Strategie antipandemicheLo smartworking potrebbe aiutare a prevenire i contagi, ma non ne discutiamo seriamente

Il lavoro a distanza porterebbe enormi benefici, a partire da una riduzione dell’affollamento sui mezzi pubblici e negli uffici. Sarebbe una soluzione anche per evitare forme più dure di confinamento. Invece si parla solo di coprifuoco, mascherine all’aperto e altre misure insensate

Cecilia Fabiano/Lapresse

Il Long Covid che continua ad affliggere il mondo è di per sé un potentissimo agente di sfiducia. La comunicazione, in questo contesto, non è un problema sovrastrutturale rispetto agli esiti delle strategie antipandemiche, che invece dipendono in larga misura da quanto le persone fanno in base a ciò che pensano di avere capito.

Quindi i problemi di coerenza di una comunicazione tanto perentoria quanto spesso contraddittoria – che fa largo e disordinato uso del principio d’autorità – non pregiudicano solo la correttezza formale, ma pure l’affidabilità sostanziale del messaggio.

Anche sui vaccini oggi si paga essenzialmente la delusione autoprodotta da una comunicazione sbagliata. I vaccini servivano a tornare a vivere e a smettere di morire di Covid come mosche (e hanno funzionato egregiamente), non a istituire, dal primo ciclo vaccinale, un mondo Covid free.

Anche la coerenza delle misure annunciate e adottate è un problema di comunicazione, in particolare per il moltiplicarsi di proposte puramente dimostrative, che hanno una funzione di allerta psicologica, e quindi hanno l’obiettivo specifico di “parlare” all’opinione pubblica.

Nel profluvio di idee inutili (mascherine all’aperto) o impraticabili (tampone per il cinema), si continuano a escludere misure, incentivi o anche semplici raccomandazioni per il ritorno, dove possibile, al lavoro a distanza; è una scelta incoerente con lo stesso presupposto di una campagna d’inverno, che per ridurre i contatti a rischio finisce per ipotizzare restrizioni alle interazioni e alla mobilità molto più impattanti e, cosa sempre da ricordare, molto più limitative della libertà personale.

Se si torna a ipotizzare il contingentamento degli ospiti a cena, il coprifuoco alle 23 o il commissariamento del tempo libero e dello svago secondo norme che variano da comune a comune, che senso ha escludere una misura che non costringa ogni giorno milioni di persone a prendere mezzi pubblici (treni pendolari, corriere, autobus, metropolitane), che come tutti sanno non garantiscono mai condizioni di distanziamento e ventilazione minime sufficienti, per recarsi in uffici in cui il rispetto delle misure sanitarie di contenimento del rischio può essere solo presunto e quasi mai verificato?

Chiaramente il lavoro a distanza non è in sé un vero smartworking (in termini di flessibilità del rapporto e responsabilizzazione dei risultati) e quando è imposto o consigliato per ragioni pandemiche rischia di rivelarsi un onere e non un’opportunità organizzativa.

Nello stesso tempo è evidente che l’economia e l’amministrazione pubblica italiana si sono agevolmente adattate a questa esigenza, con risultati che, misurati, sia pure grossolanamente, con il tasso di crescita del Pil del 2021, non denunciano propriamente un collasso del sistema produttivo.

Insomma, il ritorno al lavoro a distanza in emergenza è una scelta non solo utile dal punto di vista sanitario, ma anche compatibile dal punto di vista economico. Peraltro, il recente protocollo per lo smartworking nel settore privato dimostra che le cose si devono comunque muovere in quella direzione.

L’ Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano ha calcolato che nella fase più dura della pandemia, nel 2020, circa un terzo dei dipendenti italiani, 6,6 milioni, ha lavorato da remoto. Erano stati meno di 600mila nell’anno precedente.

Nel 2021 si è passati dai 5,4 milioni del primo trimestre ai 4 milioni del terzo. Visto peraltro che la Pubblica amministrazione è il solo ambito in cui il lavoro a distanza è stato imposto (nel privato solo raccomandato), coinvolgendo praticamente oltre il 90% delle amministrazioni pubbliche, il ritorno in presenza a decorrere dal 15 ottobre 2021 come «modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa» (DPCM 23 settembre 2021) ha segnato una marcia indietro utile alla retorica anti-fannulloni, ma assai meno a descrivere le sfide che anche il lavoro pubblico dovrà affrontare per recuperare produttività.

Al momento, a parte lo smartworking per i lavoratori fragili e per i genitori dei bambini in dad, sul tavolo non c’è nulla. Che con lo stato di emergenza sia stato prorogato il regime dello smartworking semplificato, che dà ai datori di lavoro la possibilità di disporlo anche in assenza di un accordo individuale, non implica nessuna proattività per il ritorno o la prosecuzione del lavoro a distanza, in imprese in cui i lavoratori stanno tornando in sede proprio nel pieno di questa nuova ondata.

Ovviamente la riduzione del lavoro in presenza avrebbe dei costi, in particolare per alcuni comparti commerciali (in primo luogo quello della ristorazione), ma non esiste alcuna misura restrittiva che non comporti costi economici da compensare, giustificati proprio in relazione ai benefici attesi. E in questo caso i benefici sono altissimi e proprio così – sempre a proposito di coerenza – lo smartworking diffuso era stato ufficialmente giustificato fin dall’inizio della pandemia.

La responsabile tecnica per la risposta alla pandemia di Covid-19 dell’Organizzazione mondiale della Sanità, l’epidemiologa statunitense Maria Van Kerkhove, in una recente intervista a El Paìs ripresa anche dalla stampa italiana, ha ammonito i governi a favorire il telelavoro prima di ipotizzare nuove forme di confinamento.

Ma è un invito che in Italia, a differenza degli altri Paesi investiti dalla quarta ondata, non è stato accolto e neppure, a quanto pare, discusso.

Lo smartworking darebbe, anche in questi mesi, un ottimo contributo al contenimento dei contagi. Ma la sua assenza, oltre a essere molto discutibile sul piano sanitario, comunica una contraddizione che si somma a molte altre e di cui si pagherà il prezzo in futuro. Forse varrebbe la pena di pensarci.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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