Welcome back Louis C.K.La quarta volta che ho pianto dal ridere è stata sabato pomeriggio

Mentre guardavo il nuovo spettacolo del comico travolto dal MeToo perché a un certo punto gli era presa la fissa di tirarlo fuori a sproposito, mi domandavo che cosa stavamo applaudendo con le lacrime agli occhi: stavamo applaudendo il mestiere di prendere cose sgradevoli e con quelle cose sgradevoli saperci far cadere dalla sedia

Photo by Joshua Hoehne on Unsplash

La prima volta che ho pianto dal ridere avevo quindici anni. Il romanzo s’intitolava “Il bastardo primordiale”, non l’ho mai riletto perché temo non mi faccia lo stesso effetto, ma ho l’immagine precisa di me che casco da uno dei divani bianchi con cui mia madre aveva arredato il salotto di Bologna come fosse una casa al mare.

La seconda volta che ho pianto dal ridere era in un cinema all’angolo di via santo Stefano, sempre a Bologna. “Brian di Nazareth” era uscito con dodici anni di ritardo, io avevo diciott’anni e nessuna idea di chi fossero i Monty Python, ma il mio allora intellettuale di riferimento l’aveva descritto a tavola sganasciandosi, «e finisce con loro crocifissi che cantano in cockney, capite», e io entrai al cinema tenendoci solo a sembrare una che sapesse cos’era il cockney e ne uscii ridendo alle lacrime.

La terza volta che ho pianto dal ridere è stata a Pasqua del 2005; non so quale follia mi avesse spinta ad andare al cinema in una domenica pomeriggio festiva, era pienissimo ma per fortuna ero seduta nell’ultima poltrona della fila; quando Verdone sbaglia numero alle tre di notte e inizia a ripetere a quella che crede essere la ex che la ama, la ama, la ama, e il vecchietto che ha risposto al telefono, alla moglie che domanda chi sia, dice: ma che ne so, è uno che me ama, me ama, so’ le tre di notte, ma che me ami, per fortuna ero da sola. Almeno, quando sono caduta dalla poltrona dell’Adriano, non c’erano testimoni che mi conoscessero.

La quarta volta che ho pianto dal ridere è stata sabato pomeriggio, mentre nel suo nuovo spettacolo Louis C.K. raccontava d’una tizia di trecento chili che non poteva fare la risonanza magnetica perché non entrava nel macchinario, e allora le hanno detto di andare allo zoo, ché in quella degli animali ci entrava, e che società siamo mai, che abbiamo trilioni di miliardi di migliaia di grassi e li mandiamo allo zoo, e se c’è un trans che si sente in imbarazzo ad andare nei bagni pubblici cambiamo tutti i bagni, e lo sapete quanti trans ci sono in America? Trentotto. (Questo è il punto in cui quelli che non capiscono la distinzione tra oggetto e bersaglio stabiliscono che Louis C.K. è transfobico e Soncini pure peggio, senza capire mai mai mai che stiamo entrambi ridendo di noi, di noi nella risonanza per elefanti).

Anche chi non ha mai visto un monologo di Louis C.K. sa che a un certo punto gli era presa la fissa di farsi seghe davanti a tizie con cui non era fidanzato, e il MeToo lo trattò come un pericoloso criminale invece che come un uomo che si rendeva ridicolo, e insomma erano quattr’anni che non si esibiva in un luogo alla sua altezza, ed era un po’ commovente vederlo nello spettacolo registrato quest’estate al Madison Square Garden (si compra sul suo sito, louisck.com, ci sono pure i sottotitoli in inglese; se non capite le lingue straniere neanche coi sottotitoli, smettetela di perdere tempo sull’internet e andate a studiare).

Ridevo e pensavo ma meno male, vedevo le donne che applaudivano in platea e mi chiedevo per cosa stessimo applaudendo e sospirando, perché bisogna pur che qualcuna si faccia domande, in mezzo a tanta gente con certezze certissime. Era perché non ce ne fregava niente delle donne traumatizzate (in qualunque misura crediamo al loro trauma)? Era perché ai fornai col pisello estroverso nessuno chiude il forno e non si capisce perché uno che fa un mestiere considerato figo invece debba smettere di farlo?

Quando C.K. ha ricominciato a provare i suoi monologhi in club piccoli, come un esordiente o uno che prova per un teatro più grande in cui però poi non si esibirà, ci sono state delle proteste. Michael Che, che è uno del cast di Saturday Night Live e uno cui piace dire roba che spettina lo spirito del tempo, scrisse su Instagram che la gente era ben strana, questo tizio ha avuto la vita distrutta ma non deve permettersi d’essere famoso davanti a un pubblico di duecento persone perché, ehi, la fama è la cosa più importante, è quella che devono toglierti, mica i redditi e la carriera e la rispettabilità.

Quindi stavamo applaudendo il suo diritto alla fama? Secondo me no. Secondo me stavamo applaudendo il fatto che aprisse con dieci minuti sulla pedofilia, e poi proseguisse imitando una nera, buttando lì gli ebrei e la Palestina, dicendo che i vecchi prima o poi devono pur morire (mica vorremo spiegare che non c’è il menu di carta ma un codice QR da leggere col telefono a Carlo Magno o a Ponzio Pilato).

Stavamo applaudendo il mestiere di prendere cose sgradevoli e con quelle cose sgradevoli saperci far ridere.

Anche chi non ha mai letto un rigo di Eve Babitz l’ha vista giocare a scacchi con Marcel Duchamp. In quella foto era nuda, e ovviamente il suo corpo era un tema, anche se non doveva fare la risonanza allo zoo. Nel 1977 scrisse un articolo per Vogue sul complicatissimo percorso con cui era dimagrita, con di mezzo alcol e droghe e la determinazione a non dare mai la colpa a un’infanzia in cui era in carne, sì, ma «non sono mai stata così scema da pensare d’essere grassa, solo non ero perfetta». Insomma a un certo punto scrive un gran romanzo, ma nel frattempo ha smesso di bere e quindi è dimagrita tantissimo, ed è l’unica cosa che importi a tutti quelli che la incontrano: siccome ero magra, «mi trattavano come se avessi vinto il Nobel per la letteratura». Erano occupati col suo nuovo vitino di vespa e si perdevano meraviglie quali la difficoltà a scrivere quando l’alcol smette di ottunderti e non sai più stare concentrata, e prendi in considerazione le anfetamine ma «scrivere sotto anfetamina è una fregatura perché il “Mein Kampf” è stato già scritto, e meglio di come lo scriverei io».

Eve Babitz è morta poche ore prima che Louis C.K. tornasse, con una scenografia col titolo scritto enorme, «Sorry», e io pensavo che ci sono molti momenti del “Sorpasso” in cui c’è tutto Bruno Cortona, ma un dettaglio che svela l’intero personaggio è il momento in cui Gassman esce dal bagno dopo aver rotto la mensola di Trintignant e dice «Sono veramente sorry», e C.K. aveva l’aria d’essere sorry in quel modo lì. (In apertura e in chiusura c’è “Like a Rolling Stone”, tanto per sbatterci in faccia che l’avranno pure mandato al confino professionale per quattr’anni, ma ha guadagnato abbastanza, prima, da potersi ancora permettere i diritti del signor Dylan. Comunque: quando esce si volta, chissà quante volte hanno cronometrato su che punto del ritornello farlo uscire, perché potesse voltarsi e farci il labiale di «how does it feel?»).

Dev’essere stato perché stavo rileggendo Eve Babitz e il suo “Mein Kampf” mancato che, quand’è arrivato il nuovo C.K., alla battuta sui morti della pandemia «misurati in undici settembri», ho ripensato alla sua battuta forse più famosa, quella in cui diceva d’essere un uomo di merda perché la tua moralità si misura da quanto hai aspettato, dopo l’undici settembre, per tornare a farti una sega, e lui se n’era fatta una tra la prima e la seconda torre.

Dev’essere stato perché m’interessa solo chi sa fare dei propri disastri materiale narrativo che ridevo alle lacrime quando metteva il suo sfoderare inopportunamente l’uccello non nelle metafore che mi aspettavo – quella «teniamoci le mascherine perché io le vostre bocche non voglio vederle» – ma in quelle a tradimento. Sono vecchio e smemorato, ha detto, un giorno ero per strada e uno mi ha chiesto di salire sul suo furgone e ciucciargli il cazzo, e io l’ho fatto, e mentre ero a metà mi sono ricordato che non mi piace mica farlo.

Sono veramente sorry per le signore che ritengono che, se non hanno fatto carriera come comiche, sia stato per il trauma d’avere materiale narrativo favoloso quale la ridicolaggine di uno la cui perversione è chiedere «scusa, mi guarderesti mentre mi faccio una sega?», quale la smemoratezza loro che prima gli dicono che se proprio ci tiene può procedere e poi si ricordano che è una cosa traumatica. Però, sono veramente sorry se la cosa ferisce qualcuno, sono sempre contenta di vedere un talento fare quello che sa fare meglio degli altri. Non è che ce ne siano tantissimi, di talenti. Gente che tira fuori l’arnese dai pantaloni in circostanze inopportune, quella invece si spreca.

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