L’altra emergenzaLa violenza del branco e i nostri ragazzi lasciati da soli

Tra le giovani generazioni è ormai evidente un profondo disagio emotivo e comportamentale, che sfocia in atti di brutalità e aggressione sempre più frequenti. Anziché discutere di varianti e mascherine, occorre dare uno sguardo anche a questa realtà, forse più difficile e impegnativa

Claudio Furlan

Da mesi ovunque si discute con metodica costanza e si approfondiscono in modo ormai quasi maniacale tutte le possibili sfaccettature e gli aspetti connessi all’emergenza pandemica: non c’è trasmissione televisiva – generalista o meno – in cui non ci si profonda in ragionamenti, analisi e previsioni dati alla mano, oltre alle inevitabili critiche su questa o quella scelta politica.

Ecco, mi piacerebbe che altrettanta attenzione e il medesimo zelo analitico venissero rivolti ad un fenomeno che da qualche tempo sembra essere sempre più drammaticamente evidente ed inquietante e che riguarda l’esistenza di un profondo disagio emotivo e comportamentale tra le giovani generazioni.

Ormai assistiamo, con una frequenza direi statistica, ad episodi di violenza che hanno come protagonisti ragazzini tra i 13 e i 18 anni. Il “branco”, come spesso viene richiamato, aggredisce, stupra, picchia e a volte addirittura uccide, ma quando usiamo questo parola non stiamo parlando di un entità astratta – anche se questo agisce guidando le singole individualità – perché stiamo pur sempre parlando di ragazzini, i nostri figli, quelli che dovremmo essere noi a guidare.

Il fenomeno è quanto mai complesso e cruciale per la nostra società, perché l’attraversa in modo indiscriminato: si tratta di adolescenti di varia estrazione sociale, italiani e stranieri, abitano le periferie ma anche i quartieri “bene” delle città. Quello che li accomuna è una rabbia fine a se stessa che trova sfogo in azioni scriteriate senza ragioni o inibizioni e che ha come catalizzatori alcool e droga.

A volte sembra che non abbiano coscienza delle loro azioni, come se fosse virtuale, alla stregua del mondo social che frequentano, e che nel confronto con la realtà non abbiano dei riferimenti a cui ancorare il senso del proprio sentire e del proprio agire.

Io credo che siamo davvero di fronte ad un fenomeno sociale ormai patologico, rispetto al quale non ci si può limitare al semplice dovere di cronaca e ad una mera indignazione, derubricandolo come un “caso”, perché la frequenza con cui si presentano certi episodi è ormai tale da farlo emergere in tutta la sua evidenza.

️C’è qualcosa che non va nel processo evolutivo di questi ragazzi, per capire come intervenire e correggerlo va compreso nelle sue cause profonde. Non è solo questione di noia, come qualcuno dice liquidando la questione. Le ragioni di un fenomeno sociale vanno sempre cercate tra gli elementi di quel sistema sociale.

️C’è un’emergenza sociale in corso a cui dobbiamo rivolgere un’attenzione prioritaria che coinvolga non solo i principali agenti di socializzazione, come famiglia e scuola, ma anche le istituzioni e soprattutto i mezzi di comunicazione. Non ultima la politica, certo, che deve occuparsi del futuro di una società. E cosa lo è più di loro?

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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