A very stupid scandalI piromani di Newsweek e l’inesorabile scomparsa dell’oggettività

I fatti non esistono, esistono solo cancelletti. Lo dimostra la notizia-non-notizia di Jon Stewart che avrebbe dato di antisemita a J.K. Rowling, accolta o condannata a seconda delle diverse tifoserie. Ma anche la serie Bbc sul divorzio dei duchi di Argyle

di Julia Florczak, da Unsplash

In un’epoca che ha sostituito l’intelligenza con la tifoseria, e gli intellettuali coi militanti, come facciamo a conoscere la realtà? Come facciamo a selezionare un’informazione senza doverci prendere il disturbo di fare analisi psicologiche all’ingrosso delle intenzioni di chi la riporta, senza buttare le nostre giornate a ricostruire schieramenti, insomma: come facciamo a fidarci di chi c’informa? Possiamo illuderci di conoscere ciò di cui parliamo? Risposta breve: no.

Jon Stewart è un genio della comicità, ed è anche uno di quelli che a un certo punto si sono rotti i coglioni di voi e si sono ritirati in campagna. Ogni tanto compariva nel programma di Stephen Colbert: l’aveva fatto cominciare lui a far tv, tanti anni fa, poi Colbert è diventato il sostituto di Letterman (e il migliore – con distacco – conduttore della seconda serata americana) e Stewart si è ritirato a vita privata.

L’anno scorso Apple lo convince a tornare a fare una cosa non impegnativa, una puntata ogni due settimane, probabilmente ricoprendolo di dobloni (non aggiungo «d’altra parte è ebreo» solo perché mi serve tenermi la vostra indignazione per tra venti righe, non posso sprecarla adesso). Al programma aggiungono un podcast, che è il nuovo giochino onanistico: tutti fanno podcast, nessuno li ascolta. Ma proprio nessuno: chi dice di ascoltarli spinge play e poi si mette a far altro e non saprebbe minimamente dirvi di cos’abbiano parlato in quell’ora che teoricamente ha ascoltato.

E quindi in un podcast d’un mese fa Stewart cazzeggia con due giovinastri (la formula Apple è che Stewart ha degli sparring partner che offrano punti di vista alternativi al suo essere «vecchio e bianco», e non sarò certo io a fare battutacce su questi nuovi schemi sociali) sul fatto che i banchieri nei film di Harry Potter siano tali e quali alla rappresentazione degli ebrei nei protocolli dei Savi di Sion. Poiché nessuno ascolta i podcast, nessuno se ne accorge. Passa un mese – nelle parole di Stewart: «Due mutazioni del Corona fa» – qualcuno si sveglia a tacchino digerito e s’accorge del podcast, e quel qualcuno è di Newsweek, e titola: Jon Stewart accusa JK Rowling d’antisemitismo.

«Antisemitismo» era l’accusa pigliatutto prima che tutte le accuse (da sessismo ad abilismo passando per roba fantasiosa cui non darò dignità di citazione) venissero considerate potabili. Conserva ancora oggi una maggiore possanza, non solo perché è arrivata prima, ma soprattutto perché tra uno che può dire «hanno ammazzato mio nonno in una camera a gas» e uno che può dire «mi hanno chiamato coi pronomi sbagliati» è abbastanza ovvio chi prevalga nel torneo vittimario.

Le curve sono già pronte con sciarpe e trombette, e si schierano senza alcuna sorpresa (l’ultima volta che uno schieramento culturale m’ha sorpreso compravo cinquecento lire di crescenta andando a scuola).

Sui miei social, la notizia arriva così divisa.

Entusiasti postmoderni, cui non pare vero dire «Non solo Rowling è terf, ma è pure antisemita» («terf» è l’acronimo con cui il postmodernismo indica quelle donne che ritengono che, se gli spogliatoi della palestra sono separati per sesso, ciò attenga all’anatomia e non alla percezione, e se sventoli il tuo bigolo dovresti stare in quello maschile pure se ti percepisci Carmen Miranda).

Femministe inglesi che difendono Rowling fotografando la pagina di Harry Potter in cui vengono descritti i goblin – che in effetti non vengono descritti coi nasi adunchi che avranno nei film – e dicono che è per sessismo che si dà la colpa alla Rowling e non ai fantastiliardari produttori della Warner.

Saperlalunghisti che ci spiegano che Stewart ha dovuto attaccare Rowling per non alienarsi il pubblico postmoderno dopo aver difeso Chappelle (non ho la pazienza di riraccontarvi la questione Chappelle: ripassate prima di leggermi, invece di lamentarvi dei rimandi interdisciplinari).

Le tre categorie hanno una cosa in comune: non hanno sentito il podcast. E infatti, dopo qualche ora di delirio, arriva Stewart, a dire una cosa che chiunque sia stato trascritto da carabinieri o pubblici ministeri già sa: le cose vengono dette in un tono; se non le trascrive uno sceneggiatore ma un gendarme, il tono va a farsi fottere e resta: antisemitismo, puntesclamativo.

I giornali – io l’ho imparato da un certo processo di cui fui imputata, il mondo l’ha imparato da quella trascrizione di Carlo e Camilla che avreste dovuto ripassare prima di leggere qui – somigliano più ai gendarmi che agli sceneggiatori nella loro incapacità di riportare i toni.

Stewart dice che lo fanno apposta, e dà a quelli di Newsweek dei piromani. (Dice anche: una volta se una cosa stava su Newsweek significava qualcosa, e io quasi mi metto a piangere. Ve lo ricordate, il Novecento? Quando se una cosa stava su certi giornali potevi fidarti, quando se uno insegnava a Harvard o alla Normale potevi star certo non fosse un cretino. Che nostalgia pazzeschissima, quasi neanche le cabine a gettone mi mancano così tanto).

A Natale sulla Bbc è andato in onda A very British scandal. È la storia del divorzio dei duchi di Argyle, negli anni Cinquanta; la ragione per cui la raccontano è quella che compare in sovrimpressione alla fine: fu la prima volta in cui una donna fu svergognata dai giornali inglesi per ragioni sessuali. Il duca di Argyle portò in tribunale foto della duchessa che faceva un pompino a qualcuno (a lui, nella versione dei fatti scelta dalla riduzione televisiva).

Ma la ragione per cui simpatizziamo con lei non è quella. La ragione per cui il duca di Argyle come rappresentato sullo schermo ci fa schifo è che è disposto a tutto pur di non lavorare e pur di farsi mantenere. Una cosa che se la fa una donna rivendichiamo come suo diritto e non bisogna permettersi di dire che le donne devono lavorare fuori casa e femminismo è rispettare le scelte di tutte e bla bla bla. Se a non voler lavorare è una donna, è giusto che se lui viene licenziato e sono divorziati all’ex moglie vada una parte della liquidazione. Se a non voler lavorare è una donna, è giusto che la sentenza di divorzio le assegni degli alimenti.

Quando a fare il mantenuto è un uomo, finalmente possiamo dire quanto disprezziamo i mantenuti. Ci sarà senz’altro qualche storia di donna disposta a tutto pur di fare una vita che non aveva intenzione di lavorare per permettersi – qualunque frequentatore di aule in cui si tratta il diritto di famiglia racconta che ancora oggi è pieno di mogli che si separano con l’intenzione d’essere mantenute a vita – ma nessun produttore televisivo di buonsenso la racconterebbe oggi.

Perché l’oggettività non esiste: esistono le versioni dei fatti, e la fatica bestiale che tocca fare – di fronte non solo a una cronaca, ma pure a una ricostruzione di finzione – per capire quali siano i fatti che stanno sotto al messaggio che lo spirito del tempo ci ha voluto appiccicare su.