Ex maledettiAltro che rockstar, questi che abbiamo oggi sono solo vetrinisti da Instagram

Nonostante il Guardian cerchi di convincerci che sia tornato lo stile di vita dei cantanti di una volta, dannati e creativi, non ci caschiamo. Questi, da Fedez in su, sono solo imitatori il cui unico problema è il commercialista che li frega sullo sponsor

LaPresse/Nicolò Campo

Insomma pare ci sia il ritorno delle rockstar (no, non è un editoriale su Silvio al Quirinale). Non nelle canzoni, figuriamoci, le canzoni ormai sono solo televendite, e io canticchio da un mese «Vuitton e Prada non contan nada se tu non sei con me». Come stile di vita (quindi forse sì, è un editoriale su Silvio al Quirinale).

Dice l’autorevole Guardian, in un articolo così pieno di refusi che neanche un comunicato delle Brigate Rosse, che la storia tra Megan Fox e Machine Gun Kelly è il ritorno dell’estetica delle rockstar.

Lei ero convinta di ricordarmela: ma certo, era quella dello spot dei telefoni, l’unico modo per risultare memorabili al pubblico italiano (e invece macché, quella è Megan Gale: Megan Fox chissà come ci è finita, nell’impolverato sottoscala dei nomi a me noti); lui l’ho dovuto cercare su Google – pare sia rapper – ma se s’è scelto quel nome d’arte mi pare chiaro che non voleva fare carriera nel campo dei dipinti a olio.

L’elenco delle loro bizzarrie compilato dal Guardian lo si potrebbe confondere con una qualunque cronaca delle vite pubbliche di Angelina Jolie (prima di avere un numero di figli che la rende mormona onoraria) o di Asia Argento (prima di divenire guida morale di questo secolo buio). C’è tutto il pacchetto, i nomi reciprocamente tatuati addosso, le allusioni sessuali non a mezzo «Je t’aime… Moi non plus» (ve l’ho detto che le canzoni non sono più veicolo di niente) ma a mezzo didascalie di Instagram, e il sangue bevuto dopo la proposta di matrimonio avvenuta sotto un banano e ripresa da tre telecamere, tutt’e tre a inquadrare lo stuporone di lei.

Lui, Machine Coso, ha messo il proprio nome su una linea di smalti, e non si può non pensare al marito della Ferragni, la rockstar che questa povera provincia dell’impero si può permettere. Ieri protagonista d’una polemica astrusa. Pare che la nostra star degli smalti abbia dato un’intervista ad Antonio Dikele Distefano.

Cose che sapevo fino a ieri di ADD: che è un romanziere da uno dei cui romanzi è stata tratta una serie di Netflix su cui i giornali si sono sdilinquiti (quanto ci piace sentirci moderni col protagonista nero) ma che poi nessuno ha guardato. Cose che ho appreso ieri: che dirige la rivista di musica urban (qualunque cosa significhi) Esse Magazine, rivista contigua a gente tipo Marracash, che ai miei tempi avremmo detto che non va d’accordo col marito della Ferragni ma oggi si dice che i due «si dissano» (meno sanno l’inglese e più lo infilano ovunque); e che per conto di questa rivista Dikele ha mesi fa fatto un’intervista pubblica al marito della Ferragni, nella quale, da frammenti girati on line, non c’era una bella atmosfera, e insomma l’intervista non è mai stata pubblicata, e Dikele ha detto che è colpa sua perché non era abbastanza preparato come intervistatore (succede, quando intervisti Bob Dylan e non ti sei studiato per intero la sua carriera), e il marito della Ferragni ha detto che Dikele s’è pure fatto pagare la cena quella sera (quando è burino fino in fondo, il marito della Ferragni mi piace un sacco).

Incidentalmente, mentre il marito della Ferragni diceva all’Instagram che gli avevano fatto un’intervista scorretta e l’avevano montata ancora più scorrettamente, Dikele si faceva fotografare per l’Instagram alla sfilata di Prada. Non che conti nada.

Tutto questo mentre autorevolissimi osservatori degli accoppiamenti da celebrità notano che, da quando il cantante ex marito di Kim Kardashian esce con una nuova squinzia, lui e la squinzia sono sempre vestiti Balenciaga. Balenciaga che aveva vestito Kim al gran ballo del Metropolitan Museum, e considerato che si può quasi fare rima e dire che Balenciaga non conta nada se non ti sponsorizza il divorzio, ecco, forse è ora di smetterla di pensare che la misura dei musicisti di questo secolo sia se sanno fare i solfeggi e non se sanno fare i vetrinisti.

Qualche settimana fa, al podcast del marito della Ferragni, era andato ospite Cesare Cremonini, che aveva tentato di spiegare al conduttore che instagrammarsi con gli sponsor non era lo stesso lavoro che faceva lui, e quello bello sereno gli aveva risposto «Il marketing per me è una forma d’arte», e poi aveva proseguito citando a casaccio Andy Warhol (che citava anche ieri lamentandosi dell’intervista di Dikele, perché chiunque sia il suo autore testi gli ha fornito una panchina di citazioni cortissima).

Ma, a parte le citazioni che tentano d’esser culturali tipiche di quelli per cui essere analfabeti è un complesso invece che un vantaggio, aveva ovviamente ragione lui: se vendere prosciutti ti viene meglio che scrivere canzonette, perché non dovresti assumere dei parolieri e dedicarti a prometterci una bici col cambio shimano?

Tanto persino l’autorevole stampa ci casca, e scambia l’offerta del brillocco instagramgenico con successiva bevuta di sangue (sarà succo di bacche di Goji, figuriamoci) per un ritorno agli anni in cui le rockstar finivano affogate nel vomito, in cui in scena si stava solo quando si era in scena, in cui c’era – che concetto ormai assurdo – margine d’improvvisazione, e a volte di vita da rockstar addirittura morivi. Mica come adesso, che la cosa più grave che possa capitarti è che il commercialista faccia la cresta sulle fatture dello sponsor.