Resa dei contiLa crisi economica potrebbe far cadere il regime di Erdogan

Per la prima volta da quando è al potere, il presidente turco sembra davvero in difficoltà. Un lungo articolo del Financial Times spiega che l’inflazione, la disoccupazione e le difficoltà della popolazione potrebbero dare ai partiti di opposizione un’occasione per cambiare leader

LaPresse

L’opposizione in Turchia non è mai stata così ottimista su una possibile caduta di Recep Tayyip Erdoğan. Molti elettori, leader di partito e analisti politici sono convinti che presto o tardi la crisi economica costringerà il sultano ad abbandonare la guida del Paese. Le elezioni sono previste per il 2023 – che tra l’altro è anche l’anno del centenario della nascita della moderna Turchia – ma per qualcuno potrebbe esserci un voto anticipato nel giro di un anno, o forse meno. «Non manca molto», ha detto Kemal Kilicdaroglu, leader del Partito Repubblicano Popolare (Chp).

I critici di Erdoğan dicono che il presidente ha finito le energie, le idee e il tempo. I segnali sarebbero già visibili, secondo alcuni. Tuttavia, Erdoğan non sembra temere: a ottobre Ankara ha di nuovo sorpreso i mercati, quando la banca centrale ha tagliato i tassi di interesse a causa dell’aumento dell’inflazione – per di più in un momento in cui le banche centrali di tutto il mondo stanno alzando i tassi. Il risultato non è stato incoraggiante: il prezzo della lira è crollato di nuovo.

Della difficile situazione finanziaria della Turchia, e delle possibili conseguenze per Erdoğan, ha scritto il Financial Times in un articolo firmato da Laura Pitel. «L’approccio di Erdoğan all’economia di un Paese da 765 miliardi di dollari non sta funzionando. Sebbene la crescita economica sembri buona sulla carta, non si è tradotta in posti di lavoro e altri risultati più concreti», scrive la corrispondente dalla Turchia per il quotidiano economico.

L’inflazione ha sfiorato il 20% a settembre e la lira, come detto, sta perdendo valore. Cosa più importante per il presidente, che mercoledì segna il 19° anniversario della sua ascesa al potere a livello nazionale, il sostegno al suo partito Akp è sceso di circa 10 punti percentuali dalle elezioni parlamentari del 2018: oggi è ai minimi storici, tra il 30% e il 33%.

L’economia è una delle vene aperte della Turchia in questi anni Venti. «Il presidente, che per anni ha vinto le elezioni grazie alla promessa di una maggiore prosperità per milioni di persone, continua a sbandierare le cifre della crescita economica del Paese. Il Fondo monetario internazionale prevede che il Pil della Turchia aumenterà del 9% quest’anno, un tasso che lo pone davanti alla Cina e appena dietro l’India. Ma, di contro, la più grande associazione imprenditoriale del Paese, Tusiad, spesso reticente nel criticare le politiche di Erdoğan, fa notare che l’ossessiva attenzione del governo alla crescita a ogni costo sta danneggiando il Paese», scrive il Financial Times.

La crescita dei salari, infatti, non è riuscita a tenere il passo con l’inflazione dilagante. Le famiglie a basso reddito sono state le più colpite dal conseguente calo del tenore di vita. Il tasso di povertà, diminuito drasticamente durante i primi quindici anni di governo dell’Akp, è tornato a salire nel 2019 a causa di una recessione che ha portato alla perdita di 1 milione di posti di lavoro.

Un report della Banca mondiale sottolinea che la crisi recente si è tradotta in quasi 1,5 milioni di poveri aggiuntivi, per un totale di 8,4 milioni a livello nazionale, cancellando quasi tutti i risultati ottenuti nei tre anni precedenti. Anche gli investimenti diretti esteri si sono ridotti, ormai inferiori ai 6 miliardi di dollari nel 2020 – in netto calo rispetto al picco di oltre 19 miliardi di dollari registrati nel 2007.

Le difficoltà economiche, però, hanno (anche) un’origine politica. «Sebbene sia ancora un politico formidabile – scrive il Financial Times – oggi Erdoğan sembra spesso stanco e fiacco. I funzionari del governo sostengono che il presidente tragga ancora energia dallo scendere in strada e stare tra la folla, ma i suoi incontri con il pubblico sempre più spesso sono segnati da passi falsi e incomprensioni».

Dopo aver consolidato il suo controllo sulle istituzioni turche, Erdoğan si è scontrato con la banca centrale turca – teoricamente un’istituzione indipendente dal potere politico – chiedendo ripetutamente e ottenendo tassi di interesse più bassi. Questi, secondo il sultano, aiuterebbero a combattere l’inflazione. Poi però la combinazione di una politica monetaria espansiva con il rialzo incontrollato dei prezzi ha fatto vacillare l’economia del Paese.

C’è poi una parte più nascosta della politica di Erdoğan che la giornalista Laura Pitel fa emergere nel suo articolo: nonostante il presidente turco faccia spesso leva su dichiarazioni in materia economica, «alcuni membri del governo e della comunità imprenditoriale affermano che in realtà ha una conoscenza minime in materia economica ma raramente viene messo in discussione anche dai membri del suo stesso gabinetto».

Addirittura alcuni funzionari del partito Akp sostengono che molti alti consiglieri dell’entourage di Erdoğan sarebbero contrari al taglio dei tassi di interesse, ma non sono disposti a dirglielo. «Al presidente non piacciono le persone forti intorno a lui. Lo sanno tutti. Quindi nessuno è disposto a dire la verità», dice un funzionario del governo.

È per queste crepe ormai macroscopiche che l’opposizione trasuda ottimismo sul fatto che la fine dell’era Erdoğan sia sempre più vicina. I principali esponenti dell’opposizione sostengono che la straordinaria sconfitta dell’Akp alle elezioni municipali di Istanbul e Ankara nel 2019, quando si sono uniti dietro un candidato unico in entrambe le città, dimostra che Erdoğan può essere sconfitto da una coalizione unita.

Quando sarà chiaro a tutti che la nave del presidente sta affondando, si farà a gara ad abbandonarla – non solo nel partito, ma anche nei servizi di intelligence, nella polizia, nella burocrazia e nell’esercito.

Molti osservatori stranieri, però, sono molto più pessimisti. Il motivo è piuttosto semplice, e lo si individua con una domanda retorica fatta al Financial Times da un diplomatico dell’Unione europea: «Quanti autocrati lasciano autonomamente il potere?».

Alcuni temono che Erdoğan possa cercare di cancellare del tutto le elezioni, o che il Paese possa precipitare in un’ondata di violenza come quella seguita alle elezioni del giugno 2015, quando l’Akp ha perso per la prima volta la maggioranza parlamentare.

«Un’altra fonte di preoccupazione è la capacità dell’opposizione di sprecare l’opportunità che si presenterà davanti ai loro occhi. Finora l’improbabile alleanza tra il Chp di sinistra, l’Iyi di destra, i curdi e molti altri partiti minori è riuscita a rimanere unita nonostante i ripetuti tentativi di Erdoğan di romperla. Ma potrebbe esserci una resa dei conti disordinata sulla scelta di un candidato unico da opporre al presidente turco», si legge sul Financial Times.

I sondaggi suggeriscono che un gran numero di elettori indecisi, molti dei quali sarebbero sostenitori disillusi dell’Akp, non si fidano ancora dei partiti di opposizione. Manca ancora una figura forte, un possibile leader per sfidare Erdoğan: se non dovessero trovarlo, il presidente ha buone probabilità di conservare il potere.

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