Storia di un’ideaQuando il nazionalismo era ancora una novità

È un concetto nato in tempi recenti: sorto dalle argomentazioni dei philosophes francesi, è cresciuto con lo scoppio della Rivoluzione francese, fino a imporsi insieme al nuovo ordine politico nato in quel periodo

Liam Desic da Unsplash

Il nazionalismo è una dottrina inventata in Europa all’inizio del Diciannovesimo secolo. Essa pretende di fornire un criterio per la determinazione dell’unità di popolazione più adatta ad avere un proprio governo per l’esercizio legittimo del potere nello Stato, e per l’organizzazione corretta di una società di Stati.

In estrema sintesi, tale dottrina ritiene che l’umanità sia divisa naturalmente in nazioni, che tali nazioni siano conosciute in virtù di certe caratteristiche che possono essere verificate e che l’unico tipo legittimo di governo sia l’autogoverno nazionale. Non è il minore dei trionfi di questa dottrina che tali proposizioni siano ormai comunemente accettate e ritenute di per sé evidenti, e che persino la parola “nazione” sia stata dotata dal nazionalismo di un significato e di una importanza che era ben lungi dall’avere sino alla fine del Diciottesimo secolo.

Queste idee sembrano ora pressoché naturali nella retorica politica dell’Occidente della quale ci si è poi appropriati in tutto il mondo. Ma ciò che ora appare naturale un tempo era tutto fuorché familiare, doveva essere spiegato tramite argomenti, facendo ricorso alla persuasione, portando prove di tipo diverso; quello che oggi sembra semplice e trasparente è in realtà oscuro e macchinoso, ed è l’esito di circostanze ormai dimenticate e di preoccupazioni ormai accademiche, il residuo di sistemi metafisici talora incompatibili e persino contraddittori. Per spiegare questa dottrina è necessario interrogarsi sul destino di alcune idee nella tradizione filosofica dell’Europa e domandarsi perché abbiano occupato il centro della scena in un particolare momento storico.

La fortuna delle idee, come quella degli uomini, dipende tanto dal caso quanto dal loro valore e dal loro carattere, e se la dottrina del nazionalismo divenne tanto rilevante al volgere del Diciottesimo secolo, ciò accadde non soltanto a causa dei dibattiti dei filosofi, ma anche in ragione degli eventi che ammantarono le questioni filosofiche di un rilievo immediato ed evidente.

La filosofia dell’Illuminismo prevalente in Europa nel Diciottesimo secolo riteneva che il mondo fosse governato da una legge di natura uniforme e che non ammetteva variazioni. Per il tramite della ragione l’uomo poteva scoprire e comprendere questa legge, e affinché regnassero pace e felicità bastava che la società fosse ordinata secondo i suoi dettami. Questa legge era universale, ma ciò non significava che non ci fossero differenze fra gli uomini; significava invece che tutti avevano qualcosa in comune, che contava di più delle loro differenze. Si poteva dire che tutti gli uomini erano nati eguali, che tutti avevano un diritto alla vita, alla libertà e a perseguire la propria felicità o, in alternativa, che gli uomini erano soggetti a due padroni, Dolore e Piacere, e che le migliori disposizioni sociali erano quelle capaci di massimizzare il piacere e minimizzare il dolore.

Quale che sia il modo in cui questa dottrina viene presentata, se ne possono trarre alcune conseguenze. Lo Stato, in questa visione filosofica, è un insieme di individui che vivono assieme affinché meglio possano assicurare il proprio benessere, ed è dovere dei governanti produrre il massimo benessere possibile per gli abitanti del loro territorio, facendo uso di mezzi messi a punto dalla ragione.

È questo il patto sociale che unisce gli uomini gli uni agli altri, e che definisce diritti e doveri di sovrani e sudditi. Questa non era soltanto la prospettiva dei philosophes, che ne rivendicarono la validità universale, ma anche la dottrina ufficiale dell’assolutismo illuminato.

Secondo tale dottrina il sovrano illuminato regola le attività economiche dei sudditi, fornisce loro un’istruzione, si cura dell’igiene e della salute, garantisce una giustizia equanime e veloce, e in generale si preoccupa del benessere dei suoi sudditi, anche contro i desiderî di questi ultimi se necessario, poiché la grandezza dello Stato è la gloria del sovrano e uno Stato può diventare grande solo in proporzione alla popolazione e alla sua prosperità. In questo senso va intesa la massima di Federico il Grande di Prussia (1712-1786), secondo cui un re è il primo servitore dello Stato.

Un’operetta costruita nella forma di uno scambio di lettere fra Anapistemone e Filopatro, scritta da Federico stesso, le “Corrispondenze sull’amore della patria” (1779), può ben illustrare queste idee. L’autore vuole mostrare che l’amor patrio è un sentimento razionale e rifiutare l’idea, attribuita a «qualche enciclopedista», che siccome la Terra è la casa comune della razza umana l’uomo saggio dev’essere cittadino del mondo. È vero, Filopatro ammette di buon grado che gli uomini sono fratelli e debbono amarsi l’un con l’altro; ma questa vasta benevolenza di per sé richiama l’esistenza di un dovere più pressante e più specifico, quello, cioè, verso quella società particolare alla quale l’individuo è legato dal contratto sociale. «La buona società», Filopatro informa Anapistemone, «è la tua. Senza accorgertene, tu sei così fortemente legato alla patria che non puoi né isolarti da essa né separartene senza patire le conseguenze del tuo errore. Se il governo è lieto, tu prosperi; se esso soffre, la sua sfortuna ricade su di te. Similmente, se i cittadini godono di un’onesta prosperità, il sovrano prospera, mentre se i cittadini sono travolti dalla povertà anche la condizione del sovrano sarà miserevole. L’amor patrio non è dunque un mero concetto della ragione, esso esiste nella realtà».

Non a caso Filopatro arriva a suggerire che l’integrità di tutte le province dello Stato tocca direttamente il cittadino. «Non vedi», chiede, «che se il governo dovesse perdere tali province, esso finirebbe per indebolirsi, e perderebbe le risorse che ne ha tratto, e pertanto sarebbe meno efficace nell’aiutarti, in caso di bisogno?».

In questa prospettiva, dunque, la coesione dello Stato, e la lealtà verso di esso, dipendono dalla sua capacità di assicurare il benessere dell’individuo, mentre per quest’ultimo l’amor patrio è una funzione dei beneficî ricevuti. Accanto all’argomento del re, possiamo osservare quello di un privato cittadino. Goethe, recensendo nel 1772 un libro intitolato appunto “Sull’amore della patria”, scritto per promuovere la lealtà agli Asburgo nel Sacro romano impero, aveva questo da dire: «Ce l’abbiamo noi una patria? Se abbiamo un luogo dove possiamo stare in pace coi nostri possessi, un campo per cibarci e una casa per ripararci, non è quella la nostra patria?»

Tale era l’opinione corrente in Europa quando divampò la Rivoluzione francese. È essenziale rammentare il significato di quest’evento. Non fu soltanto un rivolgimento civile, un coup d’état, che sostituì un certo gruppo di potenti con un altro. Eventi simili erano del tutto usuali in Europa, e da principio furono in molti a considerare la Rivoluzione francese alla stregua di sommovimenti simili, o comunque un tentativo di realizzare quello stesso programma di riforme che l’assolutismo illuminato aveva fatto proprio.

Ma divenne sempre più evidente che la Rivoluzione francese aveva introdotto nuove possibilità nell’uso del potere politico e trasformato i fini riconosciuti legittimi per i governanti. Se i cittadini di uno Stato non approvavano più le istituzioni politiche della loro società, essi avevano il diritto e il potere di sostituirle con altre più soddisfacenti; come recitava la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino: «Il principio di ogni Sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo, nessun individuo può esercitare un’autorità che non emani espressamente da essa».

Ecco il prerequisito senza il quale una dottrina come il nazionalismo non sarebbe concepibile. Tale dottrina vuole stabilire il modo migliore nel quale una società può condurre i suoi affari politici, e realizzare i suoi scopi, se necessario attraverso cambiamenti radicali: la Rivoluzione francese aveva dimostrato, in modo clamoroso, che un’impresa di tal fatta era possibile. Così, essa aveva grandemente rafforzato una tendenza all’irrequietezza politica implicita nelle riforme predicate dall’Illuminismo e in apparenza fatte proprie dall’assolutismo illuminato. Tali riforme dovevano essere realizzate secondo un piano; e l’afflato riformista non doveva cessare fino a che tutta la società e le sue parti finalmente non si fossero adattate a quel piano.

Crebbe così un’inesauribile aspettativa di cambiamento, un pregiudizio in favore del cambiamento stesso e una convinzione che lo Stato si trovasse a essere stagnante fintanto che non fosse immerso in un costante processo di riforma. Un tale clima di pensiero era necessario per lo sviluppo e la diffusione di idee come quelle nazionaliste.

di Elie Kedourie, “Nazionalismi” (a cura di Alberto Mingardi), Liberlibri, 2022, pagine 195, euro 20

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