Misteri ingloriosiComunque siano andate le cose tra Letta e Conte, per il Pd è tempo di rifarsi una vita

Ragione di più per procedere quanto prima al varo di una vera legge elettorale proporzionale, con una soglia di sbarramento e con tutte le norme anti-trasformiste di cui il leader del Pd ha ricominciato a parlare (con tempismo discutibile, ma è la sostanza che conta)

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Non è facile stabilire chi dica la verità tra Giuseppe Conte ed Enrico Letta. Mi riferisco, naturalmente, a quanto accaduto nella drammatica serata che ha preceduto l’elezione di Sergio Mattarella. Tutti abbiamo sentito Letta dichiarare, appena uscito dall’incontro con i leader della Lega e dei Cinquestelle, che non c’era ancora una decisione definitiva su nessun nome, e un minuto dopo Matteo Salvini dire che il nome c’era eccome, ed era quello di una donna, e infine Conte rilanciare la candidatura di Elisabetta Belloni, con tanto di campagna social e benedizione ufficiale di Beppe Grillo. Subito seguito dai tweet entusiasti di Giorgia Meloni.

Tutti, il giorno dopo, abbiamo sentito Letta, in conferenza stampa, difendere Conte come le vittime di certe relazioni disfunzionali, arrivando addirittura a sostenere che in tutti i passaggi cruciali della trattativa il «campo largo» avrebbe dato una grande prova di unità. E abbiamo sentito Conte, poco dopo, scandire testualmente, parlando di sé in terza persona: «Questa trattativa è stata condotta addirittura a tre, nonostante Conte fosse stato delegato dalla coalizione a incontrare Salvini (ah sì? ndr), ma siccome so che il Partito democratico è giustamente una comunità di persone che ha la sua complessità, ho chiesto io stesso al segretario Letta di affiancarmi in questi incontri, e quei nomi sono stati condivisi, da giorni, da Pd, Leu e Cinquestelle, non c’è stata nessuna invenzione, sono gli stessi nomi che giacevano lì da giorni, in piena trasparenza».

Non è facile, dicevo, stabilire chi dei due, tra Letta e Conte, dica la verità, ma forse non è nemmeno utile. Il punto è che, comunque siano andate le cose e di chiunque sia la colpa, sarebbe ora che il Pd prendesse atto della realtà, salutasse una volta per tutte Conte e ogni ulteriore ipotesi di coalizione con i Cinquestelle, e provasse a rifarsi una vita. Una ragione di più per procedere quanto prima al varo di una vera legge elettorale proporzionale, senza premi di maggioranza e dunque senza coalizioni precostituite, con una soglia di sbarramento che garantisca dalla proliferazione dei partiti e con tutte le norme anti-trasformiste di cui Letta ha ricominciato a parlare (con tempismo discutibile, ma è la sostanza che conta).

Questo è quello che c’è da fare oggi, guardando avanti e pensando all’interesse dell’Italia. E non c’è altro da aggiungere.

Chi però fosse interessato anche a quanto accaduto nel recente passato può continuare a leggere lo stesso. E stupirsi con me del fatto che al termine di una trattativa in cui è ormai acclarato quanto ciascun leader abbia provato a fare il doppio e il triplo gioco, anzitutto ai danni del proprio partito, per finire di fatto commissariato dalle correnti e reso inoffensivo dai franchi tiratori, vi sia una sola formazione in cui la questione, dopo, non sia stata nemmeno sollevata. In tutti i principali partiti e in ogni schieramento i dirigenti hanno chiesto, come si dice in questi casi, una franca discussione interna (persino nel Movimento 5 stelle, dove Luigi Di Maio ha denunciato apertamente il comportamento di Conte), con l’unica eccezione, pensate un po’, del Partito democratico, a onta del suo nome.

Si dirà che nel Pd nessuno mette in discussione l’operato del segretario per la semplice ragione che il Pd, a differenza degli altri, da questa partita è uscito vincitore, il che è senza dubbio vero. Resta il fatto che tanto il segretario dei democratici quanto il loro «punto di riferimento fortissimo» hanno fatto del loro meglio per scongiurare questo risultato, e per un soffio non hanno consegnato a Salvini la più insperata e immeritata delle vittorie. Che tutto questo non meriti non dico una discussione, ma almeno un chiarimento, un onesto scambio di vedute, una chiacchieratina piccina picciò, sinceramente, mi pare un altro segno di come i partiti siano ridotti, e di quanto anche l’auspicato processo della loro rigenerazione e rifondazione legato alla riforma proporzionale sia certo necessario, ma anche assai arduo.