Dietro la linea rossaPerché Putin ha schierato oltre centomila soldati al confine con l’Ucraina

La Russia ha rialzato il livello dello scontro alla frontiera occidentale perché giudica inaccettabili le esercitazioni militari della Nato in Mar Nero. Kiev teme un attacco imminente e chiede aiuto a Washington e a Bruxelles. Biden è in prima linea per sostenere un partner strategico, mentre i 27 Stati membri fanno fatica a trovare una risposta unitaria

AP / Lapresse

Nelle ultime settimane la Russia ha schierato al confine con l’Ucraina più di 100mila soldati. Nelle dichiarazioni dei funzionari russi, la decisione è legata alla necessità di difendersi da una presunta minaccia militare da parte del vicino. Kiev infatti ha recentemente acquistato da Stati Uniti e Turchia missili anticarro e droni d’attacco.

Mosca ha fatto sapere, attraverso un portavoce del Cremlino, di non rappresentare una minaccia per nessuno, ma il suo sostegno ai ribelli separatisti nella regione ucraina del Donbass – a partire dall’invasione della Crimea del 2014 – mette in allerta il governo ucraino. Kiev, da parte sua, temendo un attacco russo, ha chiesto sostegno all’Europa e agli Stati Uniti.

La politica aggressiva di Vladimir Putin ha riacceso l’attenzione in quella regione e, come sempre in questi casi, non è una storia che riguarda solo i due Paesi direttamente coinvolti.

Il presidente russo ha avvertito la Nato di non dispiegare truppe e armi in Ucraina: «Questo costituisce una linea rossa per Mosca e scatenerebbe una risposta forte, che potrebbe includere il dispiegamento di missili russi».

Le truppe russe, sostiene Putin, stanno solamente rispondendo alle provocazioni occidentali nel Mar Nero, dove la Nato ha recentemente organizzato esercitazioni militari. Il rischio è che «l’addestramento di militari, il dispiegamento di armi e le esercitazioni convincano Putin che se non agisce oggi, domani ci saranno importanti basi Nato in Ucraina, quindi deve porre un freno», scrive la Bbc.

Il primo problema è che la Russia potrebbe avere diversi obiettivi – o, di contro, si potrebbe dire che non sono troppo chiare le sue intenzioni. Mosca potrebbe essere interessata a destabilizzare il governo di Volodymyr Zelensky, sempre più vicino all’occidente e agli Stati Uniti; oppure potrebbe cercare di scoraggiare un rafforzamento militare occidentale in quella regione, che la Russia considera il suo cortile di casa.

Sul Time, Ian Bremmer ha aggiunto un’altra ipotesi: «Negli ultimi anni il presidente russo ha avuto toni anti-occidentali in stile Guerra Fredda, anche per aumentare il consenso interno». Un sondaggio pubblicato a ottobre dal Levada Center di Mosca, infatti, ha rilevato che la fiducia in Putin è scesa al 53%, il livello più basso dal 2012. «La storia mostra che combattere con l’Ucraina può aiutare», si legge sul Time.

Di sicuro la Russia vede un eventuale allargamento a est della Nato, quindi vicino ai suoi confini, come un pericolo. È per questo che il Cremlino vorrebbe l’Ucraina distante dall’Alleanza atlantica. Ma non avendo grandi leve politiche, l’opzione più immediata a disposizione di Putin è gonfiare il petto, anche per vedere fino a che punto Stati Uniti e Unione europea sono disposti a spingersi per difendere l’Ucraina.

Quando ad aprile la Russia aveva deciso di schierare altri militari al confine con l’Ucraina, gli Stati Uniti si dimostrarono – almeno nelle intenzioni – pronti a intervenire per difendere il Paese europeo.

L’amministrazione Biden si è dimostrata fin da subito ben disposta ad aiutare il governo di Zelenski: a settembre il presidente ucraino è stato ricevuto da Joe Biden alla Casa Bianca per aggiornare la «Charter of Ukraine-Us Strategic Partnership», un documento che rafforza gli impegni reciproci presi – in un prima versione – nel 2008.

Dal 2014, cioè dall’invasione russa della Crimea, Washington ha fornito 4,9 miliardi di dollari in aiuti militari a Kiev. E quest’anno si aggiungono 400 milioni di dollari. Tutto finalizzato a sostenere la sovranità ucraina sul suo territorio.

Sul fronte dell’Unione europea, invece, il quadro è decisamente più frastagliato. In primo luogo per la fine del mandato di Angela Merkel, la principale interlocutrice di Putin nell’Unione. Ma anche a causa della crisi energetica che rende il gas russo ancor più importante per il continente.

Proprio la Germania, alle porte di un’importante transizione politica, potrebbe avere un ruolo determinante per il futuro del dossier ucraino.

All’inizio della settimana un articolo dell’Atlantic Council avvertiva di un possibile cambiamento di postura della Germania nei confronti della Russia: «Un nuovo governo di coalizione è pronto a insediarsi, e se Annalena Baerbock dovesse essere confermata al ministero degli Esteri potrebbe portare avanti la sua posizione più dura nei confronti della Russia: un allontanamento dalla linea morbida verso Mosca, che era un segno distintivo del precedente governo tedesco».

L’Italia, invece, potrebbe avere un ruolo importante nel mitigare le scelte della Russia. La settimana scorsa Mario Draghi ha dialogato telefonicamente con Putin per la quarta volta in quattro mesi. Il premier ha ribadito che l’Italia e l’Europa si attendono un atteggiamento responsabile dal Cremlino sull’Ucraina.

I rapporti tra i due Paesi sembrano piuttosto stabili. Lo scorso luglio il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha incontrato il ministro dell’Industria russo Denis Manturov; a dicembre, in Italia, si terrà il Consiglio di cooperazione economica, industriale e finanziaria. E recentemente l’ambasciatore italiano a Mosca, Giorgio Starace, non ha escluso una possibile visita del presidente del Consiglio in Russia.

La Francia, invece, è il Paese europeo che preferisce avere un approccio più muscolare nei confronti della Russia. Almeno apparentemente. Il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian e il ministro della Difesa Florence Parly hanno «condiviso le loro preoccupazioni per il deterioramento della situazione della sicurezza in Ucraina e hanno chiaramente avvertito di gravi conseguenze legate a qualsiasi nuovo danno all’integrità territoriale dell’Ucraina» (così una nota congiunta dei due ministeri).

Infine, va ricordato che l’attuale governo ucraino dimostra in ogni occasione il suo interesse ad avvicinarsi all’occidente e all’Unione europea. A novembre il primo ministro ucraino Denys Shmyhal ha insistito sul fatto che il suo governo «ha l’obiettivo di diventare membro a pieno titolo dell’Unione europea». In un’intervista a Politico ha voluto sottolineare gli sforzi del suo Paese per combattere l’emergenza climatica – in linea con il Green Deal europeo – e per favorire una cooperazione in materia energetica, nella regolamentazione del mercato digitale e della sicurezza informatica, come esempi della spinta a un’integrazione più stretta e all’adozione di standard e pratiche dell’Unione.

Ma al momento le prospettive di adesione dell’Ucraina sono in fase di stallo, così come quelle di Moldavia, Georgia e dei alcuni Paesi dei Balcani, e non sembrano destinate a sbloccarsi a breve.