede teste più volte al giorno tutti i giorni, e di solito – se parliamo dell’internet italiana – non le ottiene (con pochissime eccezioni: mi viene in mente solo la chiusura del programma pomeridiano che aveva violato il codice – quello civile, quello penale, quello morale e probabilmente pure quello stradale – rappresentando una massaia in tacchi a spillo).

Questo porta le figure che indicavo all’inizio, i volenterosi negazionisti della cancel culture, a dire che qui in Italia il problema è ignoto: se chiediamo il licenziamento di Soncini almeno tre volte a settimana e quella osa ancora non essere all’angolo a chiedere la carità ai passanti, possiamo forse dire che il sistema di cancellazione degli sgraditi funzioni? Certo che no: un tentato omicidio mica viene processato come omicidio.

Quand’è che il sistema funziona? Quando te la prendi con l’anello debole della catena. Col programma pomeridiano, mica con Sanremo. Col collaboratore carneade, mica con l’editorialista di prima pagina. E quindi, come sempre, il problema è un problema di classi sociali: il grande rimosso del postmodernismo.

C’è un’infermiera (credo), su Twitter, che, quando lo scandale du jour dell’infermiere inizia a montare, scrive le cose più lucide. «Siete sempre bravissimi a criticare il lavoro altrui quando a malapena conoscete il codice deontologico, ma tornate a farvi il vostro di lavoro e non rompete il cazzo per un video, io sto in ospedale dalle sei alle dodici ore al giorno e non ho il tempo di interessarmi al lavoro altrui dicendo “denunciamo!!!!”». Ma anche, e qui arriviamo alla questione che mi aveva subito fatto sorridere di fronte alle richieste di licenziamento: «È palese che vivete nell’utopia più totale e nel mondo dei cazzi vostri se pensate che un infermiere/medico possa essere licenziato, radiato dall’albo o chi più ne ha più ne metta per un video del genere su TikTok dove non ha rivelato niente del paziente» (il video era un siparietto recitato, non una vera scena ospedaliera: la gente sta su TikTok sperando sia un provino per Amici, mica a scopo documentaristico).

Il giorno dopo, però, arriva la notizia che l’infermiere è stato in effetti licenziato. E chiunque viva in Italia – in Italia, non sul Twitter italiano – capisce che evidentemente era un poveraccio di quelli che l’internet dei buoni definirebbe «precari»: avete mai provato a licenziare una persona assunta, in Italia? A licenziarla per un video che neanche potete dimostrare abbia girato in orario di lavoro? Senza che il giudice del lavoro vi faccia una pernacchia costringendovi a riassumerla e a pagarle pure i danni?

E infatti di lì a poco viene pubblicata una mail della struttura in cui si precisa «che lo stesso non faceva parte dell’organico stabile della struttura ma bensì con contratto a prova semestrale non ancora completato». Sorvolando sull’italiano dei medici, persino peggiore di quello degli avvocati: anche oggi l’internet dei buoni non ha ottenuto la testa di uno dei padroni dell’universo, ma d’un poveraccio che aveva osato fare la cosa più insopportabile che possa venir fatta agli esseri umani di questo secolo. Non ridurli in miseria, non privarli dei diritti civili, non costringerli ad aderire a una qualche ortodossia di pensiero: ridere di loro. Ridere di noi. Come ha osato. E se fosse tua madre, tuo padre, se fossi tu che ti caghi addosso in una struttura terminale? Allora, il dettaglio che più ti pesa sarebbe certamente lo stipendio di uno che fa un video su TikTok a proposito dell’idea astratta del cagarsi addosso, sì. A quell’uno, invochiamo, regine di cuori di Alice nel paese delle meraviglie, dovrà essere tagliata la testa.

E a quel punto ci rassereneremo, perché noi siamo i buoni, e in tutta questa vicenda non ci pare il problema sia che un infermiere assunto il ricoverato terminale può pure prenderlo a sganassoni e comunque non potrai licenziarlo, e un infermiere in prova può restare senza lavoro per TikTok. Non ci pare il problema sia che, prima di aprirsi un account dove simula sagacia, l’hostess di terra debba accertarsi che i sindacati le garantiscano illicenziabilità. Macché. Il problema è che, santo cielo, hanno riso di noi. Di noi che difendiamo i deboli. Solo che, quando il debole è l’infermiere, mica ce ne accorgiamo.