Distopia canagliaÈ chiaro che qualcosa non va, se a difenderci dai populisti è rimasto solo Di Maio

Da tempo ormai a stoppare le peggiori uscite di Conte non è il Pd di Letta, che semmai gli fa sponda, ma il ministro degli Esteri. Viene quasi il sospetto che a giocare allo sfascio (e al voto anticipato) non sia soltanto l’Avvocato del popolo

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Giuseppe Conte dichiara in tv che l’esito del G20 presieduto dall’Italia è «insoddisfacente». E chi interviene immediatamente a difendere il governo? Enrico Letta? No, Luigi Di Maio.

Lo stesso Conte avanza l’ipotesi di eleggere Mario Draghi al Quirinale, alimentando voci e tonnellate di retroscena su un possibile scioglimento anticipato delle camere. E chi si affretta a chiarire che l’interruzione della legislatura in questo momento sarebbe un danno per l’Italia? Letta? No, ancora Di Maio.

Del resto, quando in agosto Conte aveva aperto clamorosamente ai talebani, praticamente a poche ore dalla presa di Kabul, mentre si susseguivano le notizie più angoscianti sulle rappresaglie in corso, chi era intervenuto subito a correggere il tiro? Letta? No, sempre Di Maio.

«È importante agire in maniera coordinata nei confronti dei talebani. Dobbiamo giudicarli dalle loro azioni, non dalle loro parole», aveva dichiarato (facendo il controcanto alle parole dell’ex presidente del Consiglio sulla «necessità di un serrato dialogo con il nuovo regime talebano, che si è dimostrato abbastanza distensivo»).

Si dirà: per forza, il ministro degli Esteri era lui. Quando però Di Maio e gli altri ministri avevano chiuso l’accordo nel governo sulla riforma della Giustizia, e Conte li aveva sconfessati, rimettendo tutto in discussione, Letta a chi aveva offerto prontamente una sponda? A Di Maio? No, a Conte.

E la trattativa era stata riaperta. Facendo ballare pericolosamente il governo.

Non c’è dunque da stupirsi se oggi, tra tante assurdità, tocca vedere anche questa: Di Maio quasi costretto a occupare lo spazio di una politica riformista, razionale e responsabile, contro la quale si può dire che abbia combattuto dal primo giorno in cui mise piede in parlamento, mentre quelli che dovrebbero rappresentarla, nel Partito democratico, vagano senza costrutto per il campo di battaglia, appresso a Conte e al suo esercito in disarmo.

Lo fanno forse nell’illusione di poterne così prevenire o stemperare ulteriori recrudescenze populiste, evitando che nel Movimento 5 stelle, o quel che ne resterà, riprendano piede metodi e parole d’ordine del passato. Forse, invece, l’intesa tra loro è anche più profonda, e i segnali di smarcamento dal governo lanciati da Conte non dispiacciono né sorprendono i vertici del Partito democratico, ma sono al contrario l’altra faccia dell’improvvisa radicalizzazione dello scontro con Italia viva, dopo l’affossamento del ddl Zan.

Chissà che nei loro numerosi e sempre cordialissimi incontri Letta e Conte non abbiano in qualche modo concordato anche questo: la scelta di alzare la tensione, produrre uno strappo con l’area riformista, ma anche con il resto della maggioranza di governo, così da favorire la promozione di Draghi al Quirinale e le elezioni anticipate. Una strategia talmente azzardata, irresponsabile e suicida, dal punto di vista dei democratici, da apparire ogni giorno più verosimile.