Quesiti linguisticiSi può essere “sconcentrati”? Risponde la Crusca

La forma non può essere considerata scorretta. Ma è anche vero che la circolazione è per lo più limitata al parlato e a contesti informali: è quindi forse preferibile evitarne l’impiego, almeno nello scritto e nei contesti più formali, ricorrendo in alternativa alla variante “deconcentrare”

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Diversi lettori ci scrivono per avere chiarimenti sulla correttezza dell’uso del verbo sconcentrare nel significato di ‘distrarre, distogliere dalla concentrazione’ e della corrispondente forma derivata sconcentrato.

Risposta
Le molte perplessità espresse dai nostri lettori sulla correttezza del verbo sconcentrare nel significato di ‘distrarre, distogliere dalla concentrazione’, di cui lamentano la diffusione crescente nella lingua corrente (insieme al participio sconcentrato), sono da ricondurre a due fattori principali: il mancato accoglimento della forma nei dizionari dell’uso e l’esistenza in italiano di un altro verbo (deconcentrare) che presenta il medesimo significato di sconcentrare, ma che, a differenza di quest’ultimo, risulta regolarmente registrato dai principali strumenti lessicografici. Alcuni lettori si sono anche chiesti se sconcentrare sia una formazione verbale più recente rispetto al concorrente deconcentrare e per tale ragione non sia stata ancora accolta dai lessicografi: in realtà, come vedremo, i due verbi sono entrambi di coniazione novecentesca, attestati quindi già dallo scorso secolo; le ragioni del mancato accoglimento nei dizionari della prima forma andranno quindi ricercate altrove.

Il verbo deconcentrare ‘distrarre, distogliere dalla concentrazione’ (impiegato anche nella forma intransitiva pronominale deconcentrarsi) è un derivato del verbo concentrare nel significato figurato di ‘far convergere verso un unico oggetto o scopo le proprie forze, idee o pensieri’ (da cui concentrarsi ‘raccogliersi, dedicarsi intensamente a un’attività senza farsi distrarre’), con l’aggiunta del prefisso de- con valore privativo: l’Etimologico di Nocentini, in accordo con il GRADIT, il Devoto-Oli e il Sabatini-Coletti, lo data 1983, mentre lo Zingarelli ne anticipa la data di prima attestazione al 1969, senza però esplicitarne la fonte. Attraverso la consultazione degli archivi dei principali quotidiani nazionali, è però possibile retrodatare ulteriormente la forma al 1966, quando compare in un articolo della “Stampa” di argomento sportivo, in cui si fa riferimento alla perdita di concentrazione da parte dei giocatori di una squadra di calcio:

Ieri, l’Inter ha vinto senza strafare, soprattutto senza riuscire ad impegnarsi a fondo. Il trionfo di Budapest ha deconcentrato la quasi totalità dei nerazzurri […]. (Giorgio Bellani, Ma allora, è vero? Moratti se ne va?, “Stampa Sera”, sez. Sport, 12/12/1966, p. 15)

Allo stesso anno (anzi precedente di qualche mese rispetto al primo esempio di deconcentrare) e sempre all’ambito sportivo è da ricondurre la prima attestazione del participio passato deconcentrato, usato con valore aggettivale nel significato di ‘distratto, privo della concentrazione necessaria per svolgere una determinata attività fisica o mentale’, che ritroviamo in un articolo del “Corriere della Sera”:

Il pubblico non si è emozionato neppure quando Pietrangeli, deconcentrato, ha perduto la terza frazione per 1-6. (Claudio Benedetti, Clamoroso in coppa Davis. Tacchini supera Drysdale, “Corriere della Sera”, 10/6/1966, p. 16)

Il prevalente impiego dell’aggettivo in contesti sportivi, almeno nella fase iniziale della sua diffusione, è d’altra parte segnalato anche dalla maggior parte dei dizionari sincronici: in maniera esplicita, come nel Vocabolario Treccani online (“voce usata soprattutto nel linguaggio delle cronache sportive, con riferimento ad atleti che prendono parte a incontri agonistici o a giochi di squadra”), o in forma implicita, suggerendo il dato attraverso l’esemplificazione proposta, come fanno per esempio lo Zingarelli (“un atleta, un portiere deconcentrato”) e il Devoto-Oli (“i giocatori della squadra sono apparsi deconcentrati”). Non ne fanno invece menzione il GDLI, che accoglie il verbo e il relativo participio solo nel Supplemento del 2004, e il GRADIT, che si limita a marcare la forma come “comune”, senza quindi restringerne i possibili ambiti d’uso.

Per quanto riguarda invece la forma concorrente sconcentrare, è anch’essa una formazione verbale derivata da concentrare, in questo caso con l’aggiunta del prefisso s-, che come de- può assumere valore privativo: dal punto di vista morfologico, si tratta di una formazione verbale del tutto regolare e legittima secondo le regole di formazione delle parole della nostra lingua, che ammette la possibilità di creare derivati verbali di significato privativo (che esprimono cioè la mancanza o la carenza di quanto espresso dalla forma base), ricorrendo ai prefissi ancora oggi produttivi de-, dis- e s- (per esempio stabilizzare > destabilizzare, armare > disarmare, tappare > stappare). Come sottolineato da Claudio Iacobini, in Grossmann-Rainer 2004 (§ 3.7.2.4), trattandosi di prefissi di valore e funzioni analoghe, non è infrequente che si creino formazioni parallele, soprattutto con i prefissi de- e s-, come nel caso di degusciare/sgusciare, demagliare/smagliare, o appunto deconcentrare/sconcentrare: all’interno di queste coppie, i derivati con de- apparterrebbero di norma “a un registro più elevato o a un ambito tecnico-scientifico”. Un parere grosso modo analogo è espresso anche da Dardano 1978, p. 63, che rileva la “maggiore specificità” (effettiva o apparente) dei prefissati con de- (osservabile per esempio nelle coppie decongelare/scongelare e decolorare/scolorare).

Lo studioso ipotizza inoltre che la maggiore fortuna di tale prefisso nell’italiano contemporaneo sia da imputare anche al fatto che s-, a differenza di de-, può presentare anche un significato intensivo (come in sfacchinare, sversare o scancellare, quest’ultima forma più propria però dell’uso familiare toscano), peggiorativo (come in sgovernare, sragionare o sparlare), o anche reversativo, che esprime cioè il ripristino delle condizioni precedenti a quelle dovute a una determinata azione (come in smagnetizzare, spettinare o sprovincializzare): l’uso di tale prefisso, proprio in ragione dei molteplici valori che può assumere, potrebbe quindi generare qualche ambiguità, senza considerare il fatto che la tendenza a formare nuovi prefissati verbali in s- risulta propria soprattutto dell’italiano contemporaneo di livello più colloquiale (si pensi in particolare a forme come sparcheggiare, spubblicare ‘togliere dalla rete quanto pubblicato in precedenza’, o sconvocare, su cui si veda la risposta di Vittorio Coletti nel numero 61 del 2020 della nostra rivista “La Crusca per voi”, p. 14). La percezione di un maggiore grado di formalità (oltre che di tecnicità) dei prefissati in de- rispetto alle corrispondenti forme in s- potrebbe forse aver determinato una più ridotta circolazione di sconcentrare, ben presto declassata a variante di registro popolare e informale, non a caso priva di attestazioni lessicografiche.

Il verbo sconcentrare, come si è detto, non è infatti accolto da alcun dizionario dell’uso, con la sola eccezione del Vocabolario Treccani dei Sinonimi e Contrari, che si limita però a citare il verbo tra i potenziali sinonimi di svagare (insieme a deconcentrare, distogliere e distrarre), e del GRADIT, che tuttavia registra unicamente la forma dell’aggettivo participiale sconcentrato nel significato di ‘che ha perso la concentrazione mentale, distratto’. L’aggettivo, marcato come “comune”, è datato prima del 1963, anno della morte di Beppe Fenoglio, che ricorre alla forma nei suoi scritti inediti (in particolare in alcuni frammenti narrativi che per tema e stile possono essere ricondotti al Partigiano Johnny e che la curatrice dell’opera data ai primi anni Sessanta):

«A pensar troppo a Sandor», mi dissi, «corro il rischio di far la sua stessa fine», e mi ordinai di procedere con la massima cautela e concentrazione possibile. Ma dopo qualche passo ero nuovamente sconcentrato, ché mi occupava la mente una immagine tanto insistente quanto futile […]. (Beppe Fenoglio, Opere, vol. III Primavera di bellezza; Frammenti di romanzo; Una questione privata, a cura di Maria Antonietta Grignani, 1978, p. 2292)

L’accoglimento da parte del GRADIT dell’aggettivo sconcentrato (accanto a quella di “innovazioni dell’uso comune e popolare” come il verbo redarre e la forma diminutiva attimino) è interpretato da Marazzini 2009, p. 405 come un esempio dell’atteggiamento di “liberalismo linguistico” che caratterizza il vocabolario di De Mauro, più aperto all’introduzione di forme ancora appartenenti a “quella zona grigia […] tra norma ed errore” rispetto ad altre imprese lessicografiche ispirate a un maggiore controllo normativo: l’inclusione della forma non è quindi da intendere come una prova della sua effettiva affermazione nell’uso. Va tuttavia considerato che, prima ancora che dal GRADIT, l’aggettivo sconcentrato era stato registrato dal maggiore dizionario storico della nostra lingua, il GDLI (nel volume XVIII, stampato nel 1996), che riportava però come unica attestazione l’esempio di Fenoglio già citato, di cui il GRADIT probabilmente si serve per datare la forma all’inizio degli anni Sessanta.

Una ricerca condotta in parallelo in Google libri e negli archivi dei principali quotidiani nazionali permette di retrodatare l’aggettivo, che risulta attestato già all’inizio dell’Ottocento, sebbene con un significato differente, che è quello di ‘scentrato, fuori centro’; la maggior parte delle occorrenze è rinvenuta in dizionari di italiano (come il Vocabolario della lingua italiana di Fanfani e il Tommaseo-Bellini) che registrano la forma facendo riferimento a un esempio tratto dai settecenteschi Discorsi Accademici di Anton Maria Salvini, un esempio che rappresenta però con ogni probabilità un errore di stampa per “sconcertato” (come d’altra parte già segnalato dal Vocabolario universale italiano edito da Tramater tra il 1829 e il 1840). Seguono, tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, alcune sporadiche occorrenze della forma in testi di natura letteraria (forse proprio come conseguenza del suo accoglimento nei dizionari coevi), in cui sconcentrato sembra assumere un valore intermedio tra ‘sconcertato’ e sovrappensiero’, per quanto anche in questi casi non si possa del tutto escludere che si tratti di refusi; e sempre nella seconda metà dell’Ottocento si rinviene anche la prima occorrenza di sconcentrare nel significato di nostro interesse:

Amarilli non disse nulla per la semplice ragione che non trovò nemmeno un fil di voce. Bruno rimase un istante sconcentrato, ma nel terrore di vedersi sfuggire Amarilli trovò il coraggio di continuare. (Neera, Un nido, III edizione, Milano, Galli, 1889, p. 183)

Ella aveva quei fruscii alle gonne che sono, negli uomini, come rivoluzioni del sistema planetario interiore. Aldo, sconcentrato, indugiò un attimo con gli occhi verso la finestra, sui quadretti prospicenti delle sartine. (Paolo Buzzi, Il bel cadavere, Milano, Facchi, 1920, p. 20)

Passato un certo tempo questi mezzi si adoperano per sconcentrare la sua attenzione, e farla rivolgere su oggetti, che possono direttamente colpirlo, o almeno toglierlo da quel continuo concentramento, che le tante volte degenera nella cronicità (Rendiconto del manicomio di Ferrara dal 1° gennaio 1850 a tutto ottobre 1858, del dott. Girolamo Gambari medico direttore, “Giornale veneto di scienze mediche”, XVII, II, 1861, p. 398)

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