The White CisNorman Mailer, James Baldwin e l’ultima assurdità dell’identitarismo americano

La casa editrice Random House ha deciso di sospendere la pubblicazione di una raccolta dello scrittore americano (bianco) perché un «giovane redattore» è rimasto turbato da un suo saggio degli anni 50 intitolato The White Negro, che tra l’altro provocò una formidabile replica dell’amico romanziere (nero)

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Non so da che parte cominciare a raccontare l’ultima assurdità dell’identitarismo americano, quindi comincerò da: sono disposta a fare il caffè. Sono disposta a fare il caffè e le fotocopie (si usano ancora?) e ad andare a ritirare il lavasecco (come la segretaria del Diavolo veste Prada), pur di frequentare per qualche settimana gli uffici di un grande editore americano.

Voglio essere lì quando avviene uno degli episodi che ormai periodicamente vediamo riportati sui giornali come fossero normali, e a me – che ho lavorato in posti nei quali nessuno mi si filava e facevano bene, perché avevo venti o trent’anni e non capivo niente – paiono fantascientifici.

L’ultimo riguarda Norman Mailer, scrittore che magari non avete letto ma avete sentito nominare, uno di quelli che in genere vengono spiegati con l’etichetta «new journalism» (cioè: gente che scriveva sui giornali come scrivesse letteratura; cioè: i Vittorio Zucconi d’America).

Mailer ha vinto un paio di Pulitzer, casomai vi servissero parametri attendibili per valutare il suo peso nell’editoria americana, e appartiene a quella genia di scrittori che non erano esattamente brave persone: per dire, accoltellò la moglie. C’è stata un’epoca in cui non solo non pretendevamo specchiata moralità dai personaggi di fantasia, ma neanche dagli autori che li inventavano.

Poi qualcosa è andato storto ed eccoci qua, nel tempo in cui, se Tizio non lo accoglierei nella mia stanza degli ospiti, di sicuro non voglio neanche leggerne i libri. È una scemenza collettiva, magari fosse limitata a stagisti fragili e autrici ignoranti (Roxane Gay, sto parlando con te, ma ci arriviamo dopo): Jonathan Franzen non riesce più a guardare i quadri di Caravaggio da quand’ha saputo che era un assassino (l’ha saputo tardi: alle medie in America studiano persino meno che qui), e neanch’io mi sento tanto bene.

Insomma lunedì Michael Wolff, nella sua newsletter, dà questa notiziola: nel 2023 sono cent’anni dalla nascita di Mailer, Random House doveva pubblicare una raccolta, ma non la pubblica più. No, non hanno deciso che gli accoltellatori di mogli vanno brasati dalla storia della letteratura, è una rimostranza più piccina: un «giovane redattore» è rimasto turbato alla scoperta che il più famoso saggio di Mailer sia intitolato The White Negro.

Wolff riporta le preoccupazioni di Random House che «poi chi la sente Roxane Gay». E qui apriamo una di molte parentesi. Roxane Gay (pubblicata in Italia da Stile libero) è un perfetto esempio della fine che fanno le rivoluzioni. A un certo punto l’identitarismo ha deciso basta, ora tocca agli altri, troppi maschi bianchi e neppure trans nella storia della letteratura, non si è dato spazio alle altre voci. Si è quindi proceduto a dar spazio a voci di valore purchessia? Macché: si sostituito un identitarismo (maschio, bianco) con un altro: tutto ciò che è non etero non bianco non avente diritto di pubblicazione nei secoli scorsi va bene, anche se scarsissimo dal punto di vista della letteratura. Entri Roxane. Lesbica, nera, e pure obesa. Tanto dobbiamo guardarne le foto, mica leggerla, no?

Roxane Gay ha smentito d’essere intervenuta onde dissuadere Random House dalla pubblicazione. Perché pensa che i classici vadano letti pure se Shakespeare era uno stronzo? Ma figuriamoci: perché lei Mailer non l’ha mai letto. Se in Italia troviamo un’obesa che non abbia mai letto Moravia da usare come esempio illuminato d’autrice di riferimento del postmoderno, possiamo finalmente considerarci emancipati come l’America.

Il giovane redattore è una scusa, e invece – come insinuava qualcuno su Twitter lunedì – l’editore s’è reso conto che ormai Mailer vende poco e non valeva la pena? Può essere; ma, come ha saggiamente notato Thomas Chatterton Williams, «chi ce lo fa fare» è un criterio oltreché sciatto controproducente, oggi lo applichi a Mailer e domani potresti usarlo per non pubblicare una trans indonesiana disabile.

A Thomas Chatterton Williams – in questo momento uno dei più interessanti intellettuali americani, e non sarò certo io a insinuare c’entri il fatto che vive a Parigi, lontano dal rincoglionimento culturale in corso negli Stati Uniti – devo l’aver ripescato quel pezzo di grandissima letteratura che era The Black Boy Looks at the White Boy Norman Mailer, la risposta che scrisse su Esquire James Baldwin. Se The White Negro era una riflessione (da Mailer stesso autocertificata come «superficiale») in cui ad auspicare un mondo dei bianchi che somigliasse più a Miles Davis era un autore bianco che subiva la fascinazione del mondo dei neri (il miglior pezzo di Mailer, a mio insindacabile parere, è la cronaca dell’incontro di box tra Alì e Foreman: La sfida, pubblicato anch’esso da Stile Libero, finché non ci americanizziamo e pubblichiamo cose diverse negli stessi cataloghi), Baldwin riempiva tutte le caselle identitarie da ben prima che l’intersezionalismo fosse di moda. Era nero, era gay, e lo era nell’America degli anni Cinquanta, prima dei movimenti per la liberazione omosessuale e quando per i neri americani c’era ancora il segregazionismo (se ne andò a Parigi anche lui, sarà certamente un caso).

«Due gatti sinuosi, uno bianco e uno nero, s’incontravano in un salotto francese. Avevo sentito parlare di lui, aveva sentito parlare di me. Ed eravamo qui, improvvisamente, ad annusarci. Ci piacemmo subito, ma ognuno dei due temeva che l’altro facesse valere la propria superiorità gerarchica. Lui avrebbe potuto dichiararsi più alto in grado perché era più famoso e aveva più soldi, e anche perché era bianco; ma io avrei potuto dichiararmi più alto in grado proprio perché ero nero e, di quella periferia di cui lui così a casaccio malignava in The White Negro, ne sapevo di più di quanto lui avrebbe mai potuto sperare di saperne. E quindi eravamo già intrappolati dai nostri ruoli e dai nostri atteggiamenti: il ragazzino più prepotente del quartiere faceva la conoscenza del ragazzino più prepotente del quartiere». Avrei voluto, al posto di questo articolo, ricopiarne centinaia di righe, del saggio in cui Baldwin che racconta come lui e Norman Mailer divennero amici. Come accadeva quando la gente che la pensava diversamente aveva voglia di discutere, di prendersi a cazzotti, di sbronzarsi insieme. Prima che inventassimo questo mondo piccino, in cui al nemico non si riconosce dignità d’interlocutore, non ci si parla, non lo si pubblica; e il nemico è chiunque non la pensi esattamente come me.

Che poi, quando la suscettibilità di ognuno di noi non aveva diritto di veto, leggevamo di più, sapevamo di più, eravamo più curiosi. La storia della letteratura è stata fatta da gente che non vedeva l’ora che venissero stampate idee che le facevano schifo, per poter articolare quanto le facessero schifo, e risultare più convincente o scannarsi insultarsi dibattere. Da questi tempi di «se lo pubblichi mi offendo» non vedo uscire grandi capolavori, ma è sicuramente perché sono miope, e fatico a mettere a fuoco un panorama trafficato da piccole dolenze i cui resoconti non diano fastidio a nessuno.

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