La triste vicenda dell’elezione dal nuovo Presidente della Repubblica, conclusasi benissimo ma con un processo delirante, lascia sul campo una riflessione molto concreta e cioè il completo e definitivo sfaldamento del sistema dei partiti così come lo conosciamo.
Il centrodestra non esiste più, i Cinquestelle non sono mai esistiti e spariscono dal campo, il centro è virtuale, il Partito democratico celebra una vittoria che non è sua, nella migliore tradizione dei trasformisti, il campo largo con i progressisti è un campo minato che esiste solo nella vulgata di Enrico Letta e serve solo a Goffredo Bettini e Massimo D’Alema per provare a rilanciarsi.
Dalle macerie nascerà certamente qualcosa di nuovo e diverso, ma vale la pena chiedersi se il nuovo debba essere nella forma del partito come lo conosciamo dalla seconda metà del Diciannovesimo secolo. Troppe cose sono cambiate e questi nostri partiti riflettono l’incapacità del sistema politico di prenderne atto, ben lontano dalla rapidità degli elettori che invece esiste, ancorché abbia prodotto danni gravi con il voto ai Cinquestelle nel 2018. Un voto che è insieme causa ed effetto del problema.
Le principali cause della dissoluzione del sistema dei partiti sono a mio avviso tre:
1. L’avvento dei social media e in generale la rapidità di circolazione dell’informazione riducono la capacità di intermediazione dei partiti. Il grande pubblico oggi sa tutto in diretta senza giornali che “traducono” (spesso travisando per fini propriamente politici), senza l’effetto massivo delle tv generaliste che hanno permesso il fenomeno Berlusconi, senza soprattutto la capacità dei leader di trasferire mezze verità a chi li vota, pena l’essere immediatamente smontati dai social.
Questo effetto è non solo irreversibile, ma anche crescente nel tempo. Difficilissimo pensare a fenomeni di illusione di massa analoghi a quelli di inizio Novecento nel mondo di oggi e, se vogliamo, la crisi dei populisti di cui si iniziano a vedere segnali non solo in Italia ne è testimone. Matteo Salvini e Beppe Grillo possono ancora durare un po’ vendendo bufale, ma in pochi anni il loro ciclo si esaurisce. Così come si esaurisce la “superiorità morale” della sinistra destinata inesorabilmente a perdere le prossime elezioni a valle dell’insipienza delle proposte soprattutto economiche alla luce dei vincoli di sistema.
2. La personalizzazione del partito nel suo leader è stata il tratto dominante degli ultimi anni come effetto della democratizzazione e della iper-semplificazione dell’informazione. Non proponendo più una visione di società ma solo l’immagine del capo, il partito è identificato con il leader. Silvio Berlusconi per primo, ma poi Matteo Renzi, Beppe Grillo (non Giuseppe Conte che è un figurante di basso livello), Matteo Salvini, Giorgia Meloni assurgono al ruolo di “leader maximo”, rappresentando soprattutto sé stessi. E qui viene il problema insuperabile. Assurgono a persone/partito personaggi modestissimi che non hanno né cultura istituzionale, né cultura in senso lato. Non hanno nulla di nulla. Sono stati solo capaci di dominare la macchina del partito e poi raccogliere consensi in campagna elettorale con il contratto per gli italiani di buona memoria, con il reddito di cittadinanza o con l’immigrazione. Fa eccezione Renzi che in questa legislatura con quaranta parlamentari e il due per cento nei sondaggi ha deciso due governi e il Presidente della Repubblica, dimostrando capacità politiche fuori dal comune. Slogan e personalizzazione sono l’unica cifra da parte di figure che, guardate individualmente, sono senza alcuno spessore.
Quando poi costoro governano (l’obiettivo stesso dei partiti) emergono drammaticamente i limiti enormi di persone tanto modeste da non trovare candidati credibili per fare il sindaco di Milano o di Roma, da non trovare ministri decenti che accettano di lavorare con loro, da non trovare soprattutto soluzioni a problemi molto complessi che devono affrontare. Il processo di selezione è inverso rispetto ai problemi da affrontare. Emergono solo incapaci demiurghi di una breve stagione, cui segue il fallimento inevitabile.
Il Pd, in questo contesto, è forse ancora peggio per la qualità della selezione dei quadri intermedi. L’unico vero leader viene distrutto dalla culturali partito dominante (Renzi), ma soprattutto viene distrutto da una serie di aspiranti leader che sono addirittura brutte copie della stessa malattia. Quindi il partito è ostaggio di una serie di piccoli uomini, senza arte né parte, in perenne conflitto tra di loro, con gli stessi limiti dei loro concorrenti, semmai esasperati dal fatto che nemmeno sono in grado di vincere le elezioni per la mancanza di attrazione carismatica. Andrea Orlando, Dario Franceschini, Francesco Boccia, Peppe Provenzano sono figuranti che aspirano a essere leader con gli stessi mezzi dei Salvini e dei Grillo… e non lo saranno mai.
In sintesi, la personalizzazione del partito perseguita attraverso personaggi con nessuna valenza di competenze reali, non può che produrre l’assenza di idee e peraltro la scalata ai partiti così come li conosciamo da parte di persone competenti è assolutamente impossibile. Un circolo vizioso oggi non spezzabile.
3. Il terzo e più importante fattore che sta minando alla base il sistema dei partiti è la necessaria convergenza delle scelte di governo verso un sistema che è sempre più globalizzato e transnazionale. I vincoli dell’Europa su cui la parte deteriore di Lega e i primi Cinquestelle hanno costruito la “ribellione” demagogica sono ormai non modificabili (per fortuna), ma esistono anche vincoli più stretti che sono il debito pubblico, la globalizzazione e la sua evoluzione post pandemica, la pandemia stessa. Ne consegue che l’azione di governo è estremamente vincolante al di là della propaganda demagogica. Non solo vincolata, ma anche molto complicata per un numero esplosivo di vincoli di sistema non modificabili che rendono i soldi di finanza pubblica in primis, ma anche il loro utilizzo, immediatamente giudicati dai mercati che prestano denaro agli Stati e sono i primi “grandi elettori” di ogni governo al mondo.
Questi vincoli sono sgradevoli per i partiti che tentano in vario modo di sottrarsi alla stretta mortale che vincola la loro demagogia elettorale. Così Claudio Borghi e Matteo Salvini blaterano senza senso di lasciare l’Europa, i Cinquestelle vagano tra banchi a rotelle e reddito di cittadinanza come i famosi due neuroni nel cervello, mentre Letta e Provenzano vagheggiano una spesa sociale che la demografia e il debito rende assolutamente irrealistica. E poi arriva Mario Draghi che, analogamente a Wolf di Pulp Fiction, “sistema le cose” come ha fatto con l’elezione del presidente.
I vincoli aumenteranno di peso anno dopo anno dopo la sbornia del denaro facile da pandemia, dopo che il vero grande problema dell’occidente, cioè il calo demografico (in Italia è esplosivo), si farà sentire con mancanza di forza lavoro e costo di un welfare insostenibile, e dopo che le assurde spinte iconoclastiche sulla transizione ecologica non gestita getteranno in povertà vasti strati della nostra società europea, senza spostare nulla dell’emergenza clima visto che India, Cina e sud est asiatico proseguono nel loro cammino autonomamente.
E ci sarà quindi un’ulteriore e progressiva disconnessione tra i partiti, che necessariamente promettono soluzioni di breve periodo palesemente inesistenti e demagogiche e la realtà. Una realtà che si rivelerà davvero molto difficile e richiede una transizione generazionale con la stabilizzazione demografica, energetica e anche finanziaria dopo anni di sbornia collettiva di breve periodo culminata con la pandemia.
Mi aspetto quindi ancora meteore rapide di personaggi che emergono, splendono una sola notte e poi spariscono rapidamente, con anche un carico di odio per le aspettative disattese.
Se il sistema dei partiti come lo conosciamo è molto disfunzionale alla corretta amministrazione dello Stato, quale può essere l’uscita virtuosa da questa palude?
La premessa doverosa è che sono assolutamente pessimista sull’ipotesi di realizzazione di una possibile uscita da questo circolo vizioso, se non nel medio termine, ma vale la pena almeno di proporla o configurarla, non fosse altro per ridurre il tempo di attesa verso quella che probabilmente sarà l’inevitabile evoluzione più avanti.
La premessa maggiore è che amministrare uno Stato è un compito complesso, forse il più complesso al mondo e che per definizione servirebbero persone di grandissimo standing, con cultura e capacità eccezionali e con la credibilità e la leadership che ne consegue. Il presunto rischio della tecnocrazia (agitato strumentalmente dei politici di professione), è in realtà contemperato dallo scrutinio continuo e pervasivo dei nuovi media e quindi il tema diventa come fare sì che i “migliori” e non i capi bastone di questo o quel partito amministrino la cosa pubblica.
Il processo potrebbe configurarsi come lo schieramento anche alle elezioni di “raggruppamenti” non organizzati come partito (e l’esperienza pessima dei Cinquestelle offre spunti di ottimismo per la capacità di spostare rapidamente elettorato) che identifichino ex ante una squadra di amministratori competenti e capaci fuori dal sistema dei partiti, che si presentino non come ideologici o peggio come formazioni personalistiche, ma come raggruppamenti di gestione con competenze e capacità. Una specie di lista di consiglieri di amministrazione coordinati da un amministratore delegato che diventa Presidente del consiglio.
Carlo Calenda è forse la persona che ha per primo concepito questo sistema con Azione e il risultato alle elezioni di Roma è stato nascosto e sottovalutato per convenienza del Pd e dai giornali, ma è stato eclatante.
Se l’anno prossimo si presentasse alle elezioni una lista non partitica, da classificare solo per convenienza “di centro riformista”, che indicasse non solo Draghi ma anche una squadra di Draghi senza i vincoli dei partiti (Speranza, Orlando, Franceschini e i residui dei Cinquestelle) composta da persone di altissimo standing sono che sarebbe il raggruppamento di maggioranza relativa perché raccoglierebbe i voti dei delusi dalla Lega, dai Cinquestelle, dal Pd stesso oltre che dai vari cespugli di centro che oggi esistono senza grosse speranze elettorali. Ma soprattutto raccogliendo i voti di chi oggi si astiene perché non si riconosce nei partiti.
La sciagurata riduzione del numero dei parlamentari e la ancora più sciagurata bocciatura del referendum costituzionale precedente sono vincoli di sistema da sfruttare, perché consentono di ridurre la difficoltà di trovare parlamentari (sono di meno) e rendono il rapporto tra esecutivo e Parlamento forse meno complesso di quanto sia stato in questa legislatura.
Quindi non più partiti ma raggruppamenti, anche a geometria variabile, con una squadra di governo identificata e competente. Questi raggruppamenti declinano una visione del paese con alcuni capisaldi che a mio avviso sono abbastanza chiari.
Europeismo, Atlantismo, controllo della finanza pubblica e riduzione graduale del rapporto tra debito e Pil, una spending review draconiana, lotta all’evasione fiscale, politica di stabilizzazione demografica come priorità assoluta, arretramento dello Stato dalla pervasiva inefficace presenza attuale e quindi sburocratizzazione dei processi amministrativi, drastica riforma della giustizia con chiara separazione dei poteri e limiti alle invasioni di campo a cui abbiamo assistito sgomenti in questi anni. Questi sono i cardini di un programma di governo su cui poi declinare la gestione graduale della transizione ecosostenibile e l’altrettanto necessaria (ma non immanente e aprioristica) transizione digitale.
A questi raggruppamenti bisognerebbe poi associare una rivoluzione copernicana nell’attrazione alla gestione della cosa pubblica delle migliori competenze. Oggi un talento uscito dall’Università molto difficilmente entra in politica, se non quando le strade per l’affermazione personale nella società civile sono chiuse (e quindi si applica una selezione inversa dei peggiori, peraltro palese nel curriculum della gran parte dei nostri politici attuali che non hanno potuto o saputo fare pressoché nulla nel mondo “normale”). È evidente che difficilmente questo meccanismo possa cambiare nei prossimi dieci anni, quindi bisogna superare il problema attraendo alla gestione pubblica le risorse di grande talento non all’inizio della carriera, ma dopo un certo periodo e relativi successi nella società civile.
Ci potrebbero essere due proposte concrete di grandissimo effetto e, mi rendo conto, di grande radicalità ma con effetti abbastanza certi.
La prima è rendere la possibilità di ricoprire incarichi pubblici di qualsiasi tipo e natura nel tempo limitata a un massimo di 12 anni dal primo incarico ricoperto indipendentemente dalle interruzioni, salvaguardando il principio di continuità e apprendimento, ma negando vigorosamente la possibilità ai Salvini e ai Franceschini di turno di concepire la propria vita come il cavalcare incarichi pubblici per quarant’anni. Regola senza appello o eccezione e controllata da un authority apposita inflessibile, perché come dimostrato dai Cinquestelle quando si dichiara la regola va tutto bene, ma quando la regola inizia a mordere sulle persone… iniziano le eccezioni.
La seconda proposta è retribuire le persone che entrano in politica con la media dei compensi da essi stessi dichiarati nei cinque anni precedenti, con l’eccezione ovviamente dei redditi da capitale. Quindi chi entra in politica viene retribuito esattamente come nella media del suo compenso nel mondo privato senza alcun limite superiore (i vecchi attuali 240mila euro da poco riformati). In questo modo non si penalizza economicamente chi si sente di dare un contributo e nello stesso tempo si valorizza la qualità dei migliori nel mondo reale e non nel mondo virtuale della politica. Insomma non si entra in politica per sfruttarne gli indubbi ed enormi benefici economici (pensiamo alla massa dei parlamentari Cinquestelle che ha conosciuto una stagione di cinque anni guadagnando l’equivalente di 200 mila l’anno cioè quasi 10 volte quello che è il loro “valore” sul mercato), e soprattutto si entra in politica perché competenti, non da incompetenti assurti improvvisamente a gestori di problemi complessi (Daniele Toninelli, Laura Castelli, ma la lista sarebbe lunghissima).
Le due proposte sono radicali e non passeranno mai in un contesto autoreferenziale, ma io penso sarebbero sostenute dalla maggioranza degli italiani in un contesto di crescente disaffezione dalla politica attuale.
Il giudizio degli elettori italiani sulla attuale politica è pessimo. A Roma alle elezioni suppletive ha votato tragicamente il 13 per cento degli aventi diritto. Metà degli elettori dichiara di non sentirsi rappresentato. Lo spettacolo offerto dalle elezioni al Quirinale è stato il peggio immaginabile. La qualità media degli attuali leader politici se applicata a un mondo reale fuori dalla politica non esprimerebbe assolutamente nessuna responsabilità vera. Sarebbero impiegati di medio-basso livello al meglio, con il massimo rispetto per le posizioni di impiego di basso livello che lavorano duramente e senza privilegi di sorta.
Sarebbe ora di finirla e smettere quindi di lamentarci se Salvini dice cose strampalate, se Conte parla e non si capisce cosa dice, se Provenzano propone di tassare extra Jeff Bezos perché ha avuto successo, se la Castelli confonde lo stock con i flussi, e mille altri esempi di scempio della cosa pubblica.
Per smettere di lamentarci, alle prossime elezioni nel 2023 che sono drammaticamente vicine dobbiamo cercare di votare qualcosa che non sia uno degli attuali fallimentari partiti, ma una “cosa” nuova con persone nuove e dimostratamente competenti e senza legami con una politica fallimentare che ha avuto un unico ruolo, vale a dire caricare i nostri pochi figli di un debito mostruoso che dovranno pagare per tutta la vita, allo scopo di distribuire soldi a pioggia nella speranza di perpetuare il proprio ruolo all’infinito. Un ruolo che la storia giudicherà come merita, ma che nel frattempo ha già fatto danni gravissimi e irreversibili.
Mandiamoli tutti a casa alla ricerca, ahimè per loro, di un lavoro vero che non avranno mai, invece di scegliere con la logica del “tutti ma non lui” non importa se “lui“ è Salvini, Grillo o Renzi. Con Draghi e Mattarella e dopo il triste recente spettacolo, forse è più possibile di quanto fosse fino alla scorsa settimana.