La richiesta dei cittadiniLa Conferenza sul Futuro dell’Europa non deve diventare un’operazione di marketing

Parla a Linkiesta Maria Cinque, una dei 20 delegati del Citizens’ Panel 3. Si prepara ai prossimi incontri, con la ferma volontà di far sentire la propria voce

LaPresse

«Non ho paura di dire le cose come stanno e non mi farò intimorire dalla presenza dei politici»: Maria Cinque è una combattiva milanese, mamma di tre figli, che partecipa al Citizens Panel numero 3 della Conferenza sul Futuro dell’Europa. Nei suoi interventi finora non ha risparmiato critiche alle istituzioni dell’Unione europea e promette che tornerà a farlo, se necessario.

 Cosa significa per te partecipare alla Conferenza sul Futuro dell’Europa?
Da sempre sono molto interessata alla politica e ai problemi sociali, quindi questa è per me un’occasione unica nella vita: non mi sarei mai aspettata di poter entrare al Parlamento europeo dalla porta principale. Sono felice di intervenire e mi sento investita anche di una certa responsabilità, perché farò in sostanza da portavoce per pensieri e istanze della società in cui vivo. I politici hanno un problema: quello di dire cose politicamente corrette, per non attirare critiche. Io invece mi sento in un ruolo privilegiato, perché posso esprimere qualsiasi concetto ritenga utile.

Quali sono state le tue prime impressioni?
A essere sinceri, ho un rammarico: gli addetti ai lavori, gli esponenti politici e gli esperti tendono a rimarcare il messaggio democratico che emerge dalla Conferenza. In alcuni casi mi sembra quasi di essere parte di un’operazione di marketing, come se fossi, insieme ai miei colleghi, una sorta di «biglietto da visita» per le istituzioni europee. È una mia sensazione personale e magari cambierà con i prossimi appuntamenti, ma per il momento ho l’impressione che il mio parere non sia tenuto in considerazione nella misura in cui speravo lo fosse. 

In cosa potrebbe migliorare la Conferenza?
Ci sono stati dei problemi organizzativi durante la sessione Plenaria: ad esempio mi erano stati concessi inizialmente due minuti per realizzare il mio intervento, ma il tempo a mia disposizione è stato dimezzato poco prima di iniziare a parlare. Ho provato a ridurlo, ma non è stato sufficiente e sono stata fermata dal moderatore: spero non accada più una cosa del genere. 

Che idea ti sei fatta della democrazia comunitaria?
Durante gli incontri della Conferenza e le testimonianze degli esperti ho avuto modo di conoscere vari aspetti del funzionamento delle istituzioni europee. Mi chiedo spesso quali siano i limiti che la democrazia deve avere per rimanere un metodo efficace di governo: una democrazia senza vincoli metterebbe probabilmente nelle condizioni di non poter agire nemmeno in quei momenti, come l’attuale pandemia da Covid19, in cui servono messaggi forti e decisioni immediate. 

Quali temi sono per te importanti?
L’ambiente circostante influenza moltissimo la nostra vita: io sono interessata soprattutto a ciò che accade negli allevamenti intensivi, dove si usano antibiotici in grandi quantità. Quattro anni fa ho sviluppato un’allergia agli antibiotici e documentandomi mi sono resa conto di quanto queste sostanze vengano somministrate agli animali, finendo poi nelle acque reflue e diffondendosi in tutto l’ecosistema. In questo modo, aumentano le possibilità che si sviluppino forme di resistenza agli antibiotici. La produzione alimentare eccessiva e il nostro stile di vita basato su consumi sproporzionati sono un altro grosso problema. Durante il Citizens Panel, infatti, ho parlato agli altri partecipanti delle coltivazioni intensive, che impiegano grandi risorse di suolo e acqua: l’Unione Europea dovrebbe finanziare al contrario i piccoli agricoltori, che lavorano in contesti più sostenibili.

Che esperienza personale vorresti condividere nella Conferenza?
Mi tocca molto da vicino la questione dei cervelli in fuga: ho tre figli, due dei quali sono ricercatori e hanno lasciato l’Italia, per studiare alla Cornell University, negli Stati Uniti. Uno è biologo molecolare, l’altro fisico: hanno vinto diversi bandi, ma non sono riusciti a tornare nel nostro Paese, perché non ci sono abbastanza mezzi per la ricerca. Hanno vissuto in vari Paesi europei, con contratti temporanei e una situazione generale di incertezza e precarietà. È un peccato, perché lo Stato italiano investe tanto sull’educazione dei nostri giovani, ma poi non offre loro opportunità per restare a lavorare e contribuire al benessere del Paese. Quindi sono costretti ad emigrare per seguire le proprie passioni e mettere a frutto le proprie competenze: abbiamo dei ragazzi fantastici, dediti scrupolosamente al loro lavoro, che hanno sacrificato la propria gioventù sui libri. Possibile che non si trovi il modo di permettere loro di restare in Italia? 

Cosa ti aspetti dai prossimi incontri della Conferenza sul Futuro dell’Europa?
Spero innanzitutto che vengano smentite quelle impressioni negative che ho avuto. Sarei felice di ammettere che sono stata precipitosa nel trarre le prime conclusioni e di raccontare tutto ciò che di positivo ho trovato nella terza sessione del mio Panel e nella prossima Plenaria. Io sono molto determinata a vivere questa esperienza fino in fondo: so di essere una goccia nel mare, ma mi sento anche un salmone pronto a risalire la corrente per sostenere le proprie idee. 

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