Potrebbe piovereCome la siccità ha cambiato il volto della California

Nello Stato americano non piove da due anni: un’emergenza che ha ripercussioni enormi non soltanto sull’approvvigionamento idrico, ma anche sul sistema produttivo e sullo stesso stile di vita delle persone

In California non piove. Non piove da un sacco. Più o meno dall’inizio del 2020. Per avere un’idea di quanto grave sia la siccità da quelle parti, basti sapere che, nell’estate di quell’anno, circa il 75% dello stato era in condizioni di grave siccità o estrema. A metà agosto 2021, la stessa metà dei terreni dello stato era stata classificata come in «siccità eccezionale», il che, nella classifica dei tipi di siccità, significa la peggiore di tutte.

Il problema della siccità non riguarda solo il fatto che non piove. Riguarda vari aspetti, più o meno collegati alla vita quotidiana delle persone. Per esempio, se ci limitiamo a osservare i danni indiretti del fatto che non piove, il primo è che il terreno si inaridisce e produce meno frutti, ergo meno cibo; non solo, ma inaridendosi richiede anche più acqua, con una velocità idrovora che di fatto prosciuga laghi e fiumi, innescando altra siccità. Per di più, quando il terreno diventa arido, tende a emettere più gas serra del solito cosa che genera ulteriore effetto serra, e dunque, ulteriore siccità.  Ma non è tutto.

Quelli di cui abbiamo parlato sin qui sono effetti secondari, che colpiscono le persone solo in quanto abitanti del pianeta. Esistono anche gli effetti diretti della siccità, che colpiscono solo e precisamente l’uomo e il suo modo di vivere.

Se non piove, e dunque se fiumi e laghi si prosciugano, anche le città rimangono senza acqua. Un’assenza che si ripercuote, per esempio, sulla durata delle docce delle persone, sulla vividezza dei colori del loro giardino e soprattutto sulla capacità produttiva di aziende e fabbriche.

Per questo, la città di Los Angeles, un colosso (solo per quel che riguarda il centro urbano propriamente inteso) da 3 milioni di abitanti per 1300 chilometri quadrati, nel quale ogni cittadino consuma una media di 400 litri di acqua al giorno (in Italia siamo intorno ai 200)  e che non ha quasi per niente risorse idriche proprie, si ritrova in grande affanno: la scorsa estate l’acqua nelle case è stata razionata e in alcune zone si è vietato di innaffiare il prato.

E su questa base di grande sete e conseguente miseria che la città di Los Angeles sembra aver deciso di ribaltare il tavolo e passare dall’essere una delle città potenzialmente più aride del mondo a una delle più fornite di acque.

La scommessa non è da poco e consiste nel procurarsi, da soli l’acqua che non si ha. O meglio che non si ha più. L’idea è quella di recuperare il 100% delle acque reflue, così da poter soddisfare, indipendentemente da quanto piova, almeno il 70% dell’acqua che serve. Se questo non bastasse , poi, l’idea è quella di avviare un grande sistema di desalinizzazione delle acque del mare (opzione quest’ultima che però è molto discussa, perché potenzialmente dannosa per l’ambiente in termini di risucchio dei pesci nelle pompe idrovore e di equilibrio dell’ecosistema).

Negli ultimi mesi, dunque, nell’area vicina a Los Angeles, hanno preso il via i cantieri di alcuni dei più grandi impianti di trattamento delle acque al mondo, con sistemi di pulizia delle acque sotterranee e usate. Bloomberg riporta che «in un impianto di pulizia delle acque sotterranee che aprirà nella San Fernando Valley nel 2023, l’acqua scorrerà da separatori di sabbia che lavoreranno con un movimento ciclonico in un filtro a cartuccia per rimuovere piccoli materiali e quindi inizierà il processo di ossidazione avanzato. Verrà aggiunto perossido di idrogeno e quindi una macchina con 192 lampade Uv aiuterà a rompere i contaminanti, che verranno poi distrutti. Successivamente, l’eventuale perossido rimanente verrà rimosso, contribuendo a produrre acqua sicura da bere. Un ulteriore vantaggio di questo sito: i pozzi che erano fuori servizio a causa di contaminanti delle acque sotterranee, alcuni per quasi un decennio, potranno presto essere riportati in funzione».

A questo poi potrebbero aggiungersi enormi vasche di raccolta delle (poche) acque piovane e sistemi di razionalizzazione della distribuzione.

Il costo previsto per l’operazione non è cosa da poco, visto che si parla di un minimo di  4,3 miliardi di dollari, in parte in arrivo anche dal gigantesco piano infrastrutture da mille miliardi di dollari di Joe Biden.

Il problema, però, è un altro. E ha a che fare con il consumo. Ad oggi, circa il 50% dell’acqua di uso domestico viene usata per irrorare piante e giardini. Tagliare quel consumo, sarà vitale per gli equilibri idrici della regione. Ma per riuscirci occorrerà prima compiere una operazione culturale in grado di agire sulle mentalità delle persone, su quel che ai loro occhi è accettabile o non accettabile, esteticamente appagante e economicamente sensato. Questa rivoluzione, questo passaggio culturale, non è cosa che si può fare con desalinizzatori, vasche di raccoglimento e recupero acque reflue. Questa rivoluzione richiede (anzi richiederà) tempo e politica.