Nec promoveatur nec amoveaturQuello che sappiamo di sicuro sulla partita del Quirinale (e quello che speriamo)

L’alternativa è tra scivolare rapidamente verso l’ennesima campagna elettorale all’insegna dello scontro manicheo e paralizzante tipico del bipolarismo di coalizione, con tanti saluti al Pnrr, e aprire lo spazio per una riforma della legge elettorale che spezzi questa maledizione

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Lo scontro che si è consumato nell’ultimo vertice del centrodestra tra Fratelli d’Italia e il resto della coalizione ha consentito se non altro di mettere a verbale quello che i protagonisti pensano davvero: chi vuole le elezioni anticipate, come Giorgia Meloni, vuole Mario Draghi al Quirinale. Chi ritiene necessario che il governo prosegua fino alla naturale scadenza della legislatura, no.

Questo lo sappiamo con ragionevole certezza perché è uno scontro che è stato raccontato in tutti i suoi aspetti, e abbiamo le versioni di tutti i protagonisti. Dettaglio significativo, a suscitare una reazione particolarmente rabbiosa da parte di Fratelli d’Italia, stando alle dichiarazioni dello stesso Ignazio La Russa, sarebbe stata, oltre alla questione del riferimento alla necessità di portare a termine la legislatura, la proposta di varare una legge elettorale proporzionale avanzata dai centristi di Coraggio Italia. Se il nesso tra nuova legge elettorale proporzionale e tutto quello di cui stiamo parlando vi sfugge, significa che non avete letto nemmeno uno degli articoli che pubblichiamo qui da almeno un anno, e quindi non meritate che ve lo rispieghi adesso (forse, dico forse, potrei aggiungere qualche riga in coda all’articolo, se dovesse essere molto corto, ma non prometto niente).

Quanto al centrosinistra, sappiamo che i gruppi parlamentari del Movimento 5 stelle si sono espressi per la rielezione di Sergio Mattarella – la prima volta, al Senato, giusto a un paio d’ore di distanza da una dichiarazione di Giuseppe Conte che apriva all’ipotesi Draghi – e che in tutti i vertici della coalizione Pd-M5s-Articolo Uno è stato in particolare Enrico Letta a spingere per la promozione (ut amoveatur) dell’attuale presidente del Consiglio. Confermando così una sintonia con Meloni che del resto era apparsa chiarissima da diverso tempo, specialmente in occasione della partecipazione di Letta alla festa di Fratelli d’Italia, e in particolarissimo indovinate su quale tema? Esatto: sulla contrarietà all’ipotesi di una nuova legge elettorale proporzionale.

Al netto dunque di tutti i tatticismi, le finte, le veline e controveline di cui è inevitabilmente costellata la corsa al Quirinale, i termini essenziali della questione sono piuttosto chiari, e anche le squadre in campo: far saltare il governo e rotolare verso elezioni anticipate, in un modo o nell’altro, nel giro di tre settimane o di tre mesi, con un esecutivo tecnico, politico o politecnico che sia; oppure consentire al governo di proseguire il suo lavoro (almeno) fino alla fine della legislatura. Scivolare rapidamente verso l’ennesima campagna elettorale all’insegna dello scontro manicheo e paralizzante tipico del bipolarismo di coalizione, per giunta tra due coalizioni entrambe egemonizzate dai populisti, o aprire lo spazio per una riforma della legge elettorale che spezzi questa maledizione, consenta a ogni partito di presentarsi al voto con il proprio simbolo e il proprio programma, prendendo i voti su quelli, lasciando impregiudicato il futuro (e con questo spero di aver chiarito l’importanza della legge elettorale anche ai più distratti).

Siccome non vorrei vi faceste illusioni, noiosamente preciso quanto segue: dire che questi sono i termini essenziali della questione dal punto di vista politico, ovviamente, significa non aver detto praticamente niente su come la partita andrà a finire, per la banale ragione che non ne ho idea. E non ne ho idea perché una cosa sono i termini essenziali della questione dal punto di vista politico e un’altra cosa è il gioco della sedia, cioè quello che è diventato l’elezione del presidente della Repubblica da quando, non essendoci più partiti e nemmeno correnti e tantomeno leader degni di questo nome, tutto è lecito e dunque tutto è possibile, e dunque la politica, in senso stretto, c’entra pochissimo.

Non penso di aver fatto molto per nascondere per quale scenario, personalmente, faccio il tifo, ma lo riscrivo lo stesso: elezione di un capo dello Stato di garanzia per tutti e specialmente per l’attuale governo (dunque benissimo Mattarella, qualora si lasciasse convincere, e benissimo chiunque altro faccia al caso), e proseguimento dell’attuale governo, con l’attuale presidente del Consiglio e l’attuale maggioranza, sulla strada su cui è andato avanti sin qui, con notevoli successi (e qualche grave sbandata giusto alla fine dell’anno, quando la partita del Quirinale ha evidentemente contribuito a incasinare tutto), lasciando al Parlamento il compito di mettere in sicurezza il sistema, anche dagli effetti del dissennato taglio dei parlamentari, con una legge elettorale proporzionale.

Quanto all’obiezione secondo cui in tal modo rischieremmo di «perdere Draghi» per entrambi gli incarichi, onestamente, considero l’ipotesi persino offensiva nei confronti del presidente del Consiglio, certamente controproducente per qualunque incarico gli si possa prospettare («fategli fare quello che vuole altrimenti fa i capricci e ci pianta in asso» è probabilmente il peggiore slogan politico mi sia capitato di sentire dai tempi di «lo smacchiamo»), ma soprattutto autocontraddittoria.

Infatti, se Draghi è il leader di cui l’Italia ha bisogno per uscire dalla pandemia senza finire nella bancarotta, tenendo a freno i contagi e mettendo in salvo il Pnrr, certo non abbandonerà la nave nel mezzo della tempesta per un capriccio. Se lo facesse, vorrebbe dire semplicemente che non lo è. Noi – semmai non si fosse capito – speriamo che se la cavi.