Fonti comunitarieLe nuove tasse dell’Ue per finanziare la ripresa

Dai prelievi sulle emissioni di C02 e sui fatturati delle multinazionali arriveranno le nuove risorse proprie dell’Unione. Proposte anche un’aliquota effettiva del 15% per le grandi aziende e una norma contro le shell company

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È stato tutto dedicato alla tassazione l’ultimo collegio dei commissari europei del 2021: la Commissione ha proposto due direttive per contrastare l’elusione fiscale e tre nuove  «risorse proprie», cioè imposte destinate direttamente al bilancio comunitario. Se verranno approvate dagli Stati membri, forniranno al budget dell’Unione europea una media di 17 miliardi di euro all’anno, circa due terzi della cifra necessaria per ripagare titoli di debito emessi nell’ambito del Next Generation Eu.

Il commissario al bilancio e all’amministrazione Johannes Hahn si è mostrato ottimista sull’adozione di queste tasse, che in quanto misure fiscali devono ottenere il consenso unanime da parte dei 27 Stati membri e il via libera del Parlamento europeo. L’alternativa, ha spiegato, sarebbe incrementare la tassazione a livello nazionale oppure rinunciare ad alcuni fondi comunitari per poter «coprire» gli 806,9 miliardi di euro del piano di risposta alla pandemia da Covid19.

Il sistema delle «risorse proprie» (own resources) regola infatti il modo in cui gli Stati membri finanziano l’Unione europea. La maggior parte dei contributi proviene da un calcolo fatto sul Prodotto interno lordo di ogni Paese; il resto dall’imposta sul valore aggiunto, dai dazi doganali alle frontiere esterne e, a partire dal 2020, anche da una tassa europea sulla plastica. Commissione e Parlamento lavorano da tempo per allargare il novero delle tasse imposte a livello comunitario, per rendere il bilancio dell’Ue più corposo e stabile: entro il 2023 è prevista la prossima tranche di ipotesi di tassazione.

Nella proposta appena presentata, invece, ci sono due fonti di gettito legate alla decarbonizzazione e al Green deal europeo. Una riguarda l’Emissions Trading System, il meccanismo tramite cui le aziende dell’Ue comprano o vendono dei «permessi» per produrre emissioni di gas serra. Il pacchetto Fit For 55, avanzato a luglio dalla Commissione, prevede l’inclusione nell’Ets anche dei settori dell’aviazione, del trasporto terrestre e marittimo e degli impianti di riscaldamento delle abitazioni. 

In questo modo aumenterebbero considerevolmente i proventi, che al momento sono incassati dagli Stati nazionali dove le imprese hanno sede. La Commissione, invece, chiede di destinare un quarto delle somme raccolte al budget dell’Unione, che crescerebbe così di 12 miliardi all’anno tra il 2026 e il 2030. Certo, il rischio concreto è che Paesi con un’economia fortemente inquinante (come la Polonia) finiscano per versare nelle casse comunitarie somme ingenti, mentre quelli con tassi di emissioni più bassi (come la Francia) beneficerebbero dei fondi comunitari con un contributo più modesto. Per questo, ha annunciato il commissario Hahn, sono previste due soglie: una minima in modo da evitare che uno Stato membro paghi troppo poco e una massima, con l’obiettivo opposto. Inoltre, parte dei soldi così recuperati finiranno nel Social Climate Fund, il fondo ideato dalla Commissione proprio per compensare gli squilibri della transizione ecologica.

Mantiene uno stretto legame con l’architettura del Green deal anche la seconda euro-tassa, il Carbon border adjustment mechanism (Cbam), che è una sorta di contrappeso al sistema Ets. Per evitare che le imprese europee delocalizzino la propria produzione pur di non pagare i permessi relativi alle emissioni, si è pensato di introdurre un meccanismo compensativo: chi importa dall’estero determinate merci (cemento, ferro, acciaio, alluminio, fertilizzanti ed elettricità) deve acquistare un certificato che corrisponde alle emissioni necessarie per realizzare quello stesso prodotto all’interno del mercato unico. 

Secondo la proposta, trattenendo il 75% del gettito del Cbam, il bilancio comunitario disporrebbe di un miliardo di euro in più all’anno, tra il 2026 e il 2030: per il Carbon border adjustment mechanism è infatti previsto un periodo transitorio fino al 2025. 

La terza imposta riguarda le multinazionali con un fatturato annuo superiore ai 20 miliardi a livello mondiale e margini di profitto superiori al 10%, che secondo un accordo raggiunto lo scorso ottobre dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e sottoscritto da 137 Paesi nel mondo, dovranno pagare le tasse nei Paesi dove vendono i propri servizi o i prodotti. Il 15% di queste imposte dovrebbe finire direttamente nelle casse comunitarie, generando un gettito compreso tra 2,5 e 4 miliardi di euro all’anno, secondo la Commissione.

Direttive contro l’elusione
I ricavi delle grandi aziende sono l’obiettivo anche delle due direttive presentate dalla Commissione europea alla fine dell’anno. La prima è in sostanza la trasposizione nella legislazione comunitaria di un altro punto dell’accordo dell’ Ocse: tutte le aziende con un fatturato superiore ai 750 milioni di euro devono pagare un minimo del 15% di tasse.

Con la cosiddetta minimum corporate tax, i grandi gruppi multinazionali non potranno eludere le imposte nei Paesi dove operano collocando la propria sede uno Stato a bassa tassazione: il meccanismo prevede infatti che se in una giurisdizione nazionale il prelievo è inferiore a questa soglia, le aziende versino comunque la parte restante. 

L’approvazione della direttiva da parte degli Stati membri non sembra scontata, anche se tutti tranne Cipro hanno sottoscritto il meccanismo formulato dall’Ocse. Ungheria ed Estonia, che hanno attualmente un livello di tassazione inferiore, rischiano di perdere il proprio fattore di attrazione verso le succursali delle grandi imprese e i loro rappresentanti avrebbero manifestato preoccupazioni, secondo quanto riporta il quotidiano Politico.

Sarebbe invece Lussemburgo lo Stato europeo più danneggiato dalla direttiva pensata per mettere fine alle cosiddette shell company, ovvero le «società di comodo» che situano la propria sede in un determinato Paese per sfruttarne i vantaggi fiscali, operando poi in altri Stati. Secondo l’inchiesta OpenLux, il Granducato ospita al momento circa 55mila realtà offshore, società costituite solo per detenere quote di altre società e che spesso non dispongono nemmeno di un ufficio, ma solo di una casella postale.

«La nostra proposta stabilisce indicatori oggettivi per aiutare le autorità fiscali nazionali a individuare le imprese che esistono solo sulla carta: in questi casi, le società saranno assoggettate a nuovi obblighi di dichiarazione fiscale», ha spiegato in sede di presentazione il commissario all’Economia Paolo Gentiloni. Se la maggior parte degli ingressi di un’azienda sono rappresentati da interessi o dividendi, se la maggioranza delle sue transazioni sono effettuate tra più stati e se il personale che la amministra non è assunto, probabilmente si tratta di una shell company

In questo caso, prevedono le nuove regole, entra in gioco un obbligo di dichiarazione fiscale più dettagliato e documentato: se anche un solo punto non viene considerato valido, l’impresa viene etichettata come «società di comodo» e perde così l’accesso agli sgravi fiscali. A corredo della direttiva, che entrerà in vigore dal 2024, la Commissione propone anche di rafforzare la collaborazione fra i Paesi membri nel campo della tassazione e nello scambio delle relative informazioni. La palla passa ora agli Stati membri e al governo francese, che manterrà la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue a partire da gennaio: il 2022 potrebbe davvero essere l’anno delle tasse europee alle multinazionali.

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