Rebranding di StatoCome la Cina vuole influenzare l’istruzione in Europa

Pechino promuove la sua immagine e il suo soft power manipolando i processi educativi in tutto il continente. Lo fa con finanziamenti alle università e l’apertura degli istituti Confucio, che oggi sono 187 (di cui 15 in Italia) e da tempo accusati di compiere attività di spionaggio

AP/Lapresse

Ottomilacentosettantuno chilometri. È la distanza geografica tra Amsterdam e Chongqing, città del sud della Cina, che oggi sembrano decisamente più vicine. La Free University di Amsterdam, il quarto ateneo più importante del Paese, ha ricevuto tra i 250mila e i 300mila euro dalla Southwest University of Political Science and Law di Chongqing in un periodo di circa tre anni, tra il 2018 e il 2020.

La provenienza di questi finanziamenti non è irrilevante: tutti gli atenei cinesi sono strettamente collegati al regime politico. E non pare essere un caso che molti docenti dell’università olandese si siano più volte sbilanciati a favore di Pechino sul trattamento dei diritti umani da parte del regime comunista di Xi Jinping.

Come rivela il sito NOS, alcune dichiarazioni hanno dell’incredibile: una di queste è quella del professor Peter Peverelli, che sostiene come «lo Xinjiang sia semplicemente bellissimo: bella gente, natura mozzafiato e buon cibo, e nessun lavoro forzato, nessun genocidio o qualsiasi altra bugia i media occidentali escogitino».

A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, si dice: per questo dai banchi del D66, forza di governo e secondo partito più grande nel nuovo Parlamento olandese, si è levata la richiesta di un’indagine parlamentare, a cui si sono accodati anche il Partito socialista, l’Appello cristiano democratico e il Partito popolare per la libertà e la democrazia (VVD) del premier Mark Rutte.

Il caso ungherese e l’influenza della Cina
La dinamica si ripete a grandi linee anche in Ungheria, seppur con particolari diversi. In casa di Viktor Orbán, infatti, l’università Fudan di Shanghai aprirà un suo campus nel 2024. Costo stimato dell’operazione: 1,3 miliardi di euro, finanziati dalla China Development Bank.

Un vero sproposito che, secondo alcuni, nasconde evidentemente qualcosa, visto che è superiore a quanto il governo spende ogni anno per gestire tutte le università statali del Paese.

Anche per questo l’opposizione è passata al contrattacco: in attesa del voto di aprile, che potrebbe porre fine al governo di Orbán lungo ormai quasi 12 anni, gli anti-Fidesz hanno raccolto la bellezza di 470mila firme per un possibile referendum.

Due i quesiti proposti: l’abrogazione della legge sul trasferimento di beni alla Fondazione universitaria di Fudan Ungheria e l’estensione della durata massima dell’indennità di disoccupazione da 90 a 270 giorni.

Prima di votare però servirà che l’Ufficio elettorale nazionale autentichi entro 60 giorni le firme (ne bastano 200mila per convalidare i quesiti) e decida la data del referendum, che l’opposizione vuole organizzare insieme alle elezioni parlamentari del 3 aprile. Improbabile che accada, eppure la volontà di raccogliere le firme lega comunque in modo definitivo il progetto al risultato delle elezioni. Una cosa che di certo non farà felice la Cina, che da tempo cerca di influenzare i processi educativi europei.

È noto, infatti, come Pechino cerchi di manipolare l’istruzione europea attraverso gli istituti Confucio, accusati da tempo di compiere attività di spionaggio. In Europa sono 187 di cui 15 in Italia, divisi tra 12 Istituti Confucio e tre Centri Confucio, e rappresentano un «importante strumento per la Cina per promuovere la sua immagine e il suo soft power», come ha scritto il South China Morning Post.

L’operazione di rebranding dello Hanban, l’istituzione no-profit che controlla tutti gli Istituti Confucio in Europa e nel mondo, non ha cambiato la sostanza: secondo il sinologo Maurizio Scarpari, «cambiare il nome non significa mutare la sostanza. Quello degli Istituti Confucio è un brand, un espediente retorico usato per affermarsi. Se avessero creato gli Istituti Mao, per esempio, non avrebbero avuto nessun effetto».

Il loro compito primario resta insegnare la lingua e la cultura, anche se ormai si sono allargati a una serie di operazioni sul territorio. Di che tipo siano queste “operazioni” lo dimostrano gli ultimi casi: nel 2019 il direttore dell’Istituto Confucio dell’Università libera di Bruxelles, Xinning Song, è stato sostituito perché accusato di spionaggio e il sodalizio non più rinnovato.

La Svezia, primo Paese europeo ad aprire i centri, nel gennaio 2020 ha chiuso l’ultimo Istituto Confucio e nel maggio l’ultimo Centro. In Germania l’ex ministra dell’Istruzione, Anja Karliczek, aveva sottolineato come «abbiamo lasciato troppo spazio agli istituti Confucio e fatto troppo poco per costruire competenze indipendenti sulla Cina in Germania», chiudendone ben 19.

L’Italia è l’unico Paese che va in controtendenza: come racconta il Foglio, da metà novembre in una scuola media di Bari Vecchia il cinese è diventato lingua curricolare. Ad insegnarlo la docente dell’Istituto Confucio Chen Qian, che mostra ai ragazzi una cartina della Cina con Taiwan annessa al territorio della Repubblica Popolare. «Era una semplice cartina fisica», si è difeso il dirigente dell’Istituto, il prof. Giuseppe Capozza.

Spie cinesi in Europa
Ovviamente l’attività cinese di controllo non si limita alla didattica. Lo dimostra l’avviso emesso a inizio gennaio 2022 dal MI5, l’agenzia di servizi segreti della Gran Bretagna, nei confronti dell’avvocato anglo-cinese Christine Ching Kui Lee, accusata di essere un agente al servizio del Dipartimento del Lavoro del Fronte Unito di Pechino.

Un dettaglio piuttosto insolito per i servizi segreti di Sua Maestà, che raramente si pronunciano in maniera così diretta: «Riteniamo che l’Ufwd, tramite la signora Lee, stia cercando di coltivare relazioni con figure influenti per garantire che il panorama politico del Regno Unito sia favorevole al Pcc», scrive il MI5.

Tra i politici sospettati di rapporti ambigui c’è il deputato Barry Gardiner del Labour, che ha ricevuto da lei oltre 420mila sterline in cinque anni. Non è il solo: nella lista compare anche il leader dei liberaldemocratici Sir Ed Davey, che ha ricevuto una donazione di 5mila sterline quando era segretario all’energia.

Il caso inglese però non è l’unico. Lo scorso marzo su Linkiesta raccontavamo che la stessa Ungheria è una sorta di testa di ponte: grazie alla politica dei passaporti d’oro, varata dal governo di Budapest nel 2012, ben 16mila cittadini cinesi hanno potuto fare il loro ingresso in Europa dalla porta principale.

Le minacce si sono così moltiplicate in tutta Europa, con diversi casi segnalati nel Continente. A Monaco di Baviera nel luglio 2021 è stato arrestato un uomo, tale Klaus L., che avrebbe fornito informazioni ai servizi segreti cinesi per oltre 10 anni, dopo essere stato per lungo tempo spia degli stessi tedeschi.

In Estonia a marzo 2021 è stato condannato a tre anni di carcere per spionaggio pro-Pechino lo scienziato Tarmo Kõuts, figura che aveva accesso agli ambienti militari del piccolo Stato baltico.

Un pericolo da cui non può essere immune nemmeno l’Unione europea: come riporta un’interrogazione parlamentare risalente a novembre 2020, «Bruxelles è ormai la patria delle spie cinesi in Europa, come rivelato da indagini giornalistiche di giornali come Die Welt, La Stampa e Bloomberg, basate su informazioni del Servizio europeo di azione esterna (Seae)». Un pericolo che non si può ignorare.

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