La Repubblica della SaluteL’emergenza sanitaria ha reso tutto controvertibile, anche il diritto di sciopero

Chi ha contestato la scelta di Cgil e Uil non lo ha fatto argomentando nel merito, ma ha avuto una reazione istintiva, come se scendere in piazza non fosse più consentito, visti i tempi che corrono. D’altronde abbiamo rinunciato a molto, perché questa prerogativa avrebbe dovuto essere risparmiata?

Claudio Furlan/LaPresse

Potevano essere condivise o avversate le ragioni poste a fondamento dello sciopero organizzato l’altro giorno da un paio di sigle sindacali. Ma la sensazione è che ad avversarle fosse non dico soltanto, ma certamente anche, una mozione di contrarietà che col merito di quell’iniziativa non aveva nulla a che fare. La sensazione è che essa fosse risentita come l’oltraggiosa dimostrazione di noncuranza a fronte della crisi in nome della quale deve fermarsi tutto: a cominciare dalla cena col cugino di troppo, da sottoporre alla vigilanza del ministro della Delazione, appunto fino al diritto di sciopero che va bene, sì, ma mica quando si tratta di dimostrarsi tutti migliori nella subordinazione al precetto della Repubblica della Salute.

È lo stesso precetto che per un anno buono ha mandato tra le cose superflue il sistema della democrazia rappresentativa, col Parlamento passato in rassegna un paio di volte al mese, ma giusto per buon cuore, dal capo del governo che dava fuori un Dpcm ogni quarto d’ora affidandone l’attuazione alla conferenza stampa del supercommissario dalla querela facile. Lo stesso precetto, ancora, grazie al quale il ministro degli Esteri e dei Gilet Gialli minacciava «regole sempre più ferree e stringenti» per gli irresponsabili, cioè gli organizzatori di grigliate negazioniste all’Idroscalo e i preti irrispettosi della messa a numero chiuso.

In una graduatoria di tutela, non è detto che il diritto di scioperare sia più importante di quello del bagnante solitario valorosamente reso innocuo dall’intervento degli elicotteri democratici: ma l’uno e l’altro sono stati destinatari di un’identica isteria inibitoria, di una reprimenda moraleggiante sull’inaccettabile mancanza di propensione timorata nell’atteggiamento di chi non si uniforma all’unità nazionale che per il bene comune raccomanda di non esagerare con l’esercizio delle libertà costituzionali.

È semmai questo, infatti, l’ammonimento risuonato nel preannuncio dello sciopero: «Ma signori, santo cielo! Siamo in emergenza e voi scioperate?». Di modo che in discussione non era il merito della rivendicazione, ma il fatto che essa dovesse recedere a petto di quell’esigenza più importante. Col corollario che evocato in giudizio, e richiesto di condanna, non era “quello” sciopero, ma il diritto di scioperare. Una delle tante cose ormai controvertibili nel regime di potere tutelare della salute prima di tutto. E chi credesse di potersi compiacere del risultato dovrebbe comprendere che lo sciopero “irresponsabile”, e dunque da condannare, ha la stessa cittadinanza dello sciopero “responsabile” e dunque da imporre.

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