La decrescita è di ModaI marchi dell’abbigliamento si impegnano a produrre meno ma produrre meglio

Alla Cop26 di Glasgow si è discusso dei danni ambientali causati dalla febbre del fast fashion (compri tanto e paghi poco poi indossi poco e butti tanto). E molti grandi brand iniziano ad affrontare il disaccoppiamento tra sovraproduzione di vestiti e profitto: perché si può guadagnare uguale sprecando meno materie prime e riorganizzando la distribuzione

Photo by Francois Le Nguyen on Unsplash

Alla Cop26 conclusosi la settimana scorsa a Glasgow ancora una volta con risultati deludenti la moda è stata comunque tra i protagonisti di rilievo. Con riflessioni profonde che attestano una presa di coscienza come non era mai accaduto in precedenza.

Il programma United Nation Climate Change, ha dato vita a una nuova versione della Carta della Moda (già siglata nel 2018) sottoscritta da una parte significativa di questa industria: si tratta di 130 aziende e di 41 organizzazioni di supporto che includono marchi di prima fila come Adidas, Burberry, Chanel, Kering (tra gli altri Gucci, Balenciaga, Bottega Veneta, St. Laurent, Brioni) e poi Nike, Puma…

È un passo avanti decisivo? È ancora troppo poco, ma è certo di buon auspicio che si sia cominciato a parlare in maniera aperta di un concetto sino a questo momento rimasto tabù: “la decrescita”. Decrescita significa diminuzione programmata della produzione, un’idea sino a ieri terrorizzante per qualsiasi amministratore delegato che debba giustificare ai propri azionisti l’andamento dei ricavi della sua attività: nodo cruciale in qualsiasi attività economica, nel tessile-abbigliamento come in qualsiasi altro settore.

Perché dunque affrontare una tema del genere? Di certo non se ne può fare a meno, di fronte a evidenze come queste: nei primi quindici anni di questo secolo, la produzione di abbigliamento è raddoppiata in volume, ma il numero di volte in cui un capo è stato indossato prima di essere gettato è diminuito del 36 per cento (fonte U.N.E.P.) È facile rintracciare dietro a queste cifre il paradigma produttivo “gassato” del fast fashion: sempre più collezioni (sino a 12 in un anno) composte da capi posti in vendita a prezzi super competitivi, ma con una qualità intrinseca bassa e di conseguenza una ridotta durata: ridotta la durata, ma non lo smaltimento che è in continua crescita.

Si tratta di una formula che proprio in questo inizio di millennio si è dimostrata nei fatti vincente sul piano dei ricavi, costringendo anche il cosiddetto settore del “lusso” a rincorrere. In questo arco di tempo i grandi produttori di fast fashion sono così cresciuti da aver cooptato per capsule più o meno consistenti (ma con lanci sempre più frequenti) il gotha dei designer moda internazionali, spesso gli stessi contemporaneamente al comando dei più celeberrimi marchi del lusso.

Ora però la rincorsa infinita a questo modello scricchiola: folle sin dall’inizio, non è stato percepito come tale dal grande pubblico. Anzi, non era percepito come tale in precedenza, perché ora in Occidente i ragazzi della “Generazione Greta” (i più acculturati e coscienti tra GenZ e Millennial) non appaiono più disponibili a girarsi dall’altra parte e i “bla-bla” non li convincono più. Qualcosa del genere comincia a delinearsi anche in Oriente (Sud Corea, Hong Kong in testa).

Il fatto è che il pianeta manda segnali impossibili da ignorare e nessun essere dotato di un minimo di raziocinio può più esimersi dalle proprie responsabilità. E non possono farlo neanche i produttori. Che, per la verità, provano a risolvere il problema attraverso il disaccoppiamento di produzione e profitto, massimizzando le strategie di sell-through. In pratica con minor spreco di materie prime in partenza attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie. E ancora con una programmazione ottimizzata nel numero di pezzi da inviare alla distribuzione onde minimizzare resi (e conseguenti discariche) a ogni fine stagione.

E non possono esimersi dalle loro responsabilità neppure i decisori politici. Che si sono dimostrati terribilmente deludenti a Glasgow, con in testa India e Cina a frenare tutto. Perché ingenti investimenti (secondo stime accreditate 1 trilione di dollari entro il 2050) necessari per affrontare la decarbonizzazione della filiera produttiva attraverso l’utilizzo di fonti energetiche alternative non può essere affrontata esclusivamente dai produttori a monte e dai marchi a valle della filiera tessile. Attivare politiche fiscali e incentivazioni adeguate è compito dei governi che hanno inviato i loro rappresentati alla Cop26.

Non possiamo più farlo nemmeno noi singolarmente: chiamati come siamo ad acquistare di meno e meglio. Perché la noiosissima raccolta differenziata – l’atto di penitenza a cui ci sottoponiamo ogni santo giorno – è ineludibile, ma non basta da sola a risolvere ogni problema.

Lo sappiamo in fondo tutti molto bene.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter