Fit For 55Il piano della Commissione europea per abbattere le emissioni climalteranti

Tra le misure previste da Bruxelles per attuare la legge sul Clima ci sono lo stop alle auto a benzina dal 2035 e l’aumento delle tasse sui combustibili fossili. I provvedimenti dovranno essere esaminati e approvati dai due organi co-legislatori dell’Unione: il Consiglio e il Parlamento europeo. L’iter sarà lungo almeno due anni e si prevedono numerose modifiche e complicate trattative

LaPresse

L’importanza dell’evento si coglie dall’illuminazione in verde del Palazzo Berlaymont la notte precedente, ma anche dalle due ore abbondanti di ritardo sulla tabella di marcia e dalla partecipazione, inusuale, di sette commissari alla presentazione. La Commissione europea lancia Fit For 55, il maxi-pacchetto di proposte legislative per ridurre entro il 2030 le emissioni di gas serra nell’Ue del 55% rispetto ai livelli del 1990: un target imprescindibile per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e sancito dalla Legge sul Clima europea. L’Unione è il primo attore internazionale ad adottare una legislazione così stringente dal punto di vista ambientale, che investe ampi settori della vita quotidiana dei suoi cittadini, dai viaggi ai consumi di energia nelle abitazioni. «Salvare il clima è il compito della nostra generazione, per garantire il benessere ai nostri figli e nipoti. L’Europa è pronta a tracciare la strada», ha detto la presidente della Commissione Ursula von der Leyen presentando il piano.

L’architrave delle nuove politiche è la Direttiva sulla tassazione dell’Energia (Etd), visto che dalla produzione energetica deriva il 75% delle attuali emissioni totali dell’Ue. Il principio che guida la proposta è quello di classificare le fonti rispetto al loro impatto ambientale e rendere l’utilizzo di quelle fossili più costoso, incentivando così il passaggio alle rinnovabili. 

Le tasse aumenteranno in maniera graduale, con un periodo di transizione dal 2023 al 2033. Dopo questa data, si pagheranno come minimo 443 euro su mille litri di benzina e 482 su mille litri di gasolio, in aumento rispettivamente da 359 e 330 euro. Al contrario, rimangono basse le imposte su elettricità, carburanti biologici e idrogeno prodotto da fonti rinnovabili. L’Etd prevede anche l’eliminazione degli sgravi fiscali che alcuni Stati attuano in determinati settori: Ungheria, Belgio e Lussemburgo, ad esempio, non applicano al momento tasse sul gasolio impiegato dai mezzi agricoli. 

In parallelo, vengono riviste pure la Direttiva sull’efficienza energetica, per diminuire i consumi a prescindere dalla provenienza dell’energia, e quella sulle energie rinnovabili. Nel primo caso l’obiettivo è un taglio, entro il 2030, di almeno il 9%, rispetto ai livelli del 2020. Ciò si traduce, per ogni Stato Membro dell’Unione, in una riduzione di almeno l’1,5% all’anno del totale dell’energia consumata: il contributo specifico che ogni Paese dovrà dare all’obiettivo collettivo viene invece stabilito prendendo in considerazione vari criteri, tra cui anche il Pil pro capite

Nel secondo vengono modificati al rialzo i target di utilizzo di energia pulita, con l’inclusione di un sistema di incentivi per raggiungerli, come facilitazioni per l’installazione di sistemi eolici e pannelli solari. L’obiettivo finale di tutto il pacchetto è arrivare a utilizzare il 40% di energie rinnovabili nell’Unione entro il 2030: nel 2019, il dato complessivo era al 19,7%, con molta discrepanza fra i vari Stati Membri.

Le misure più attese erano quelle sui trasporti, settore che secondo le stime della Commissione deve ridurre del 90% le sue emissioni entro il 2050 e almeno del 13% entro il 2030. Si tratta infatti di un comparto in cui la produzione di gas a effetto serra è aumentata negli ultimi anni e in cui l’utilizzo di energie rinnovabili si attesta solo al 9%. 

La Commissione ha di fatto fissato una data di scadenza per l’immissione sul mercato di automobili alimentate a combustibili fossili: entro il 2035 le vetture in vendita non devono produrre gas a effetto serra. A meno di improbabili motori a combustione senza emissioni che possano essere inventati nei prossimi anni, ciò significa che tutti i nuovi veicoli saranno alimentati a idrogeno o elettricità. La norma è stringente, ma adeguata all’obiettivo secondo gli esperti della Commissione. Allargando il mercato delle auto elettriche, le vetture saranno economicamente più accessibili e le case automobilistiche europee vi dirotteranno tutti gli investimenti. Alcune di loro, come la Volkswagen, sembrano già pronte alla transizione completa, altre spingeranno per escludere dal divieto almeno i veicoli ibridi. 

Più complicato è agire sul settore dell’aviazione, vista la difficoltà di sostituire il kerosene (che infatti verrà tassato solo dopo il 2033) e su quello dei trasporti marittimi, che al momento impiega una percentuale risibile di combustibili alternativi. Entrambi dovranno rientrare nell’Ets (Emission Trading System), il meccanismo di compravendita dei permessi per emettere gas serra, già attivo per altri comparti. 

Al momento le aziende europee acquistano dei certificati per compensare le proprie emissioni e possono rivenderli quando riescono a ridurle. Dato che la quota totale delle emissioni disponibili si assottiglia di anno in anno, i permessi sono sempre più costosi (di recente sono stati superati i 50 euro a tonnellata) e le imprese sempre più incentivate a utilizzare energia pulita. Nell’iniziativa della Commissione è previsto anche un Ets parallelo per le emissioni prodotte dai trasporti e dagli impianti di riscaldamento delle abitazioni.

Un altro passo importante collegato all’industria è il Carbon Border Adjustment Mechanism, un sistema di dazi sull’importazione di determinati prodotti, calcolati in base alle emissioni necessarie per realizzarli. Secondo la proposta, dal 2026 in poi le aziende europee dovranno pagare una tassa quando acquistano ferro, acciaio, alluminio, cemento, fertilizzanti ed elettricità fuori dall’Europa. Questo perché chi li produce all’interno dell’Unione è gravato dai costi dell’Ets e risulterebbe svantaggiato rispetto ai competitor stranieri che contano su vincoli meno stringenti a livello ambientale.

Così come per l’Ets, il Cbam prevede l’acquisto di certificati, che in questo caso coprono le emissioni prodotte per realizzare le merci importate. L’importo si riduce se il produttore esterno all’Unione ha già versato una tassa per compensare le sue emissioni. In questo modo l’Ue spera di incentivare i grandi Stati asiatici a introdurre misure simili: secondo le stime della Commissione infatti, la fetta più grande di cemento importato arriva dalla Turchia, quella di fertilizzanti dalla Russia e quella di ferro e acciaio dalla Cina.

Il sistema, che potrebbe essere interpretato come una norma protezionistica, sarà discusso dall’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto), ma i commissari sono fiduciosi sulla sua compatibilità con le regole. In più, il Fondo monetario internazionale e l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) condurranno degli studi d’impatto per verificare l’effettiva riduzione di emissioni a livello globale con questa misura. Se entrerà in vigore, dai proventi del Cbam si potrebbe ricavare una nuova risorsa propria comunitaria, come caldeggiato da Commissione e Parlamento europeo.

A corredo delle norme pensate per ridurre le emissioni, ci sono quelle per aumentare le possibilità di assorbirle. Con la revisione del Regolamento sull’Uso del suolo e la silvicoltura, si punta a una quantità di vegetazione in Europa in grado di togliere dall’atmosfera 310 megatonnellate di gas a effetto serra entro il 2030: saranno piantati tre miliardi di alberi e protette le foreste già esistenti, con particolare attenzione ad evitare che la produzione di elettricità da biomassa si traduca in un disboscamento su larga scala.

Una strada lunga per l’approvazione
Le diverse misure dovranno ora passare al vaglio dei due organi co-legislatori dell’Unione, il Consiglio e il Parlamento europeo. L’iter sarà lungo almeno due anni e si prevedono numerose modifiche e complicate trattative. I cambiamenti proposti infatti avranno un impatto significativo sulle vite di milioni di europei e le economie dei Paesi ad alte emissioni saranno le più colpite. Alla Polonia, ad esempio, la neutralità climatica potrebbe costare 188 miliardi di euro, secondo un recente studio di un centro di ricerca polacco. 

Sui costi della transizione ecologica, il vice-presidente della Commissione Frans Timmermans è stato molto chiaro. «Sarà spaventosamente difficile. Ma dobbiamo farlo, non c’è altra scelta: altrimenti i nostri nipoti combatteranno guerre per l’acqua e il cibo». Per compensare gli effetti delle misure impopolari, che si tradurranno quasi certamente in un aumento dei prezzi per i consumatori finali, la Commissione istituisce un fondo ad hoc: il Social Climate Fund, finanziato proprio dai permessi acquistati per produrre emissioni. Fornirà 72,2 miliardi di euro tra il 2025 e il 2032 agli Stati Membri, che in questo modo potranno supportare le persone a basso reddito fornendo loro servizi o contributi per pagare le bollette. 

Ulteriore sostegno dovrebbe arrivare dal Just Transition Fund (8,5 miliardi nei prossimi sette anni), pensato proprio per salvaguardare le categorie più danneggiate dai cambiamenti, e dall European Social Fund (99 miliardi), destinato alle persone in difficoltà nei Paesi dell’Unione. Gli investimenti in campo ambientale saranno invece garantiti dai vari Piani di ripresa e resilienza nazionali, ognuno dei quali deve rispettare una quota minima del 37% per progetti green.

Nonostante ciò, restano i timori di diversi gruppi politici: i Conservatori e Riformisti europei chiedono di non penalizzare chi abita nelle zone rurali, mentre la Lega critica quello che definisce «un approccio eccessivamente ideologico». Più favorevoli Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle, che parlano di «piano ambizioso» e «incentivo al cambiamento». L’enorme mole di documenti legislativi sarà analizzata a fondo nelle prossime settimane, ma alcune posizioni sono già emerse. Come quelle del gruppo Verdi/Ale, spiega a Linkiesta Eleonora Evi, eurodeputata e neo-portavoce nazionale di Europa Verde

«Ci sono elementi positivi, ma sarebbe servito più coraggio. Noi chiedevamo di togliere dal mercato i veicoli inquinanti già nel 2030 e di alzare sensibilmente il target delle rinnovabili. Potremmo usarle al 100%: la quota del 40% è davvero troppo bassa e soprattutto dovrà essere raggiunta a livello comunitario, ma non da ogni singolo Stato». Se alcune misure, come la tassazione dei viaggi aerei, sono accolte con favore, tanti sono i punti critici nella sua disamina. «Non vengono eliminati, ma solo ridotti, i permessi gratuiti concessi nell’ambito del sistema Ets, né si tolgono i sussidi all’idrogeno prodotto con combustibili fossili». 

Secondo la deputata, molti Paesi faranno resistenza soprattutto per le limitazioni al settore automobilistico e anche in Parlamento non mancheranno le divisioni. Proprio per appianare le divergenze di vedute, la Commissione ha puntato su un approccio olistico: anche se non tutte le parti del pacchetto sono gradite, Eurocamera e Stati Membri dovranno accettare le proposte fatte, o formularne di nuove che siano però sempre in linea con gli obiettivi fissati dalla Legge sul Clima. 

Come ha sottolineato Ursula von der Leyen, rispettare i parametri è l’unica possibilità per restare fedeli agli accordi di Parigi e mantenere così il riscaldamento globale almeno entro i 2 gradi centigradi. Fra le istituzioni europee si può sempre intavolare un negoziato, con la temperatura del pianeta no. 

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