Next weekLa terribile pandemia di “settimana prossima”, contro cui non c’è vaccino

L’uso di togliere l’articolo all’espressione è nato in area milanese e da lì, grazie allo strapotere comunicativo della città, si sta estendendo in tutta Italia. Una barbarie cui è ormai difficile opporre resistenza

di Towfiqu Barbhuiya, da Unsplash

C’è una pestilenza che si aggira nel nostro parlato. La più contagiosa di tutte. È “settimana prossima”. A cui fa compagnia la non meno temibile gemella “settimana scorsa”. Contagiosa come tutte le cattive abitudini, è una pandemia che infesta i luoghi pubblici e quelli privati, si riversa dalle televisioni, ha conquistato da tempo (orrore!) anche la carta stampata. «Ci risentiamo settimana prossima». «Sono andato settimana scorsa». Seeee!, verrebbe da dire, con un altro vezzo espressivo più recente (e tutto sommato meno irritante).

Allora vediamo. L’articolo determinativo di norma non si usa davanti ai nomi propri – a meno che il nome proprio non sia un titolo (“la Turandot”, ma va bene anche dire semplicemente Turandot) o non designi un oggetto (per esempio un’automobile, “la Ferrari”), con l’eccezione un po’ stantia dei cognomi di personaggi illustri (“il Manzoni”, o quella più corrente – ma pure rischiosa, in tempi di asterischi, schwa e femminismo #MeToo – delle persone di sesso femminile (che spesso mostrano di non gradire). Ma omettere l’articolo quando si ha a che fare con i nomi comuni significa votarsi a parlare come gli indiani nei vecchi western, o come gli allenatori stranieri nelle interviste post-partita («Mia squadra giocato buona gara…»).

Come si sia potuta affacciare in qualche mente perversa – a partire da una trentina di anni fa, ma qualcuno la attesta anche prima – la stramba idea di abolirlo davanti a “settimana” (prossima o scorsa) è un mistero – poco gaudioso – di problematica decifrazione.

Forse incide l’analogia con ciò che accade nel caso dei giorni della settimana – «Ci vediamo mercoledì prossimo», «Sono tornato giovedì scorso» – dove però il giorno è un giorno ben individuato, denotato da un nome che si comporta nella circostanza come un nome proprio (mentre torna comune quando si dice per esempio «Chiuso il lunedì», perché in questo caso non si intende un certo determinato lunedì, ma genericamente tutti i giorni che si chiamano lunedì). E magari si fa sentire pure l’influenza dell’inglese, con un calco letterale di next week, last week: per cui dire “settimana prossima” equivale a darsi una spolverata di mondanità poliglotta, di chi quasi è più a suo agio con le lingue straniere che con l’italiano.

Di sicuro il virus “settimana prossima” ha un epicentro, ed è Milano (così come Roma è l’epicentro di “a via” e “a piazza”, forme – non proprio scorrette, ma insomma… – usate nelle indicazioni di stato in o moto da luogo anziché le più raccomandabili “in via” e “in piazza”: espressioni che si ritrovano incongruamente, per esempio, in bocca ai valligiani dei peraltro eccellenti gialli del romano Antonio Manzini ambientati ad Aosta). Ed è paradossale che proprio i milanesi, così prodighi di articoli dove non servirebbero (“la Camilla”, “il Tommaso”), diventino di colpo parsimoniosi quando si tratta di “settimana”.

Siccome però a Milano hanno sede le principali tv private che dagli anni Ottanta sono entrate con i loro programmi nelle case di tutti gli italiani, lo slang milanese è diventato una sorta di idioletto franco, nelle regioni del Nord ma non solo, ripetendo quel che era successo con il romanesco per l’influenza del cinema. E nel caso di “settimana”, quando è prossima o scorsa, l’articolo ne ha fatto le spese.

Ma in tempi di pandemia, come ci ha tragicamente insegnato l’esperienza del SarsCov2, lo spillover è sempre in agguato. Nell’inerzia dell’assuefazione linguistica, il virus che colpisce a morte gli articoli determinativi ha fatto il salto di specie e trovato ospitalità in un nuovo vettore, dal sostantivo settimana passando ai connessi aggettivi: così che – dapprima timidamente, come per vedere l’effetto che fa, e ormai con baldanzoso compiacimento – sta diventando usuale dire “secolo”, “anno”, “mese” prossimo/scorso. E fosse solo questo. Macché, pure le stagioni: inverno scorso, estate prossima. E pure “volta”. Ah sì? Prossima volta che ve lo sento dire…

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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