Scenario QuirinaleNon si può mettere Mario Draghi in panchina, avverte Matteo Renzi

Il leader di Italia Viva dice alla Stampa che se si porta il premier «come candidato allo scrutinio segreto, lo si elegge, anche perché esporlo a una bocciatura dell’Aula significherebbe perderlo sia per il Colle che per il governo». Il «boccino» è in mano a Salvini: «Che la saggezza lo assista». Al momento, però, è «tutto fermo, quasi immobile. Tutti parlano con tutti, ma gli incontri veri sono quelli che non vengono raccontati alle agenzie»

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

«Attenzione. Se si porta Draghi come candidato allo scrutinio segreto, lo si elegge, anche perché esporlo a una bocciatura dell’Aula significherebbe perderlo sia per il Colle che per il governo. E l’Italia una cosa non se la può permettere: rimettere Mario Draghi in panchina». A tre giorni dalla prima chiama per l’elezione del presidente della Repubblica, Matteo Renzi sulla Stampa lancia l’allarme ai partiti politici. «Noi possiamo schierare Draghi come centravanti a Palazzo Chigi o portiere al Quirinale, ma l’unica cosa sicura è che non possiamo perderlo».

Ieri è stata la volta del faccia a faccia tra il leader della Lega Matteo Salvini e quello del Movimento Cinque Stelle Giuseppe Conte. Intanto, secondo Renzi, il “titolo” Draghi non è «né in discesa, né in salita. Draghi è Draghi, punto. Metà degli italiani sogna di vederlo per sette anni al Colle. Metà degli italiani spera di non perderlo a Palazzo Chigi. La quasi totalità riconosce che la sua presenza in politica è un valore aggiunto per le istituzioni».

Il problema è che a voto segreto Draghi rischia di non essere eletto: è questo il problema. «Non scherziamo», commenta Renzi. «Se si porta Draghi come candidato, lo si elegge, anche perché una bocciatura significherebbe perderlo. Ma da settimane dico che Draghi per sette anni al Quirinale sta in piedi se c’è un’operazione politica di sostegno. Come del resto politica è stata l’operazione che ha mandato a casa Conte e Casalino e svoltare con l’esecutivo Draghi ».

Draghi può andare al Quirinale soltanto se si chiude, e bene, sul governo. Si parla di Colao e Cartabia, ma Renzi spiega: «Non credo che ci siano solo quei due candidati, pur pensando tutto il bene possibile di Vittorio e di Marta, due ottime persone e due rilevanti personalità. Penso però che se c’è uno schema di gioco pronto per il dopo, allora l’operazione Draghi è fattibile. Nessuno accetta di perdere un premier così stimato senza avere certezze sul futuro».

Sull’operazione Berlusconi commenta: «Confesso che un po’ mi dispiace che anche stavolta Berlusconi abbia scelto di non dialogare (anche) con me sulla vicenda Quirinale. La caccia al singolo parlamentare è stata ridicola e indegna di una storia di oggettivo rilievo quale quella del Cavaliere». Renzi ribadisce di non essere stato contattato: «Glielo avrei detto in faccia, senza riguardo per gli yesman che hanno esposto il Cavaliere a questa triste sceneggiata. Ho condannato la caccia al responsabile quando un anno fa la faceva Conte con l’aiuto della sinistra, la condanno oggi se la fa Berlusconi con l’aiuto di Sgarbi. Detto questo, non so che cosa abbia in testa. Spero che pensi alle istituzioni, non alle sue vendette. Ma in ogni caso servono 505 voti: decide il Parlamento in seduta comune, non Silvio Berlusconi».

A prescindere da Berlusconi, secondo il leader di Italia Viva due nomi come Marcello Pera e Pierferdinando Casini avrebbero le caratteristiche giuste: «Sì. Quasi tutti gli ex presidenti di assemblea sono da sempre quirinabili, specie se hanno svolto il compito con rigore istituzionale e con apprezzamento complessivo. Napolitano, Scalfaro, Cossiga, Pertini e molti altri erano stati alla guida di Camera o Senato». Certo, non proprio tutti gli ex presidenti delle Aule sono stati all’altezza del compito al quale erano stati chiamati, secondo Renzi: «Se parliamo di presidenti di Camere che nella loro qualità di ex avrebbero potuto ambire alla presidenza della Repubblica, mi faccia esprimere qualche riserva al riguardo nei confronti, per esempio, di Irene Pivetti. O di Pietro Grasso».

Su Conte che prova a muoversi come pontiere dice: «Non vuole fare mai come me e fa bene perché siamo molto diversi. Lui è bravo con gli hashtag e le dirette Facebook, io faccio una cosa diversa, si chiama politica. Sono due mestieri differenti. A lui piacciono i sondaggi, a me piacciono i progetti».

Ma il «boccino» stavolta ce l’ha in mano Salvini, secondo Renzi: «Mi auguro che lo giochi bene. E me lo auguro per il Paese, prima che per lui. Se replica la frittata di Bersani si fa male lui, si fa male il centrodestra. E fin qui potremmo resistere. Ma soprattutto si fa male il Paese. Che la saggezza lo assista».

Eppure a meno tre giorni dalla prima chiama – dice Renzi – è «tutto fermo, quasi immobile. Tutti parlano con tutti, ma gli incontri veri sono quelli che non vengono raccontati alle agenzie, ovviamente: quelli che fanno sapere la propria agenda sono quelli che alla stretta finale non contano e i candidati stanno giustamente nell’ombra, al riparo da visibilità eccessive. Finché il Presidente della Repubblica è eletto da mille delegati sarà sempre così: le campagne elettorali all’americana servono quando c’è l’elezione diretta, non per i grandi elettori».

Qui la partita è in mano al centrodestra, ribadisce il senatore Renzi: «Hanno un nome che può unire anche il centrosinistra o parte di esso? Ma capisco Salvini e Meloni: è una partita difficile: se sbagliano rischiano la “sindrome Bersani” del 2013. Lui perse le elezioni ma la sua carriera politica non finì con quella sconfitta o come la chiama lui “non vittoria”. Lui si bruciò il futuro, gestendo come un dilettante la partita del Quirinale. Penso che i leader della destra sappiano che si giocano molto in caso di non elezione: sono un loro avversario ma riconosco loro buona fede e intelligenza. Pertanto credo che entro il weekend dovranno decidere che partita giocare».