Quesiti linguistici“Hai fatto primo” o “Hai fatto prima”? Risponde la Crusca

Il verbo “fare” si presenta come un verbo zelig, capace non solo di assumere il significato di una molteplicità di altri verbi, ma anche di imitarne il comportamento sintattico

(Pixabay)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Alcuni lettori ci segnalano l’uso da parte di giornalisti sportivi dell’espressione fare primo, secondo ecc., in luogo di arrivare primo, secondo…

Risposta
Buona, se pur non ampia, fortuna sembra avere nell’italiano dei media il costrutto ho fatto primo (ma anche secondo, terzo, quarto, ecc.) in sostituzione di sono arrivato primo (secondo, terzo, quarto, ecc.). In particolare la documentazione si riferisce agli sport su due ruote, ciclismo e motociclismo, ma non mancano attestazioni per altri sport, compresi quelli di squadra.

Se osservato in una dimensione di stretta contemporaneità, il costrutto parrebbe pienamente funzionale alla richiesta di brevità tipica dei nuovi media; su tutti il servizio di microblogging Twitter, i cui messaggi non devono superare i 280 caratteri; basti come esempio un tweet del ciclista Matteo Trentin:

@MATTEOTRENTIN
Ah per la cronaca non ho fatto terzo #sapevatelo Magari domani provo a migliorarmi (19/2/2019)

In realtà la sua diffusione non pare legata a economia di spazio. Lo si trova infatti con frequenza anche in altri media. È rintracciabile nei notiziari radiofonici, come documenta il corpus LIR:

l’arrivo di ieri / avevo già fatto terzo / (Radio 1 15/05/2003)

Variamente lo si trova nelle pagine internet, ma anche nelle pagine sportive dei quotidiani, come si vedrà più avanti.

Pur se il costrutto è più frequente con il passato prossimo, è attestato anche con altri tempi verbali, in particolare con il passato remoto:

Basti pensare che l’anno scorso, sullo stesso percorso feci quarto di categoria con venti minuti circa di tempo in meno. (Carpaneto maledeto, buraciateam.it, 12/4/2017)

Tra gli organizzatori della bella manifestazione mi pare giusto ricordare il dottor Pietro Redondi (sportivo cocciuto, ma intelligente che nei tempi belli della gioventù fece primo nella staffetta 4 x 100 del campionato nazionale universitari. (Giuseppe Giupponi, Valle Brembana: due secoli ‘800-‘900, 1997, p. 457)

Per quel che riguarda la sua storia, le prime attestazioni sembrano risalire agli anni Ottanta del Novecento. Lo si trova nel quotidiano torinese “Stampa Sera” in articoli dedicati al ciclismo, ed è usato tanto per riportare le parole degli intervistati:

«Arrivare per due volte in zona medaglia al Campionato del Mondo e non riuscire a salire sul podio. È accaduto nel 1966 ad Adenau quando avevo fatto quarto distanziato di otto secondi dal terzetto Altig, Anquetil, Poulidor, e l’anno successivo a Heerlen, in Olanda, dov’ero stato superato in volata da Merckx, Janssen e dallo spagnolo Saez». (“Stampa sera”, 11/6/1983, p. 19)

quanto direttamente dal giornalista:

Dopo un inizio in sordina, in giugno è 20° al Giro a tappe della Valsesia dove corrono i «mostri» dell’Urss; in luglio si presenta con un 7° alla Susa — Pian del Frais e quindi «esplode» con la conquista di due titoli piemontesi in due giorni. A Bassignana quello assoluto su strada (lui, un 2° Serie, ha messo nel sacco tanti élite) e al Motovelodromo torinese l’inseguimento. Inoltre ha fatto quarto nell’individuale a punti (“Stampa sera”, 10/8/1983, p. 16)

Soltanto nel decennio successivo il costrutto compare sul “Corriere della Sera”:

«È stato davvero un bel problema: per aver fatto primo e secondo abbiamo discusso tutta la notte». (19/3/1992, p. 35)

Servendomi del corpus La Repubblica, recupero due esempi d’autore. Il primo, del 1989, di Gianni Brera, giornalista e scrittore che è stato definito, nel titolo di un articolo comparso nel “Magazine Treccani”, il padre della lingua italiana del calcio:

L’arbitro è un austriaco a nome Forstinger, che non promette nulla di buono. Il ct Azeglio Vicini ha varato una squadra che ha fatto quarta agli Europei avendo Ancelotti al posto di Berti e Mancini al posto di Carnevale. Tutto sommato, sembra meno forte questa, sia pure di poco.

Al termine del decennio successivo (1998) compare anche nella pagina di un altro giornalista e scrittore attento alle scelte linguistiche e stilistiche, che riconosceva in Brera un maestro, Gianni Mura:

Ha fatto terzo e secondo alla Roubaix e forse vincerà la prossima. Segue molti sport, era compagno di banco del pallavolista Bracci, è juventino e amico di Lippi.

Con il conforto del padre della lingua calcistica italiana e di un suo bravo allievo, il costrutto pare dunque avere piena autorizzazione d’uso, almeno nella lingua dello sport.

Si potrebbe ragionevolmente pensare che il costrutto abbia origine dall’ellissi del sostantivo posto; ipotesi confortata da esempi come il seguente, in cui “abbiamo fatto primo, secondo e terzo” è evidentemente ellittico rispetto al precedente “facendo primo e secondo posto”:

È, quella di Cervinia, la terza uscita del suoi nuovi bob. Continua Oupteniek: «A Winterberg, nella Germania Federale, a novembre, abbiamo vinto la Coppa Veltins (un minicampionato mondiale), facendo primo e secondo posto e, a dicembre, nella Coppa Cortina, abbiamo fatto primo, secondo e terzo. Partecipavano solo equipaggi minori, ma abbiamo abbassato tre volte il record della pista». (“La Stampa”, 17/1/1985, p. 29)

Se così fosse, l’ordinale sarebbe facilmente interpretabile come l’oggetto del verbo fare usato, secondo tipicità del parlato, come verbo generico in luogo di verbi più puntuali come conquistare, ottenere. La spiegazione sarebbe convincente però solo se fare primo funzionasse anche per un soggetto femminile, cioè se, oltre a “lei ha fatto primo posto”, fosse possibile anche “lei ha fatto primo”. In realtà le cose stanno diversamente e con un soggetto femminile l’ordinale ne segue il genere:

Poi c’è la squadra, ma qui siamo abituati a farci male da soli. Perché, dietro la Juventus che ha fatto valere il suo spessore, negli ultimi cinque anni si è stagliata a livello di piazzamenti solo la Roma, capace di fare, a partire dall’ultimo, terza, seconda, terza, seconda, seconda. Nello stesso periodo il Napoli ha un quinto posto, l’Inter e il Milan non sono mai salite sul podio, la Lazio ha fatto quinta, quinta, ottava, terza, nona, le altre sono disperse più in basso. (Daniele Lo Monaco, Roma maltrattata da media e ambiente, ma in 5 anni solo la Juve ha fatto meglio, “il Romanista”, 23/11/2018)

così come, nel caso di un soggetto plurale, è il numero a variare:

“La gara è stata molto veloce. Quando ero in testa mi sentivo molto bene. Alla curva 11 però ho avuto un problema alla marcia e per questo motivo Joan mi ha superato. Ho cercato di ripassarlo ma lui poi si è espresso ad un livello altissimo in pista. Ho cercato di trovare un compromesso tra gomma anteriore e posteriore. Congratulazioni alla Suzuki, abbiamo fatto primi e secondi in gara e vediamo se riusciremo ad adattare la moto meglio per la prossima gara”. (Silvia Maestrelli, MotoGP | GP Europa – Rins: “Congratulazioni alla Suzuki per la doppietta”, 8/11/2020)

Insomma, come se fosse venuta meno la memoria della sua origine ellittica, il costrutto presenta l’ordinale piuttosto come un complemento predicativo del soggetto argomentale (Salvi 1991) e fare si comporta come verbi del tipo:

1a) questo affare risulta vantaggioso
1b) questo affare è risultato vantaggioso

2a) Maria non stava attenta
2b) Maria non è stata attenta

4a) Luisa arrivò terza
4b) Luisa è arrivata terza

5a) Marco fece primo
5b) Marco ha fatto primo

La successione delle coppie serve però a chiarire l’anomalia sintattica, pur di per sé evidente: fare transitivo (e dunque con ausiliare avere) si comporta come una serie di verbi intransitivi, tutti con ausiliare essere.

La spiegazione di questo comportamento potrebbe essere rintracciata nelle caratteristiche semantiche e sintattiche del verbo fare, che lo rendono verbo poliedrico ed elastico nell’uso. Innanzitutto, per chiarirne l’estensione semantica, riporto la definizione di fare che si ritrova nel GDLI:

Eseguire, mettere in opera, portare a termine (in questo suo valore fondamentale ha per oggetto tutto ciò che può essere compiuto, sia in concreto, sia in astratto, con riferimento non solo a persone, ma anche a cose inanimate o a enti ideali, e, abbracciando un’estensione vastissima di significati, viene genericamente a identificarsi con tutti i verbi che indicano azione).

E questa disponibilità semantica di fare è sottolineata, pur nell’uso assoluto del verbo, anche da Andrea Moro (2010): «Usato in modo assoluto, cioè senza complementi, il verbo fare diventa quindi una sorta di abbreviazione, un “pronome verbale”, ovvero sta per “fare qualcosa”, o meglio “fare qualsiasi cosa”. […] il verbo fare viene usato come abbreviazione per tutte le attività concepibili […]».

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