Età aureaElogio di Giuliano Briganti, l’ultimo maestro della storia dell’arte italiana

I due libri pubblicati in tandem da Rosellina Archinto sono buon viatico alla conoscenza di un critico d’eccezione. Leggendo in diagonale tra testi e note il lettore può farsi una prima e non banale idea della ricchezza di un periodo di splendore della letteratura artistica e tout court

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Roberto Longhi e Giuliano Briganti: i nomi bastano a dire la qualità suprema di quella che è stata una gloriosa tradizione della letteratura italiana: la storia dell’arte. Dico è stata per via del fatto che dopo i primi valenti eredi della maieutica longhiana (ché tale era), tra cui per l’appunto Briganti, la storia dell’arte ha perso il suo statuto di storia delle forme per trasformarsi in altro e uscire dall’ambito della letteratura. Pure c’è stato un tempo dove si poteva spiccare la parola forma

(Certo non può dirsi letteratura la “produzione scientifica” – basti il primo termine della locuzione – infarcita del lessico delle malattie dette scienze umane: ultima nata e dilagata come le finestrelle quadre a crociera delle architetture di Aldo Rossi, la molestissima iconologia. E non vado oltre per carità di luogo).

Ora vengono dati alle stampe e in tandem due libri preziosi, per i tipi della elegante casa editrice fondata e animata da Rosellina Archinto, una delle dame de qualité che sono vanto di Milano. Incontri. Corrispondenza 1939-1969, a cura di Laura Laureati e con una sua introduzione, è il pezzo forte del tandem; Roberto Longhi è utile raccolta dei testi dedicati da Briganti a Longhi dal 1955 al 1991, un anno prima della morte, con un saggio introduttivo di Giovanni Agosti di cui vale dire a parte. Insomma, una bella occasione per dire di una lunga fedeltà.

Iniziamo da Incontri, il libro che raccoglie la corrispondenza, e Laura Laureati: così si deve. Intanto, quel passo d’ingresso da giovin signora induce ad accomodarsi: “Una breve presentazione dei due protagonisti di questa vicenda – vorrei dire, usando un termine improprio, ma eloquentemente assonante – «letteraria», è necessaria”. Una bella falcata – rima finale a parte. A seguire dispone i fatti salienti col gusto sbrigliato della padrona di casa, senza fronzoli e sicura, indica i posti agli ospiti e li lascia lì a bella posa: il maestro e l’allievo affezionato che sarà poi altro: uno dei migliori interpreti della vicenda storia dell’arte italiana.

Lo scambio epistolare è gustoso e nelle ricorrenze: il professore chiede contributi al brillante allievo poi interlocutore – le posizioni rimarranno queste – e il sempre più impegnato e un poco imbarazzato studioso in via di indipendenza alterna solleciti riscontri a lunghe sparizioni, non si sa quanto quanto scaltrite e quanto subite: terapeutiche, comunque. Non mancano i riferimenti alle battaglie tra il contingente fiorentino (Longhi) e quello pisano (Ragghianti), occasione di imbarazzo estremo per Briganti: messo alle strette da Ragghianti, che gli chiedeva di schierarsi, sceglie Longhi, pur affezionato allo studioso pisano, che aveva seguito il suo noviziato. Briganti non aveva la vocazione del polemista, che vibrava in Giovanni Previtali: questi non solo non si sottraeva ma cercava lo scontro; si rammaricò sempre della faziosa litigiosità che caratterizza l’ambiente, accademico e no, della storia dell’arte.

Pure non poteva che scegliere Longhi: era una vera presenza. 

(Il rammarico più grande è ancora oggi per quel che successe alla morte di Longhi, quando si consumò una delle vicende più vergognose della storia dell’arte italiana: la divisione in due fazioni avverse di quel magnifico manipolo di talenti di storici e – alcuni, non tutti – scrittori. Briganti seguirà poi Previtali nella diaspora da Paragone, la rivista e fiore all’occhiello che li vedeva tra i protagonisti. Pure il danno era fatto. Era il segnale non solo della chiusura di una stagione ma della crisi della disciplina. La perdita dello statuto specifico di lì a poco sarebbe stata un fatto).

Il vero tesoro del lavoro della Laureati è nel ricco e minuzioso apparato di note che segue ogni singola lettera. Il lettore può incontrare i personaggi meno in vista ma non minori di quella stagione: storici dell’arte, restauratori, funzionari alla tutela: avere i dettagli di una scoperta o di una mostra: ogni nota aggiunge un tassello alla cronaca di una vicenda appassionante, e irripetibile. È questo il punto: la stagione dei connoisseur è tutta novecentesca: Giuliano Briganti è uno degli ultimi interpreti. (Non è che oggi non ci siano: altra è la loro vita, senza aura: non più avventurosa). Leggere il carteggio Longhi-Briganti è tornare a un tempo felice. 

Un chiarimento è necessario. Dico letteratura e non intendo un surplus di ornato alla prosa dello storico: l’ècfrasi di un’opera d’arte è parte integrante e decisiva dell’accertamento del fatto figurativo. Sulla questione ha detto quel che si deve e in modo non perfettibile Cesare Garboli, nel suo Longhi lettore, contributo alla raccolta dal titolo L’arte di scrivere sull’arte. Roberto Longhi nella cultura del suo tempo, 1982, che raccoglie gli atti del convegno svolto a dieci anni dalla morte del maestro (nella raccolta compare anche il testo di Briganti, La giornata di Longhi, ora nel libro curato da Giovanni Agosti). Meglio sempre chiarire, in questo diluvio di insipienza.  Il punto è un altro: la storia, l’accertamento dei fatti è letteratura.

Paragone, la rivista di arte e letteratura voluta da Longhi, è l’emblema di un punto fondamentale (e dolente): l’essere la storia e la critica un tutto al di là del campo di studio e dell’attività. Non a caso i numeri escono alternati: Paragone Arte, arancio; Paragone Letteratura, verde. Fondamentale a dire “il letterato” e non “l’intellettuale”; il letterato erudito in storia, quale che sia il campo, contro l’intellettuale, l’esecutore testamentario di qualche teoria nata morta da una delle malattie del Novecento: le scienze umane. Roberto Longhi e Giuliano Briganti erano storici dell’arte e letterati. Non c’era soluzione di continuità, allora: il letterato era versato all’arte figurativa, pittura e scultura, all’architettura, quanto alla letteratura: si poteva discorrere di tutto e di tutto si leggeva. Si parlava italiano e si scriveva prosa italiana.

Giuliano Briganti ha scritto e pubblicato un capolavoro della storia dell’arte, Pietro da Cortona o della pittura barocca, 1962, e due libri notevoli, La maniera italiana, 1961, e Gaspar van Wittel e l’origine della veduta settecentesca: sono fondamentali per un letterato italiano e per un lettore che voglia conoscere la storia dell’Italia e dell’Europa. Tutti sono stati scritti a seguire la passione e pubblicati sotto gli auspici di Roberto Longhi. Dopo la morte di quest’ultimo, Briganti apre a una infatuazione per la più letale delle -logia: la psicologia. Frutto ne sarà I pittori dell’immaginario. Arte e rivoluzione psicologica, 1977: si tratta di un saggio sulla pittura romantica visionaria che va da Johann Heinrich Füssli a Gustave Moreau: letteratura in forma di pittura, come sarà dei nipotini novecenteschi: i surrealisti. Briganti cerca una alleanza impossibile tra la letteratura e i funambolismi dei Tartuffe della modernità: una ipotesi inerte che non porta da nessuna parte. Fatto che non sfugge a Briganti, che nella seconda edizione e accresciuta, 1989, nella nuova premessa confessa di essersi abbandonato “forse con un eccesso di empatia” a quella esercitazione, di sentirsi ormai “lontano da quell’ordine di idee e di emozioni” (negli anni di stesura B. si era dato a una esperienza analitica); e in chiusura tutto assume la valenza del disagio: lo storico dell’arte chiede che gli venga perdonata “una certa sua aspra e ossessiva insistenza”, e, di nuovo, e sono le parole che chiudono la premessa, “quell’abbandono empatico all’argomento di cui ho detto”.

Non a caso Briganti nel dicembre dell’anno seguente, in un contributo in occasione del centenario della nascita di Roberto Longhi, ora raccolto nel libro pubblicato da Archinto in tandem col carteggio, ribadisce con forza quelli che sono stati e, vien da dire, vuole che rimangano secondo lui i punti fermi della disciplina, come li aveva appresi da e con Longhi, davanti alle opere d’arte: si sente longhiano e lo ribadisce, con il tono di chi sa qual è il luogo del suo operare. “E devo dire che l’averlo seguito mentre pensava e scriveva quel saggio straordinario che è Arte italiana e arte tedesca ha indubbiamente segnato in maniera decisiva la particolare natura della mia adesione al suo insegnamento: ad attirarmi subito, ad affascinarmi, non è stata tanto, infatti, la sua qualità di conoscitore e i suoi virtuosismi di attribuzionista, che catturarono tanti dei suoi allievi e seguaci, quanto la sua vocazione storica. Voglio dire quella visione storica che è così strettamente, anzi imprescindibilmente legata alla lettura delle opere e al giudizio di qualità”. Qui Briganti con un gesto deciso – lui, che Agosti dice affetto da “congenita insicurezza” – rimette le cose al loro posto: dove le parole chiave sono visione storica e lettura, legate come si deve, si tratti di pittura o di letteratura: l’accertamento storico è il percorso dalla lettura dell’opera alla visione storica. “È il percorso, quel percorso che porta all’identità assoluta, che in lui [Longhi] si realizza, fra lo scrittore (e il letterato) e lo storico”.

Il saggio di Giovanni Agosti, Un allievo della vita, posto a introduzione della raccolta di scritti di Briganti è al solito ricco di spunti singolari e precisi rimandi nelle note, e notevole a suo modo. (Agosti è scrittore disposto ad arrivare alla corrosione ironica: rileva a proposito dei Pittori dell’immaginario “un lontano sentore di Argan”: è felice intuizione critica e olfattiva – a disvalore, a mio vedere). Pure non mi convince lo schiacciamento di Briganti sul dato psicologico-esistenziale, già chiaro fin dal titolo: l’immagine di un Briganti dapprima oppresso dalla “incombente presenza, anche fisica” del padre Aldo, poi in una sudditanza inesorabile di fronte a Longhi, e vittima en passant dei “détour delle storie sentimentali, dai flirt ai matrimoni”, per finire astante di fronte al Maestro “notturno” (tentatore?) che avvista nel racconto onirico Le strade dell’Anatolia. In tutta franchezza: mi pare un cattivo romanzo psicologico. Scelgo di Agosti le note e il lavoro di ricognizione bibliografica.

Rimane che i due libri pubblicati in tandem da Rosellina Archinto sono buon viatico alla conoscenza di uno storico e critico d’arte d’eccezione, quale è stato Giuliano Briganti; e non solo. Leggendo in diagonale tra testi e note il lettore può farsi una prima e non banale idea della ricchezza di un periodo di splendore della letteratura artistica e tout court. Non è poco – e Briganti ne sarebbe felice.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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