Conta il risultatoSull’obbligo vaccinale c’è l’ennesimo dibattito moralista e irrazionale

Costringere le persone a vaccinarsi potrebbe creare più danni che altro, oltre al fatto che nessuno spiega concretamente come farlo e quali sanzioni prevedere per chi si rifiuta. Il dibattito su questo tema è sbagliato, come spesso accade: si ragiona per fazioni ignorando dati e buon senso

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La crisi è anche una retorica. Una delle eredità più evidenti della prima pandemia avvenuta sotto le luci di una società dove l’informazione è capillare e costante è la drammatizzazione di ogni cosa che accade. Ogni evento assume proporzioni epiche e viene raccontato come una lotta fra bene e male, con rapida identificazione del male.

Solo così, cioè con un dibattito evidentemente e studiatamente non razionale, si spiega l’escalation della discussione su Green Pass e obbligo vaccinale. Che, non a caso, si tiene alla larga da qualsiasi considerazione su ciò che sarebbe utile e prudente per sfiorare tutte le corde dell’indignazione e del senso di giustizia.

Proviamo a riassumere quello che si sa sull’obbligo vaccinale, in generale e nella fattispecie, quando serve e perché, partendo però da una domanda preliminare: perché alcune persone sono esitanti o non intendono in alcun modo vaccinarsi? Ragionare sull’introduzione dell’obbligo presuppone che si sappia se ci sono buone probabilità che sia efficace. Esistono numerosi studi in merito e si sa che sono diversi i fattori che possono entrare in gioco nell’avversione al rischio vaccinale. Capita, certo, che alcuni  reagiscano sulla base dell’ideologia personale (l’anticapitalismo che non digerisce Big Pharma) ma entrano in gioco soprattutto sfiducia nelle istituzioni e nella medicina, utilità e rischio percepiti (paura), senso personale di sicurezza, eccetera.

Chi è contrario a vaccinarsi per ragioni ideologiche non si farà convincere da nulla, mentre chi ha sfiducia nelle istituzioni e nella medicina può diventare più radicale nei propri comportamenti se si introduce l’obbligo. La paura e l’avversione al rischio sono dei potentissimi motori psicologici, che non si affrontano o risolvono con qualche battuta a effetto o con gli insulti in televisione. Verrebbe da dire a ognuno il suo mestiere, ma ormai è saltato tutto e ascoltiamo gli scienziati discettare di qualsiasi cosa, quindi anche di chi sono o come pensano i novax, senza sapere cosa stanno dicendo, preceduti in questa pratica dai giornalisti.

L’esitanza e la contrarietà di fronte ai vaccini è diversamente distribuita nel mondo. Rimaniamo nel perimetro a noi più noto: raggiunge livelli molto alti nei paesi slavi, con la Russia che è no-vax al 50% (per una comprensibile sfiducia verso le proprie istituzioni), ma pure assai refrattaria è la popolazione francese, così come quella tedesca. Negli Stati Uniti la cosa varia da Stato a Stato. L’Italia è entrata nella pandemia con una percentuale di no-vax stimata al 20% circa della popolazione, ma con il tempo (prima dell’introduzione del Green Pass) la percentuale si è circa dimezzata. Come in Gran Bretagna.

Si tratta di stime, ma è singolare che mentre siamo al terzo posto in Europa per copertura vaccinale contro Covid-19, e siamo anche tra quelli che hanno meno persone no-vax (a dispetto dell’attenzione mediatica loro riservata), discutiamo di una misura odiosa e costosa come l’obbligo vaccinale. Forse ci facciamo imporre l’agenda dai giornalisti, che riescono a far sembrare un problema, per fare audience, poche centinaia di persone in corteo e un paio di politici o intellettuali in televisione. 

L’obbligo di immunizzarsi non esisteva fino a quando l’immunizzazione era una pratica sociale, una sorta di rito di passaggio per proteggere soprattutto le ragazze dalla morte o dagli effetti deturpanti del vaiolo. Quando la variolazione approdava nell’Europa illuminista, che stava scoprendo i vantaggi dell’individualismo, nascevano i problemi. Come preservare le scelte individuali anche dalle necessità di salute pubblica?

Stiamo ad alcuni episodi. Il generale Washington non ebbe difficoltà a ordinare nel 1777 la variolazione, non poco rischiosa, dell’esercito americano minacciato più dal vaiolo che dagli inglesi. Mentre Kant scriveva pagine irragionevoli contro la vaccinazione di Jenner, Napoleone consentiva a milioni di persone in Europa di vaccinarsi, dal 1800 in avanti. Peraltro fu Jenner a ottenere il rilascio dei prigionieri di guerra inglesi, in quanto Napoleone riteneva che non si potesse dire di no a un così grande benefattore dell’umanità.

Nel 1853 il governo della regina Vittoria introduceva l’obbligo vaccinale contro il vaiolo con relative sanzioni (in Italia ciò avveniva nel 1888), e in quel paese i cittadini manifestarono ovunque con rabbia al grido “giù le mani dai nostri bambini”. Dopo circa quarant’anni venne introdotta l’obiezione di coscienza, che consentiva a chiunque di decidere in libertà. Da quel momento in Gran Bretagna i vaccini non sono mai più stati obbligatori, ma, grazie a un’efficace comunicazione sanitaria, per tutto il secolo scorso non ci sono stati problemi di coperture per i vaccini pediatrici. 

Negli Stati Uniti la questione ruota intorno a una sentenza della Corte Suprema del 1905. Nell’’arco di tre anni in quel paese nasceva un forte movimento antivaccinista. La sentenza è stata usata nelle politiche anti-covid anche per giustificare l’obbligo delle mascherine e dei lockdown da parte dei governi locali.

Nel Novecento le scelte di politica vaccinale hanno variato da paese a paese e si è grosso modo capito che, in situazioni epidemiologicamente drammatiche con bassa disponibilità delle persone a vaccinarsi, l’obbligo può avere senso. Soprattutto a livello locale, quando per esempio troppi genitori in certe aree non vaccinano i figli contro il morbillo e si cominciano a vedere casi e morti (tra bambini immunodepressi). Lo si era visto anche con le politiche di vaccinazione antidifterica nella prima metà del secolo.

Da uno studio sulle politiche vaccinali pediatriche, in cui si confrontano i paesi europei, risulta che i livelli di copertura vaccinale non dipendono dal fatto che le vaccinazioni siano obbligatorie o volontarie. Un obbligo per categorie, che per una malattia a diffusione respiratoria potrebbe avere avuto senso anche se il treno è ormai partito, è anch’esso altra cosa che un obbligo su scala nazionale. Per quanto riguarda Covid-19, l’OMS ha dato indicazione, nell’aprile 2021, di non ricorrere all’obbligo per la vaccinazione, a meno che non sia chiaro che la popolazione intende sottrarsi al vaccino. Ancora in questi giorni il direttore dell’OMS Europa dice che va fatto il possibile per aumentare  la copertura vaccinale, ma l’obbligatorietà deve essere l’extrema ratio. È la situazione dell’Italia, dove l’87% della popolazione sopra i 12 anni ha almeno iniziato il ciclo vaccinale? 

La raccomandazione dell’OMS di tenersi lontani dall’obbligo quanto più possibile ha ragioni ovvie, che il clima venutosi a determinare in Italia paradossalmente conferma. Sembra un riflesso condizionato dei nostri esperti/governanti che se in qualche paese confinante si fa qualcosa che limita le libertà personali, allora lo dobbiamo copiare a prescindere dal fatto che le situazioni siano davvero comparabili. È accaduto col green pass francese e ora con la scelta dell’Austria di introdurre l’obbligo vaccinale  – a febbraio 2022, che è probabile significhi che ci vogliono ripensare per tre mesi e probabilmente non lo faranno. Ma da noi è possibile che succeda, tale è la confusione sotto il cielo.

Non si devono sbattere i vaccini nell’arena politica, perché si finisce per rendere materia di scontro politico una questione che proprio perché è tanto importante andrebbe protetta dal dilagare dello spirito di fazione. Meglio dell’obbligo per convincere gli esitanti non fanatici funziona una comunicazione personalizzata, soprattutto se stimolata da un medico, magari il medico di famiglia. L’ultimo position paper della Associazione Italiana di Epidemiologia non spreca tempo a discutere “obbligo sì, obbligo no”, ma mette al primo punto la raccomandazione di «avviare la chiamata attiva per le persone non ancora vaccinate» e al terzo la protezione vaccinale dei bambini.

Viene da pensare che chi chiede l’obbligo vaccinale non sappia di cosa stia parlando e segua un banale istinto: crede che le società umane siano dei sistemi meccanicistici, dove basta cambiare la programmazione al bisogno, e poi ripristinare quella preferita quando l’emergenza è finita. 

Pare non sia chiaro cosa implica l’obbligatorietà, che se non venisse applicata uniformemente e capillarmente, con le forze dell’ordine impegnate a stanare chi non è vaccinato, potrebbe addirittura produrre l’effetto di cristallizzare diverse modalità locali di adesione. Come per la cintura di sicurezza e il casco, che sono usati con percentuali diverse dai cittadini del nord e del sud del paese.

Dopodiché, se una persona non intende vaccinarsi comunque, come si procede? Perde il lavoro, ma se non è dipendente non succede. Non andrà più al bar o allo stadio. Quali saranno gli effetti sulla socialità, sulla fiducia reciproca fra le persone, sulla reputazione delle istituzioni democratiche? Quali gli effetti sulla diffusione dei complottismi, in qualche modo suffragati dall’obbligo per tutti? Quali gli effetti di lungo periodo sulla stessa percezione della medicina, ridotta a un campo di battaglia politico? 

Eppure sarebbe così semplice. Basterebbe ricordarsi che ciò che ci interessa è che il nostro vicino di casa si vaccini, non la soddisfazione di punirlo se non lo fa. E di certo non è immaginabile che i carabinieri lo portino in un hub, lo leghino e gli facciano somministrare il vaccino contro la sua volontà.

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