Dopo il G20, i bipopulistiDraghi prova a chiudere la stagione trumpiana, ma in Italia sarà molto più dura

Tra un Conte che si dice «insoddisfatto» e un Salvini che corre ad abbracciare Bolsonaro, quello dell’ex presidente della Banca centrale europea si conferma il governo con la più ampia maggioranza parlamentare e il più esiguo sostegno politico di sempre

Unsplash

Può darsi che il risultato del G20 sul clima sia stato «insoddisfacente», come lo ha giudicato Giuseppe Conte, o anche «il solito blabla», come lo ha liquidato il Fatto quotidiano. Del resto, non tutti i vertici possono raggiungere risultati paragonabili, per concretezza e splendore, agli indimenticabili stati generali di Villa Pamphilj (se ve li eravate dimenticati lo stesso, vi invidio: vivete meglio di me).

Prima di giudicare l’esito, bisognerebbe però mettersi d’accordo sul senso e sul valore del tentativo. Il punto sta forse nel significato da attribuire al termine «multilateralismo» nella stagione post-trumpiana, ammesso che la si possa già definire così, e nell’enfasi con cui Mario Draghi lo ha utilizzato. Una scelta che è parte di quel riallineamento della politica estera italiana, dopo le avventure populiste e sovraniste con cui la legislatura era cominciata, che il presidente del Consiglio ha messo in atto sin dal suo primo discorso in parlamento. Discorso in cui precisò, con una nettezza che in passato non si sarebbe forse ritenuta necessaria, l’indirizzo europeista e atlantista del suo esecutivo.

«Questo governo sarà convintamente europeista e atlantista, in linea con gli ancoraggi storici dell’Italia: Unione europea, Alleanza Atlantica, Nazioni Unite», aveva scandito Draghi in aula il 17 febbraio, chiedendo la fiducia a quello stesso parlamento in cui tre anni prima dominava la maggioranza gialloverde. Maggioranza che aveva esordito aprendo una crisi costituzionale proprio sull’appartenenza all’area euro. In particolare, attorno alla nomina di Paolo Savona al ministero dell’Economia, rifiutata da Sergio Mattarella perché considerata un pericoloso segnale di sganciamento dalla moneta unica (con la conseguente richiesta di impeachment agitata per una mezza giornata nelle piazze da Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista).

Tutto questo accadeva tre anni fa, non trenta. Tanto la Lega quanto il Movimento 5 stelle avevano già dato, o si apprestavano a dare, diverse prove di estrema spregiudicatezza anche in politica estera, da ultimo con la decisione presa da Conte di consentire a William Barr, ministro della Giustizia di Donald Trump, una inusuale riunione con i vertici dei nostri servizi segreti, in assenza di alcuna autorità politica e istituzionale italiana (vicenda finita non per nulla anche nel procedimento di impeachment contro il presidente americano).

Se ricordo noiosamente questi elementi di contesto è per consentire di capire meglio il significato di parole come quelle messe a suo tempo nero su bianco da Goffredo Bettini, autorevole esponente del Pd, circa il fatto che Conte sarebbe caduto «per una convergenza di interessi nazionali e internazionali che non lo ritenevano sufficientemente disponibile ad assecondarli».

Sull’altro lato della maggioranza, in compenso, abbiamo le posizioni della Lega di Matteo Salvini, che oggi andrà a omaggiare a Pistoia un leader populista pericoloso e antidemocratico quale il presidente del Brasile Jair Bolsonaro (non per niente tenuto ai margini del G20). All’ultimo vertice del centrodestra, peraltro, Salvini ha ribadito con fermezza la sua posizione al fianco di Viktor Orbán, vale a dire con i nemici dello stato di diritto e di tutti i valori fondanti dell’Unione europea.

Fatte le somme, viene dunque da domandarsi chi rappresenti effettivamente Draghi, con la sua politica, al netto di un sostegno parlamentare tanto largo quanto, evidentemente, insincero. Si potrebbe dire che il suo governo goda della più larga maggioranza parlamentare e al tempo stesso del più esiguo sostegno politico, fondamentalmente riconducibile ai piccoli partiti di area liberaldemocratica (Azione, Italia Viva, Più Europa) e ad alcune correnti di Pd, Forza Italia e Lega. Correnti peraltro nettamente minoritarie, in almeno due partiti su tre (dove collocare l’attuale vertice del Pd all’interno di questo schema è esercizio che lascio all’intelligenza del lettore).

Può darsi che in qualche misura un simile paradosso sia la naturale conseguenza di una soluzione emergenziale e di unità nazionale. In fondo, si potrebbe osservare, che c’è di strano se dinanzi a un governo che non deve identificarsi «con alcuna formula politica», come arrivò a dire Mattarella, le diverse forze politiche faticano a identificarsi?

Resta però da capire se la svolta che avrebbe dovuto chiudere definitivamente la parentesi populista della politica italiana non si rivelerà essa stessa una parentesi, al termine della quale resterebbe ad attenderci una qualche variante della democrazia illiberale orbaniana (o bolsonariana).

E se pensate che un simile attacco ai fondamenti dello stato di diritto e della democrazia liberale sia impensabile nell’Italia di oggi, forse dovreste prestare maggiore attenzione alle posizioni di Lega e Fratelli d’Italia, giusto a proposito di Orbán e dei suoi metodi. E poi ricordarvi che a difendere lo stato di diritto e la democrazia liberale dovrebbero essere, al fianco del Pd e di quanto rimane del centrosinistra, quelli che volevano «abolire la prescrizione» e «superare la democrazia rappresentativa».