Camere penaliLa risposta degli avvocati alla riforma del Csm e il dovere di fare di più

A parte il gran discorso di Gian Domenico Caiazza, che ha dettato la linea, l’inaugurazione dell’anno giudiziario a Catanzaro è stata un’occasione in parte sprecata: non si è discusso senza infingimenti e ipocrisie della gravissima situazione attuale e non si è ribadito abbastanza il ruolo autonomo e fondamentale della figura del difensore

da Pixabay

La parte di riforma Cartabia dedicata al Consiglio Superiore della Magistratura è stata licenziata con diversi mal di pancia nel governo e le facce di Mario Draghi e della Guardasigilli non nascondevano tensione e una punta di imbarazzo.

Il nodo gordiano è la procedura di elezione dei consiglieri del Csm: Lega e Forza Italia avrebbero voluto l’introduzione del sorteggio in una rosa di candidati.

Nell’emendamento governativo alla fine è passata una soluzione bizantina, una sorta di “mattarellum post litteram” in salsa correntizia che sembra il frutto anche delle insistenze dei presidi delle toghe a via Arenula.

A favore, invece, il Partito Democratico. La sua responsabile della giustizia, Anna Rossomando, si è schierata sulla soluzione più gradita all’Associazione Nazionale Magistrati, ovvero per un sistema elettorale maggioritario temperato. Enrico Costa di Azione si è professato agnostico in quanto «le correnti metterebbero il cappello anche sui sorteggiati, che dovrebbero comunque essere votati».

Accoglienza tiepidissima anche dai penalisti italiani, i quali nello stesso giorno erano riuniti a Catanzaro per la simbolica quanto sentitissima cerimonia dell’inaugurazione dell’anno giudiziario dell’Unione delle Camere Penali.

La posizione dei penalisti sulla riforma è chiara ed è molto critica: ci sono due punti realmente innovativi. Il primo concerne la dipartita delle centinaia di “consiglieri” togati che occupano le stanze dei ministeri (un centinaio solo a via Arenula, erano settecento quelli americani in Vietnam nel 1962 per intendersi), una specie di occupazione vietnamita dello Stato italiano («una cosa senza precedenti in Europa», sostiene Gian Domenico Caiazza).

Il secondo e più importante requisito è la radicale rivoluzione dei criteri di valutazione della professionalità dei magistrati. Nella progressione della carriera, i magistrati si sottopongono a sette valutazioni quadriennali da cui esce promosso oltre il 95 percento delle toghe, una cifra non credibile.

A dire il vero qui la riforma registra una novità: il voto concesso a un singolo rappresentante dell’avvocatura nei consigli giudiziari, gli organismi istituzionali delegati alle valutazioni di professionalità. Una piccola concessione, forse, ma il punto è delicato assai per gli avvocati italiani che come d’abitudine nella cerimonia hanno urlato molto, qualcuno a rischio sincope, ma non è detto che battano i pugni quando dovranno dare un voto a un magistrato («io lo voglio vedere un avvocato che rovescia il dito davanti a un giudice o un pubblico ministero», lo sprezzante commento di Michele Vietti, ex vice presidente del Csm ad Annalisa Chirico su Il Foglio).

Ebbene, con un gran discorso Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione delle camere penali, ha dettato la linea ai penalisti convenuti a Catanzaro. Caiazza ha spiegato in un clima di straordinaria reticenza perché si è scelta quest’anno la Calabria, dove gli avvocati soffrono come non mai il pregiudizio e il sospetto della collusione, dove tre autorevoli colleghi, ex parlamentari, uomini di governo e delle istituzioni, ai vertici dell’Unione sono sotto processo, alcuni sottoposti a addirittura a misure cautelari e a richieste pesanti di condanna.

Caiazza ha ricordato la situazione che gli avvocati vissero negli anni ’70, durante il terrorismo quando i difensori erano equiparati ai difesi quasi automaticamente. E ha anche ricordato con qualche malizia la pessima prova che un’avvocatura pavida diede ai tempi di Mani Pulite. Il presidente dei penalisti ha parlato del passato, ma aveva bene in mente il presente.

Le conclusioni di Caiazza sono state una summa politica di rara raffinatezza e tecnica, ma Catanzaro è stata un’occasione sprecata perché si sarebbe dovuto discutere senza infingimenti e ipocrisie della gravissima situazione etico-giudiziaria, invece di affondare nelle pandette e nella numerologia delle sentenze (poi ci si lamenta che i giudici dettino legge).

Il procuratore Nicola Gratteri, invece di essere invitato a una delle tavole rotonde ha potuto agevolmente limitarsi a due paroline di circostanza nei saluti iniziali e a un omaggio al decano degli avvocati catanzaresi, Alfredo Cantafora un giovanotto ultraottantenne («Come è umano, lei, dottore» avrà pensato qualche giovane ed ignaro collega: bene ma non benissimo).

È curioso che gli avvocati, la punta di lancia di una categoria di tecnici a presidio delle libertà individuali, si lamentino dello strapotere mediatico e poi quando hanno la palla in mano parlino di altro e non dei diritti degli imputati (particolari sì, sono colleghi, ma pur sempre imputati e come tali i soggetti vulnerabili del diritto processuale, e come legali ancora più fragili quando vengono perseguiti, perché la reputazione è requisito fondamentale della professione).

Se si vuole essere parte di un cambiamento bisogna avere il coraggio di dire che per un avvocato sotto processo valgono i diritti dei cittadini, di ogni cittadino come anche i doveri forti e particolari di correttezza e probità su cui bisogna essere intransigenti, ma si deve rivendicare l’applicazione delle regole del proprio codice deontologico e non tollerare che venga stiracchiato il diritto per perseguire la tesi della connivenza con il crimine.

Se gli avvocati sono «un potere dello Stato» come ha orgogliosamente rivendicato un’altra memoria storica, Raffaele Della Valle (ricordando una famosa prolusione di Giuseppe Zanardelli che definiva come pubblica funzione il diritto di difesa) allora va tutelata l’autonomia che coincide con un valore costituzionale assoluto: il diritto di difesa. Coraggio colleghi, il tempo è ora.