Big Foot ChesterHowlin’ Wolf, l’unico bluesman benestante che stregò con la sua musica i Rolling Stones

Il ragazzone del Mississippi ha avuto una carriera memorabile durata poco più di vent’anni. È stato un musicista non troppo stiloso, ma un terrificante performer, di grande impatto, con un approccio diretto, materiale, esplosivo che dal vivo accendeva il pubblico. Read&Listen

Howlin’ Wolf – “The Chess Box” 1991 (Compilation)

Il lamento a bocca chiusa si gonfia, si trasforma in un ululato che sale dal fondo della gola, alternandosi con un’armonica a bocca feroce. Accompagnato da una batteria che scandisce, e da una slide che punge. Poi esplode la voce più cattiva, abrasiva, gutturale che abbiate mai sentito. Il canto a bocca chiusa è abbastanza da spaventare, quello a bocca aperta da farti cercare una via d’uscita. Una voce enorme, minacciosa, che annuncia una catastrofe emotiva, un rivolgimento della luna.

È la prima strofa del primo 45 di Howlin’ Wolf, “Moanin’ At Midnight”. Una maniera terrificante di aprire la propria carriera, con quel senso primordiale di interpretare e digrignare il blues che rimarrà il marchio di fabbrica di uno dei giganti – dentro e fuor di metafora – del blues del Delta prima, e di Chicago poi.

«Well, somebody knocking on my door
Well, somebody knocking on my door
Well, I’m so worried, don’t know where to go…».

Quando il lupo bussa alla porta, non si sa più dove scappare. Lo sa Cappuccetto Rosso, lo racconta una notte il nonno materno John a quel bambino di tre anni, per spaventarlo: «Lupo, che bocca grande che hai… lupo, che mani grandi che hai…».

Il piccolo Chester Arthur Burnett (chiamato come il 21° Presidente degli Stati Uniti) si spaventa, «perchè ero un bad boy, sempre indiavolato, e avevo paura che il lupo sarebbe venuto a prendermi». Anche quando Chester faceva fuori uno dei polli in giardino stringendolo troppo forte, gli urlava «guarda che il lupo ti viene a prendere».

Siamo nel profondo Sud, White Station, Mississipi, papà Leon “Dock” Burnett di discendenza etiopica e mamma Gertrude Jones indiana Choctaw che però si separano ben presto quando Chester ha solo un anno. Il padre va a lavorare come contadino nell’area del Delta, mentre lui e mamma rimangono in zona. Ma Chester non vuole lavorare tutto il giorno per 15 cents, si ribella e la madre, estremamente rigida e religiosa, lo manda via.

Dal prozio Will, «l’uomo più cattivo fra qui e l’inferno», che lo fa lavorare duro, non lo manda a scuola e regolarmente lo gonfia di botte. A tredici anni, ammazza per rabbia uno dei maiali che gli ha sporcato l’unico vestito buono, e lo zio lo rincorre frustrandolo a cavallo di un mulo. Chester afferma a quel punto di aver camminato per 130 chilometri a piedi senza scarpe per ricongiungersi con papà, e trovare finalmente un po’ di pace.

A vent’anni l’incontro che gli cambia la vita, come racconta (anche in voce) in questo triplo cofanetto della Chess che raccoglie tutti suoi 23 anni di carriera: «Stavo arando con quattro muli nella piantagione, ed è passato di lì un uomo che suonava la chitarra. Si chiamava Charley Patton, e mi piaceva il suo suono. Avevo sempre voluto suonare, e gli ho chiesto di mostrarmi alcuni accordi, y’know. Per cui ogni notte, dopo il lavoro, andavo a casa sua e mi insegnava come suonare. Ho deciso che avrei fatto quello per vivere, e ho chiesto a mio padre di comprarmi una chitarra. Il 15 gennaio del 1928 me l’ha comprata, e ho cominciato a suonarla. Son diventato abbastanza bravo da andar fuori da solo, tutto andava alla grande, e alla gente piaceva quello che suonavo».

Charley Patton, uno degli archetipi del bluesman, che ci ha lasciato una quarantina di 78 giri che testimoniano le radici di una musica che cambierà la storia del ‘900, è la prima e più profonda influenza sul giovane. Lavora alla piantagione Will Dockery, gira per le comunità adiacenti suonando nei juke joints e alla feste da ballo del sabato sera innaffiate dal moonshine, il whisky fatto in casa, ha uno stile vocale ruvido, grande perizia sulla seicorde e un talento istintivo di showman: getta in aria la chitarra, in mezzo alle gambe, la suona dietro la schiena, divertendo, sorprendendo e facendosi amare dalla gente coi suoi trucchetti (come vedete anche Hendrix, 50 anni dopo, in fondo non si è inventato nulla).

Il Lupo guarda, studia, cresce. Non sarà mai un musicista particolarmente stiloso, evoluto musicalmente come Patton. Come dirà a Peter Guralnick, autore di grandi libri sul blues e sul rock, «Non sono granché come esecutore. Suono i miei pattern, tutto qua».

Poca teoria e molto impatto, pochi armonici ma un approccio diretto, materiale, esplosivo. Ma da Patton impara l’istrionismo nello stare sul palco, e l’uso della potenza vocale. Un metro e novantacinque, centotrenta chili, numero di scarpe il 50, «i più grandi che abbia mai visto» diranno in molti (da cui il soprannome Big Foot Chester), è un uomo di sostanza, di presa viscerale.

La prima canzone che impara da Patton parla di sellare una cavalla nera, “Saddle My Pony”, e sarà una delle prime che Wolf inciderà, un’altra è la base di quello che diventerà uno dei suoi hit, “Spoonful”, un’altra ancora “Little Red Rooster”. Sono alcuni dei brani, ma ce ne saranno molti altri, che faranno di Howlin’ Wolf il riferimento prediletto di tutti i bluesmen inglesi degli anni ‘60, che infileranno le mani in quel cesto del tesoro e ne tireranno fuori le gemme del proprio repertorio, dagli Yarbirds ai Cream, dagli Stones ai Fleetwood Mac, Rod Stewart da solo e con il Jeff Beck Group, senza dimenticare gli americani Little Feat e Canned Heat.

Ci sono tante influenze nella sua musica, si sa che in quell’epoca i musicisti non solo si incrociavano sui palchetti in campagna ma si copiavano e rifacevano spesso le canzoni di successo degli altri: Mississipi Sheiks e Blind Lemon Jefferson, Tommy Johnston e Lonnie Johnson, la leggendaria Ma Rainey.

Tenta anche di imitare lo yodel – che noi conosciamo nella sua versione altoatesina – di Jimmie Rodgers, il suo idolo, ma con quella voce il risultato è più simile a un lamento: «Non riuscivo a fare lo yodel, per cui ho virato sull’ululato. Ed è stato la cosa giusta per me». Gli rimarrà comunque l’insegnamento della dinamica della voce, la capacità di strecciarla dall’alto al basso, farla saltare da un grugnito a un falsetto.

Passa gli anni ‘30 a suonare nella zona con molti di quelli che hanno fatto la storia del blues: il mitologico Robert Johnson e il cognato Robert Lockwood, Honeyboy Edwards e Johnny Shines, nel ‘41 va per due anni nell’esercito e nel ‘48 mette su una band, un manipolo di eccellenze del blues: Willie Johnson e Matt Murphy (lo ritroveremo nei Blues Brothers), Junior Parker all’armonica, Willie Steele alla batteria.

Nel 1949, il leggendario soprannome ormai ben attaccato addosso, si trasferisce a West Memphis, Arkansas, dove va a vivere con colui che anni prima gli ha già insegnato a suonare l’armonica, ora marito della sorellastra: Rice Miller, conosciuto meglio col nome di Sonny Boy Williamson II (per distinguerlo da S.B.W. I, oltre alle canzoni si copiavano anche i nomi), considerato uno dei più grandi armonicisti di blues. È Miller che gli ha insegnato l’arte del soffiare l’anima dentro quel piccolo strumento di metallo e a usarlo nella sua potenza ritmica prim’ancora che lirica.

Sonny Boy si è fatto strada, ha uno show alla radio regionale KWEM dove pubblicizza uno degli elisir allora di gran moda, l’Hadacol (in teoria un vitaminico, ma con 12° di alcool dentro), e dove chiama a suonare i suoi amici: Elmore James, Robert Nighthawk, Arthur “Big Boy” Crudup, la generazione dei grandi del blues della zona. Ed è attraverso la KWEM che Wolf cresce in popolarità: nel suo show di un quarto d’ora manda in onda il suono che ha maturato nei juke joints e nei Saturday fish fries dovunque nella Cotton Belt, al collo un supporto per tenere l’armonica a bocca, fra le mani non più una chitarra acustica come tutti, ma un’elettrica. Con quel chitarrista che ha chiamato a suonare con lui, Willie Johnson, stessa cattiveria e con un tocco di finesse ulteriore, creano un suono potente e originale.

Se ne accorge Sam Phillips, un giovane talent scout e produttore che lavora dall’altra parte del Mississipi, a East Memphis. Ha aperto l’anno prima uno studio di registrazione, il Memphis Recording Service, e i suoi primi artisti sono in pratica tutti bluesmen: BB King, Junior Parker, James Cotton, Bobby Blue Bland. «Il blues fa sì che la gente – bianca e nera – rifletta sulla vita, quanto può essere difficile ma anche bella. Cantano della vita, pregano per essa, la predicano. È la maniera di alleviare il peso di quello che avviene, giorno dopo giorno».

È il 1951, l’anno successivo creerà la sua Sun Records e all’incontro epocale con Elvis ne mancano ancora tre, ma in quell’anno Phillips incide quello che viene considerato il primo disco di r’n’r, “Rocket 88” di Ike Turner – una celebrità nella zona, buon musicista e arrangiatore – e poi quel “Moanin’ At Midnight”, facciata B l’incalzante “How Many More Years”, che aprono la carriera del Lupo.

Intervistato da Robert Palmer, altro grande storico del blues, (e ripreso nelle grandiose note di copertina di Dick Shurman), gli dice: «Quando ho sentito Howlin’ Wolf, mi sono detto questo è per me. Questo è il luogo dove l’anima dell’uomo non muore mai. Non aveva una bella voce nel senso classico, ma aveva pieno comando su ogni singola parola che proferiva. Wolf è venuto in studio, e stava lì seduto con quei piedoni ben distanziati suonando l’armonica, e devo dirti che il più grande spettacolo del mondo fino ad oggi è Chester Burnett in una di quelle session nel mio studio. Dio, quanto varrebbe un film che avesse ripreso il fervore sulla faccia di quell’uomo mentre cantava. I suoi occhi si accendevano, vedevi le vene spuntargli dal collo, e, amico mio, non aveva nient’altro in mente se non quella canzone. Cantava con la sua dannata anima. Non cantava mai in studio stando in piedi. Voleva sempre sedersi e piantare quei 40 centimetri di piedi di fronte a lui. Quando partiva il beat, si ipnotizzava da solo: non sapeva cosa volesse dire ipnotizzarsi, ma era esattamente quello che faceva, si ipnotizzava. E faceva cose musicalmente da non credere. Sapeva che non potendo parlare davvero alle persone, metteva tutto nella sua musica».

«Quanti anni ancora devo lasciare che mi tratti come un cane
Preferirei morire subito, e riposare due metri sottoterra…
Me ne vado al piano di sopra, vado a prendermi i miei vestiti
Se qualcuno te lo chiede digli che ti ho lasciato e me ne sono andato via».

Wolf è finalmente arrivato in uno studio di registrazione, ha la sua prima chance a 41 anni, ma non è ancora partito che già si trova in mezzo a problemi legali: Phillips ha un accordo per una distribuzione nazionale delle sue produzioni con l’etichetta dei fratelli Chess a Chicago, che in quel momento sta avviandosi a diventare l’etichetta principe del blues. Ike Turner, il cui pianoforte spinge quella shuffle di “How Many More Years”, ne vende i diritti ai suoi referenti, i fratelli Bihari a Los Angeles.

Nasce una battaglia legale alquanto virulenta, che viene risolta alla fine a favore della Chess. Il primo singolo arriva al #10 nelle classifiche di rythm’n’blues, chiamate anche “race records”, quelle dei dischi degli artisti di colore. Passa un anno, Wolf a Memphis incide almeno una altra decina di pezzi, finchè la Chess non lo riscatta, e lo invita a mollare tutto e venire sù nella windy city. È l’inverno del ’52-’53.

È in pratica il percorso che faranno tutti i grandi del blues del Delta, musicalmente la mutazione da delta blues in blues elettrico urbano, esistenzialmente la salita al freddo Nord industriale, generalmente in treno. Non per Wolf: sarà l’unico bluesman che potrà vantarsi, visto i primi guadagni con la Chess e i soldi della vendita della sua fattoria, di essere salito al Nord in macchina, lungo la Highway 61 che da New Orleans al Minnesota costeggia il Mississipi: «Avevo una automobile da 4000 dollari e 3.900 in tasca: I am the onliest, sono l’unicissimo, che è venuto via dal Sud come un signore».

Ma non è solo l’artista che impressiona, è l’uomo che è davvero sorprendente: per quanto semianalfabeta, quando arriva a Chicago, Chester riprende gli studi, ottenendo prima un diploma equivalente al titolo liceale, e poi si iscrive a dei corsi di business e contabilità per avere il pieno controllo dei suoi affari.

È abile ad evitare altre trappole, quelle che hanno rovinato tanti del suo giro: l’alcool, il gioco d’azzardo, le donne facili. Al Lupo, così strabordante sul palco, non piacciono gli eccessi: niente Cadillac, ma una station wagon.

Ma non è tutto, quell’omone gigantesco, oltre a un senso imprenditoriale invidiabile, ha maniere gentili e un cuore d’oro: in un club di Chicago nota fra il pubblico una ragazza, Lillie, ed è amore a prima vista. Lei è una ragazza di buona famiglia, che vede di malocchio il mondo rutilante dei bluesmen. Ma riesce a conquistare lei e i genitori, la sposa, sarà un patrigno affettuoso per le due figlie di un precedente matrimonio e si ameranno fino alla fine.

Insieme, saranno un ottimo management per i suoi affari, Wolf sarà l’unico bluesman a vivere da benestante al punto da poter offrire ai suoi musicisti, oltre a una buona paga, persino (cosa mai sentita allora) i contributi e l’assicurazione medica. Un raro caso di imprenditore di successo di sè stesso, completamente al contrario della sua leggenda di performer scatenato e scatenante, come ha scritto Cub Koda su All Music «insuperabile per la abilità singolare di tirar giù la sala fino alle fondamenta e contemporaneamente spaventare a morte i presenti».

Arrivato a Chicago, negli studi Chess, i migliori del periodo per il blues in quanto a qualità sonora e personale di studio, il suono del Lupo lascia dietro il senso primitivo delle incisioni di Memphis e si allinea al classico sound dell’etichetta, dove in quegli anni si raggruppa la crema della crema del blues.

Nasce la fiera rivalità a colpi di 45 giri e spettacoli incandescenti con l’altra colonna del Chicago blues, anche lui immigrato dal Delta, Muddy Waters. Wolf inciderà con molti chitarristi diversi ma il partner prediletto, che lo accompagnerà per tutta la carriera, lo fa venire sù dal profondo Sud. È ancora un ragazzo, si chiama Hubert Sumlin, eccellente chitarrista elettrico, che riempirà i suoi brani di assoli finissimi – il suono ora delicato, di contrappunto, ora feroce, acido – che si completano perfettamente con la sua voce potente.

Un giorno verrà sedotto da Muddy Waters per il triplo della paga. Sarà un momento tostissimo nel rapporto con Muddy, del quale Wolf diceva «è lui che è geloso di me…una volta mi ha anche puntato una pistola…». Poi, un giorno migliore, Sumlin tornerà, a rinnovare la ricetta del successo di una carriera che lentamente decolla a livello nazionale.

Il primo hit, nel gennaio del ’56, è “Smokestack Lighting”, l’immagine quella di un treno a vapore che corre mandando dalla ciminiera scintille e lampi nella notte: «Oh, fumaiolo lampeggiante che risplende come l’oro/non senti il mio pianto?». Brano su un accordo solo, insistito e propulsivo proprio come il cavallo meccanico che sfreccia sui binari, che Wolf suona fin dagli anni ‘30, un collage di frammenti di Charley Patton, Tommy Johnson e dei Mississipi Sheiks. Sarà insignito di un Grammy «per l’importanza storica» e, cominciamo con la listona delle cover, diventerà il pezzo più apprezzato dal vivo degli Yarbirds di Eric Clapton, a volte con una versione strecciata fino alla mezz’ora.

Tutti i primi singoli vengono finalmente raccolti nel 1959 in un Lp-compilation come si usava nell’era dei 45 giri, “Moanin’ In The Moonlight”, a cui seguirà tre anni dopo l’altrettanto prezioso “Howlin’ Wolf”, chiamato generalmente “the Rocking Chair”, dalla sedia a dondolo raffigurata in copertina. Sono i due da prendere, se uno cerca gli album singoli.

La svolta della sua carriera avviene all’inizio degli anni ‘60, quando gli affiancano il più prestigioso degli autori di blues, Willie Dixon, che lavora nello staff della Chess raddoppiando come eccellente contrabbassista acustico. Inevitabilmente, a quel punto lui e Muddy s’ingelosiscono uno dell’altro, Dixon al centro dei desideri: «Ogni tanto Wolf mi diceva “hey man, hai scritto quella canzone per Muddy. Perchè non ne scrivi una così anche per me?” Ma quando poi la scrivevo per lui non gli piaceva».

Allora con lui Dixon comincia a usare la psicologia al contrario, facendogli sentire le canzoni e dicendogli che erano scritte per Muddy, così che le accetti senza riserve.

A naso, a Wolf non va così male però, e alla soglia dei suoi 50 anni entra nel periodo più prestigioso della sua carriera proprio mentre in Inghilterra il blues esplode come influenza su tutta la nuova scena.

Da una parte aumenta la sua attività dal vivo, spesso partecipando come headliner ai tour europei, pacchetti classici degli anni ‘60 con performer leggendari, raccolti in una collezione di dvd, “American Folk Blues Festival”, imperdibile per gli amanti del genere. Le nuove blues band inglesi sono tutte in platea, e Yarbirds, Jimmy Page e “il più purista blues di tutti”, Brian Jones partecipano a quegli incontri informali in cui Wolf e Dixon si confrontano con i musicisti inglesi.

D’altra parte, la sequenza di brani degli anni ‘60, molti dei quali scritti per lui da Dixon, è clamorosa, e Howlin’ Wolf diventa una sorta di padrino del blues inglese essendo il suo, più di ogni altro bluesman americano, il canzoniere da cui attingere per tutte le band britanniche. Sembra un mining di crypto-valute antelitteram quello che si scatena, scavare nel suo repertorio per avere canzoni da suonare e anche per validarsi abbracciando il blues più autentico, viscerale, a differenza dei gruppi che guardano all’America scegliendo gli artisti più mainstream.

Prendiamo gli Stones, che a differenza dei Beatles non vanno in cerca di cose pop tipo Motown, ma puntano dritti alla fonte del blues. La loro versione di “Little Red Rooster”, caldeggiata da Brian Jones, nel 1964 è un #1 ed è un risultato storico, l’unica volta che un 45 di blues arriverà in cima alla chart inglese.

L’originale si chiama “The Red Rooster”, e per la verità proprio originale non è, anche se è firmato da Dixon. La moglie di Wolf confermerà che molti dei brani firmati da Dixon il marito li suonava già, magari in forma leggermente diversa, e c’è da crederle: questo è un brano del folklore del Sud, in cui si pensa che un gallo rosso possa mantenere la pace nel pollaio, e attinge a due brani che si perdono nella notte dei tempi. Il primo di Charlie Patton, “Banty Rooster Blues” del 1929, che probabilmente ai tempi lo ha insegnato al giovane lupacchiotto, e a “If You See My Rooster” del 1936 di una delle rare blueswomen, Memphis Minnie.

«I cani cominciano ad abbaiare
E i segugi cominciano a ululare
Stai attento gatto randagio,
Il piccolo gallo rosso è in caccia.
Se vedete quel piccolo gallo rosso
Per favore riportatelo a casa
Non c’è più pace nel cortile
Da quando quel galletto rosso se n’è andato…».

Inutile sottolineare come la versione di Howlin’ Wolf e quella degli Stones siano diverse: la voce caruccia con accento albionico di Jagger non ha nulla di quella del Lupo, e anche sua la slide non è quella di Jones, però gli Stones dimostrano la loro gratitudine e onestà quando invitati in uno show televisivo americano di rock, Shindig, chiedono che ad esibirsi ci sia anche uno dei loro idoli.

Rimane l’unica esibizione di Wolf alla tv nazionale. Il filmato lo mostra in piena forma, “How Many Years” è il brano, ragazze che si muovono battendo le mani a tempo e i cinque Stones ai suoi piedi, un ghigno soddisfatto sulle loro facce. È un riconoscimento anche economico molto diverso, tanto per dire, dagli Zeppelin che nel primo album saccheggeranno molti classici del blues firmandoli in proprio senza rispettare gli autori (in qualche caso, vedi BB King, in tribunale anni dopo la pagheranno cara).

Ma di brani che i bluesmen bianchi inserirano nel loro repertorio ce ne sono tanti: “I Ain’t Superstitious” nel ’68 viene ripresa, in pompa rock molto magna, dal Jeff Beck Group, con Rod Stewart ancora alla voce.

Eric Clapton con i Cream ne reinterpreta due: la prima, “Sitting On Top Of The World”, non nasce come un blues, lo è nella versione di Howlin’ Wolf e i Cream ricalcano quella. Nasce però come un brano country, scritto nel ’26 da Walter Vinson e Lonnie Chatmon, due membri dei Mississipi Sheiks, quartetto di country blues del Mississipi enormemente popolare negli anni ‘30, che in formazione avevano chitarre e violino. Diventato poi un classico della musica americana, suonato in tante salse diverse.

Per l’altra, ancora più famosa, torniamo ancora una volta a Charley Patton, che nel 1929 incide “A Spoonful Blues”, che è la base della versione di Willie Dixon. Come altre di Dixon e Wolf, un accordo, una struttura di blues modale e si va, l’interpretazione del Lupo è brutale, violenta, sembra prenderti per la gola con quelle due manone grandi davvero come quelle della favola di Cappuccetto Rosso; le due magnifiche chitarre di Freddie Robinson che scandisce con forza sulle note basse, e di Hubert Sumlin su quelle alte che bucano gli altoparlanti, la ritmica incessante sotto, è uno spettacolo, son solo 2’44” ma potrebbe andare avanti ore.

È l’invocazione a quello che inseguono e che fa impazzire gli uomini, dall’oro all’amore e ritorno.

«Potrebbe essere un cucchiaio pieno di diamanti
Potrebbe essere un cucchiaio pieno d’oro
O solo un piccolo cucchiaio pieno del tuo amore prezioso
Per soddisfare la mia anima
Potrebbe essere un cucchiaio pieno di acqua
Per salvarti dalle sabbie del deserto
Ma un cucchiaio pieno di piombo
Ti potrebbe salvare da un altro uomo
Gli uomini mentono a proposito di quel cucchiaio
Qualcuno piange per via di quel cucchiaio
Qualcuno muore per quel cucchiaio
Tutti lottano per avere un cucchiaio pieno».

I Cream la mettono nel loro primo album, e in “Wheels Of Fire” ne fanno una versione live di 17’, torrenziale nello svolgimento, brutale per volume sonoro, psichedelica nell’anima, svisate e assoli in pura libertà e senza limiti, una vera fotografia dei tempi oltrechè del loro padrinaggio dell’heavy metal, ascoltare per credere.

Versione più educata e contenuta (e probabilmente meno fatta) 40 anni dopo, nella loro reunion del 2005.

Una delle versioni più entusiasmanti di un brano del Lupo è quella di “Back Door Man” fatta dai Doors. Inutile dire quanto sia lontana negli anni 60 la Chicago della West Side e la psichedelica California. Come sempre, l’originale è imbattibile, quella cattiveria non la puoi imitare nè superare, ma Morrison trasforma il brano in un viaggio nelle radici blues dei Doors, una performance che diventa teatro e improvvisazione, minacciosa quanto seduttiva, con un assolo acidissimo di Robbie Krieger. Suonandola in puro stile blues a 12 battute, dilata ed enfatizza ancora di più la tensione fra i momenti carichi e quelli meno tesi, una tipica caratteristica di Wolf stesso.

Il testo racconta, forse con un sottinteso doppiosenso, l’uscita dell’amante dalla porta di dietro, e darà anche il titolo al secondo album dei Knack “…But the Little Girls Understand”.

«Sono l’uomo della porta di dietro
Gli uomini non sanno, ma le ragazzine capiscono…».

Ci sono quelle come “Wang Dang Doodle“ che sono puro rock’n’roll, ritmo da posseduti e voce da possedente. Howlin’ Wolf registra la sua versione nel 1961, ma cinque anni dopo la porta al grande successo Koko Taylor, blues shouter anche lei del Tennessee, che Dixon scopre e porta alla Chess. Sarà il suo primo milione di copie vendute, hit che arriva fin nelle classifiche bianche:

Nel ’64 la collaborazione con Dixon si interrompe, ma grandi pezzi continuano ad arrivare: “Killing Floor”, di Sumlin, col suo riff memorabile entrerà nel repertorio degli Electric Flag di Mike Bloomfield e sarà una presenza costante nel repertorio live di Jimi Hendrix

La lista sarebbe lunga, ogni brano del Lupo, anche i minori, sono una lezione di come il blues sia una cosa che hai dentro. Se vi immergete, sul fondo ne troverete a iosa: c’è “Down In The Bottom” la cui musica è pari pari “Crossroads”, e “Forty Four” scritta da Roosevelt Sykes nel ‘29, altro riff indimenticabile; c’è quel delizioso shuffle auto-ironico “300 Pounds Of Joy” e “New Crawling King Snake”, un bluesaccio con fiati a pompa che chissà se ha ispirato l’immaginario del giovane Jim Morrison; quel lamento strappacuori fin dal titolo, “I Asked For Water (She Gave Me Gasoline)”, e quella canzone che vi sconsiglio di far sentire alla fidanzata alla prima uscita, “Evil”, nella quale il diavolo fa davvero capolino dietro al microfono; c’è lo stomp irresistibile di “Going Back Home” e quell’avviso che con lui vale sempre la pena seguire, “Don’t Mess With Me Baby”.

E se volete sentire come i giovani apprendisti stregoni del blues inglese lo amino, ma facciano fatica a stargli dietro, sentite la “Red Rooster” nelle “London Sessions” quando Clapton gli chiede «senti, la potresti suonare sulla chitarra mentre canti, che non ci capiamo nulla?», con Bill Wyman che dirà «abbiamo capito che stavamo facendo il ritmo tutto al contrario».

Avrebbero dovuto conoscere quella frase con cui Howlin’ Wolf ha messo definitivamente il sigillo sul senso del blues: «The boys think they know music, but they don’t know life», conoscere la musica è una cosa, la vita è un’altra.

Se prendete una raccolta essenziale di Wolf, per esempio la “His Best” per il cinquantenario della Chess, ne troverete 20, ma se volete immergervi e perdervi dentro la fonte della giovinezza del Chicago Blues, in quel luogo come diceva Sam Phillips dove l’anima dell’uomo e del blues non muore mai, la Chess Box tripla fa per voi, anche per le sue strepitose note di copertina.

Peter Guralnick ha scritto: «Il suo suono non è mai veramente cambiato. Era lo stesso nel 1975 come lo era 25 anni prima. Più di chiunque altro della sua generazione è stato indifferente ai trend, sia perchè gli mancava la flessibilità musicale per approfittarne sia perché, più significativamente, si conosceva. Per Howlin’ Wolf c’era poca distinzione fra arte e vita».

Una carriera memorabile condensata discograficamente in poco più di vent’anni, perché all’inizio degli anni ‘70 la salute di quel gigante, al tempo stesso terrificante performer e dolcissimo marito, che sul palco strabuzza gli occhi e si muove disarticolato come un clown, o cammina sogghignando a quattro zampe ululando e un attimo dopo si alza e sembra che scavi con ferocia nelle insondabili profondità dell’anima, comincia a declinare.

Prima un infarto poi un altro, un incidente in macchina nel quale vola fuori nel finestrino e si danneggia i reni, tanto che il suo fidato bandleader, Eddie Shaw, consente che dal vivo gli ultimi anni possa eseguire solo una mezza dozzina di brani. Tranne un’esibizione leggendaria a Chicago, in cui fa di tutto, un trionfo con cinque minuti di standing ovation. Alla fine devono chiamare i paramedici per rianimarlo. La sera dopo suona in cui piccolo club, e all’uscita va direttamente in ospedale. Non ne uscirà più.

C’è una canzone che incide nel 1961, quindici anni prima che i suoi piedoni lascino per sempre il suolo di Chicago, che riassume benissimo la sua vita:

«Amico, sai che mi sono goduto cose
Che re e regine non avranno mai
E neanche lo sanno
E i bei tempi?
Ho avuto la mia parte di divertimento
Anche se non guarirò più
La mia salute sta svanendo
Oh sì, sto andando giù piano.
Ora guarda, non ho mai detto che ero un milionario
Ma ho detto che ho speso più soldi di un milionario
Perché se avessi tenuto tutti i soldi che ho speso
Sarei stato un milionario tanto tempo fa
E le donne, o mio Dio!
Per favore scrivete a mia mamma
Ditele come sto
Scrivete alla vecchia madre e ditele come sto
Ditele di pregare per me
Di perdonarmi per i miei peccati».

“Goin’ Down Slow” non l’ha scritta lui, ma nel 1941 James “St. Louis Jimmy” Oden, un altro bluesman che ha fatto il suo viaggio, dal Tennessee a Chicago. Ma è la sua storia, incluso il passaggio della madre. Perché quando avrà avuto successo al Nord, il lupacchiotto che è ancora in lui lo fa scendere ancora una volta al Sud, per incontrare la mamma che non vede da troppi anni: ma la anziana Gertrude Burnett, che si mantiene vendendo testi scritti a mano di brani gospel per strada, non lo vuole incontrare, non adesso che suona «la musica del diavolo».

Quando anni dopo Chester si sta spegnendo in ospedale, fa un ultimo tentativo. Le fa sapere che può mandare a prenderla una limousine, un aereo, se solo volesse vederlo un’ultima volta. Niente, nessun perdono, «lui suona la musica del diavolo».

Chissà se Howlin’ Wolf, quell’omone che non aveva paura di niente, lui che attraverso il blues era fuggito dalla povertà e aveva conquistato non solo il mondo, ma una vita piena di dignità e di amore per le sue donne, si sarà chiesto se c’è un blues più grande di quello di una madre che rifiuta il figlio.

Che storia, il blues.

P.S. Per chi volesse andare fino in fondo, c’è un magnifico dvd, “The Howlin´ Wolf Story: The Secret History Of Rock And Roll” (2003). Sul web lo trovate qui: